|
Elisabetta
Liguori
LA DISTRAZIONE DELLE FOGLIE
una lettura di “Passa la bellezza” di Antonio Pascale
C’è
bisogno di tempo. Quando il tempo, breve ed in apparenza inconsistente
come gas, passa sulle cose che guardi da anni, quello è il momento
in cui si ha più bisogno di tempo. Si guarda quello che c’è,
che c’era, che resta e per fare questo sporco lavoro, di osservazione
e sintesi, c’è bisogno di tempo.
Il fatto è che, secondo me, dopo i 35 si finisce per raccontare
a tutti la stessa storia. E’ figlia del tempo quella storia e trova
compagni e reduci ovunque. E’ un fatto. Si sente il bisogno fisico
di parlarne, per fare quel collegamento tra l’interno e l’esterno,
che, forse, dico forse, può aiutare. Collegamento interno, perché
dove non parla la mente, parla il corpo, quando la mente parla il corpo
si placa. Una cosa così, semplice, semplice.
Così li trovi sui divani di pelle scura quei gruppi di persone,
genere medio borghese, uomini, donne, spesso coppie, quasi sempre coetanei,
con le borse sotto gli occhi e la scrimatura, che si allarga rapida sulla
testa; li trovi a parlare di sé come fossero, come fossimo, il
centro esatto dell’universo.
Antonio Pascale è alla sua prova di scrittore maturo e questa volta
sceglie di parlare di bellezza. La bellezza dell’età media,
dell’uomo medio, in una città media. La bellezza e la tragicità
media di certi divani tre posti.
Roma, che del mezzo è l’archetipo, viene contaminata costantemente
della provincia che resta nei ricordi, nei bisogni, nei sensi di colpa
dei personaggi che la abitano.
Tutto è in movimento, pur in un’illusoria staticità.
Gli esseri viventi, qui, s’incrociano come treni in direzioni opposte:
non è mai chiaro al viaggiatore seduto al suo posto numerato quale
dei due sia in movimento e quale sia fermo.
In “Passa la bellezza” tutto si trasforma. Alla fine scivola
via anche dalla pelle. Quello che è nella testa passa attraverso
il corpo e se ne parla. Eccome se ne parla.
Su questo l’autore lavora a lungo, servendosi di soliloqui e dialoghi
poderosi. Ogni evento ed ogni inerzia umana è ragionata, compresa,
giustificata fino all’eccesso, descritta in modo fortemente celebrale,
minuzioso, ma è sempre il corpo a parlare per primo. In ufficio,
sulla strada mentre l’auto va, davanti alla tele la sera, lungo
via del Corso in tempo di saldi, ai funerali, come ai matrimoni. Parla
il corpo.
Gli eventi sono minimali, comuni, l’arco temporale descritto, se
pure con frequenti analessi, non particolarmente ampio; un plot non complesso,
ma avvincente.
Vita, insomma, descritta con un calendario ed un orologio tra le mani.
Una vita raccontata per eczemi cutanei quella del nuovo Pascale, nel dettaglio.
L’autore sceglie Vincenzo Postiglione, un alter ego vicinissimo,
per descrivere certe mutazioni: un ministeriale, a volte scrittore, con
una moglie che fa le postulazioni ai beati in odore di santità,
esperta di dolore altrui, ed un figlio distratto dal bello, che osserva
e che si fa osservare. Un padre poliziotto in pensione; una madre defunta
che aleggia come rimprovero; un fratello a cui chiedere ragione, un paio
di volte l’anno, dei propri silenzi e delle normali diversità
biologiche, e ancora coppie d’amici simili, colleghi con amanti,
medici amici ed amici medici.
Che dei medici dopo i 35 si ha bisogno. Provate a far senza, se ci riuscite.
Ci sono, a farla da padrone, il colesterolo che lievita, gendarme antinutella;
la pressione alta; alcuni strani, periodici mal di testa senza rimedio,
la colite cronica, la gastrite, le dermatiti da stress. Un medico serve
sempre. Chiedete in giro: siamo tutti nel maremagnum delle possibilità.
Il corpo in guerra e nessun che offra mai delle soluzioni, proprio mai;
solo vaghe somiglianze.
Eppure la bellezza c’era. Era nei luoghi, nelle parole, nei movimenti;
c’era prima. Pascale svela il segreto e, quando lo fa, il racconto
acquista un andamento trasversale, uno sguardo sghembo; il protagonista
parla di cose che solo in apparenza non hanno niente a che fare con quella
bellezza; lo fa con la tecnica del grimaldello tipica della psicoanalisi.
Segue il ritmo personalissimo di una percezione diversa: quella dell’emozione
pura, senza lacrima, al massimo un po’ di sudore sotto le ascelle
o nelle pieghe del collo o dell’avambraccio, proprio là dove
solitamente la dermatite si annida, subdola.
Niente di neppure lontanamente vicino alla verità. Mi spiego meglio:
l’autore racconta come, uomini, donne, scrittori, si resti negli
anni quello si era per le persone che ci hanno conosciuto, letto, imitato,
mentre la verità si allontana. Così la bellezza che se ne
va è un evento segreto, riservatissimo, da vivere in solitudine,
quasi inconsapevolmente. Come una calza smagliata, o un calzino bucato,
nascosti in una scarpa. Nessuno sa quando, in che misura e perché
la bellezza sfugga; dirselo non è facile. Resta un fatto solitario,
appunto. Fino a quando una ventata di verità, crudele quanto imprevista,
arriva da qualche parte e la bellezza sfiorita diventa improvvisamente
visibile a tutti. La vedi, si tocca, è reale.
