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Stefano
Donno
Mario Desiati, Le luci gialle della contraerea
Mario Desiati,
Le luci gialle delle contraerea, LietoColle
Mario
Desiati, è nato a Locorotondo (Bari), nel 1977. Vive attualmente
a Roma dove è redattore della rivista Nuovi Argomenti per i tipi
di Mondadori. Fa parte dell'antologia "I poeti di vent'anni"
(Stampa 2000), il suo primo romanzo "Neppure quando è notte"
é uscito nel 2003 per i tipi di peQuod di Ancona. Di recente pubblicazione
alcuni suoi contributi poetici nell'antologia "Nuovissima Poesia
Italiana" a cura di Maurizio Cucchi e Antonio Riccardi per la Mondadori.
Le luci gialle della contraerea, è il suo ultimo lavoro poetico.
Sono convinto del fatto che questi versi non possano essere oggetto di
un'accurata analisi per ciò che concerne strettamente la ricerca
stilistica dell'autore, le modalità di gestione e strutturazione
fenomenologica dei codici poetici o il loro iscriversi in una precisa
configurazione ghestaltica! Considerazioni che nascono dall'esiguo spettro
di scrittura presente in questo prezioso libretto della Lietocolle, e
che mi auguro sia seguìto a breve da un'opera più corposa
dove non ci si lascerà trascinare da considerazioni superficiali
dettate dal piacere e dall'amore per la poesia in se stessa. Per il momento
però cercherò di provare a dire come questi versi di Mario
Desiati siano catapultati nel mondo, nel suo mondo e in quello di chi
scrive versi e legge poesia, cercherò di specificare qual'è
il caratteritisco esserci di questa raccolta. Mario Desiati parte da un'accurata
descrizione dermografica dei ricordi, di quegli orizzonti vicini ad una
memoria localizzata ai luoghi inscritti geneticamente nella sua esistenza,
quella della terra natìa fatta di odori, umori, paranoie misticheggianti,
e ossessioni generate da paure ancestrali. Si vedano ad esempio i versi
a pag. 9, 10, 12,13. "Il ricordo delle nenie d'infanzia/ s'inerpica
per angusti palchi/ la messinscena dell'oblio/ negromanzia ispirata dall'alto/
Ed era in lontananza Valona/ Durazzo, i monti celesti dell'Albania/ seppelliti
al contrario sulla cortina/ dietro la coda del miraggio"; "L'incrocio
perfetto è intimo bersaglio/ il segreto dei vetri trasparenti/
di un parroco anziano in preghiera/ dei riti della Sant'Anna, con terribili
profezie per chi ci creda o no (...)"; "C'è qualcuno
che mi vuole uccidere/ senza saperlo con le grida, le maledizioni/ i gesti
semplici della giornata/ una posata incrostata, un tovagliolo malmesso/
uno squillo inopportuno". Questo trincerarsi dietro un microcosmo
di ciò che resta sospeso nel limbo del passato viene percepito
come scarsa lucidità di possesso della propria esistenza, ed è
così che che l'autore lancia una sfida a se stesso, che rompa gli
argini di un'ingombrante claustrofilìa fine a se stessa e che non
permette di assaporare anche l'oblìo del perdersi nell'asettica
quotidianità. Percepire quindi la dimensione dell'assenza di punti
nodali di riferimento, non diviene mera rassegnazione, ma sospensione,
attesa di orizzonti carichi di nuove possibilità. Ad esempio si
leggano a pag. 16 questi versi: "Siamo fuori dal mondo/ sospesi nel
giudizio, incoscienti attendiamo/ certi passi crepitano sulle foglie ...".
Per Mario Desiati ancora tutto questo non è sufficiente, perchè
la lotta diviene impari rispetto alla massiccia presenza della cosalità
che schiacchia ogni istinto, ogni slancio, ed è neccessaria una
reiterazione interiore come un mantra di queste particelle indistrubili
di realtà : "Gli oggetti servono per essere amati/ inghiottiti,
frantumati, oppure dimenticati/ il pendolo, il cane parlante, i libri
mangiati/ un orologio di grande valore/ i fiori di legno/ le stelle allo
zucchero/ Gli oggetti sono idee/ come lucenti/ di notte immagino assomigliarli:
/ non invecchiare" (pag. 18). In questo pasto pantagruelico, il verso
non risolverà l'angoscia di non avercela fatta a portare agli uomini
la fiamma che rischiarerà l'oscurità di un'esistenza quotidiana
cristallizzata nel non-colore, dove un rumore bianco di delilliana memoria,
é più angosciante perchè ce l'hai a portata di mano,
tra le mani, nelle orecchie riducendosi a ronzìo: "Avrete
avvertito almeno per una volta, il ronzìo/ delicatissimo nel cerchio
d'aria circostante/ con la campagna che faceva da cuscino/ alla sigla
finale e poi la voce rotta della pubblicità." Ecco che allora
l'assedio alla parola diviene estenuante " ... odiare l'occorrenza,
il limare delle parole/ il sottintendere precipitosamente/ poggiando la
lingua sotto il palato/ sino a rimuovere delicati/ il gusto verbale della
collisione/ l'impasto che si fa termine/ fiorendo sul dente e poi sul
labbro" (pag. 20), e talvolta appare necessario deporre le armi e
aspettare ... aspettare forse di rvolgere lo sguardo al cielo ... "
... A volte non ci resta che pregare" (pag 24). In tale immensa solitudine
solo il nome di una donna compare ripetutamente ... Claudia! A lei sono
rivolti gli sguardi, e le carezze che sembrano non scalfirla, perchè
lei forse, angelo della morte, sogno archetipico di una confusio linguarum
preferisce il silenzio di chi la spia con gli occhi del cuore : "
Claudia è soffice con il viso pallido del chiaro d'uovo/ S'impossessava
dello spazio alla fermata oscillando sulle gambe lunghe, con le dita che
sanno/ di tabacco, occhi freddi come compresse effervescenti/ il collo
che sale come ortica e i capelli che scendono come la barba del papavero,
profumata di gelo/ i seni ingombranti sotto il giubotto come incubatrici/
le riaffiorano come residuo di civiltà babelica ...". Questi
sono i versi di Mario Desiati, versi metropolitani, versi malinconici,
aspri e amari, versi lasciati a se stessi su un tram!
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