Pascale in questo volume, come nella sua prima “Città distratta”,
descrive gli uomini attraverso luoghi reali. Geografia. Lo fa benissimo:
si muove nelle case, tra gli arredi, nei giardini o nei campi a vite,
ed elabora teoremi inconfutabili, tra il bello, il brutto ed il quotidiano.
Le città di Pascale sono le città visibili. Sempre.
Ci sono pure le ragazze con il tanga che si intuisce attraverso i jeans
a vita bassa o il pantalone di lino bianco, su Via del Corso. Allusive,
erotiche, visibili. E bellissime. La bellezza che resta si ripete identica,
altrove, in altre strade, altri negozi, altri saldi; diventa riconoscibile
ai più, uguale a quella di altre epoche, quella che c’è
a quella che c’era, altre stagioni, così come la bellezza
dei miti greci, dei suoi eroi lucenti è rintracciabile anche qui,
su questa terra. Oggi.
Quella che cerca la narrazione, e che in qualche modo avvicina, è
l’idea di una bellezza da trovare o ritrovare, che resta al margine,
che ti distrae, che ti allarga l’orizzonte. Un cielo verde, da qualche
parte, colto con la coda dell’occhio, mentre ben altro accade.
Un cielo composto da foglie che volano astruse, per un alito di vento
casuale, e divagano rispetto all’obiettivo centrale.
Come per il figlio del protagonista: un unico figlio distratto, che non
sa parare i rigori, perché non riesce a concentrarsi sulla palla
che rotola, inarrestabile verso la rete.
Un bambino che già si abitua a perdere qualcosa, imitando nelle
smorfie i giocatori sconfitti, quelli che vede in televisione, che si
fracassano per terra, nella polvere, imprecando, sbavando, con gli occhi
rivolti al cielo. Non una recita per gli altri, ma un esercizio solo per
sé stesso.
E se non sempre c’è vento, c’è comunque la coppia.
Quello di Pascale è, infatti, un libro sulla necessità della
coppia: solo un rapporto stabile e duraturo con una persona mi può
salvare dall’angoscia della morte.
Coppia come analgesico, come lente. Come vocabolario. Per tradurre, per
illuminare. Per tappare i formicai. Ne sono convinta anch’io, anche
se non so il perché. Guardo i miei figli e mi sembra di poterne
prevedere il futuro, mi sento uno dei loro profeti, spocchiosa e saggia;
mi piace quest’illusione stabile contro la morte.
Che la salvezza si nasconda, come dice l’autore, in un gioco d’equilibri,
fatto di poche parole ed una risata quando meno te l’aspetti; nella
capacità di prevenire gli eventi, di arrivare prima degli altri,
nella conoscenza perfetta della fisiologia dell’altro, che ti consenta
di prevenire il malfunzionamento del microsistema? Forse.
Un libro sulla necessità della divagazioni, oltre che della coppia,
comunque.
Tra una divagazione e l’altra, pulsioni spontanee estremamente salutari,
quasi un culto a cui votarsi in fondo, nonostante queste divagazioni,
dicevo, qualcosa non funziona, alla fine.
La vicenda si ferma su un corto circuito, nonostante tutto. Gli specchi
riflettano bruttezza all’improvviso. Come se qualcuno avesse spalancato
una finestra e fatto luce.
Anzi, peggio, non riflettono più nulla ed il dolore rischia di
diventare una fantasia inutile. Quella del corpo diventa una scienza triste.
La dermatite lentamente scompare, è vero, ma qualcosa è
rotto ugualmente.
L’unico figlio continua le sue esplorazione delle zone oscure, chiuso
in un armadio con una piccola torcia a pile, buio, luce, buio, luce, mentre
qualcosa fuori è rotto.
Del resto l’intera vicenda è attraversata da presagi da ora
legale/solare. Sembra dover accadere qualcosa di terribile a causa di
quel far buio presto, o troppo tardi, quando non te lo aspetti, o non
te lo aspetti più; che il cielo, diventato nero per convenzione,
trasforma umori e desideri, a tradimento.
Li chiamano i cambi di stagione: incidono sul pelle, sulle pareti dello
stomaco, sul cuoio capelluto. Il maremagnum delle possibilità dei
trentacinquenni.
Il dilagare di un orrore nuovo e la vaga resistenza umana. Allora lo scopri
che quello che si è reso visibile non è bruttezza in senso
estetico, ma inadeguatezza; che dalla finestra è entrato il dubbio
di sempre, l’assenza di risposte assolute, la smemoratezza.
E basta un attimo, basta un gesto, un racconto breve.
Pascale racconta tutto ciò a quelli che come lui hanno letto Carver
e non solo a quelli. Racconta a chi ha figli, a chi ha un amico architetto,
a chi ha un fratello che vive lontano, a chi ha un senso di colpa da gestire,
a chi ha una donna o un uomo del quale conosce domande e risposte, da
qui fino ai prossimi vent’anni.
Il suo è un racconto malinconico e dolce, una sorta di cardiotonico
contro lo stress. Il ben noto mostro senza faccia, quel rompi palle di
cui tutti parlano, senza nessuna competenza, che si aggira per i corridoi
degli ospedali, delle farmacie, nelle stanze d’albergo, nei bilocali,
nei bagni con specchio, ovunque.
Maledetto Carver: che sia colpa sua se oggi il corpo racconta e scrive
per noi, mentre la mente gli corre dietro, con gesti rapidi e pensieri
confusi, in trasformazione?
Carver, ti odio: avevi ragione tu.
|