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Rossano
Astremo
Allen Ginsberg
Biografia e formazione intellettuale
Allen
Ginsberg nacque nel 1926 a Newark, nel New Jersey.
Il padre, Louis Ginsberg, pubblicò poesie, insegnò al liceo
e fu un moderato socialista.Sua moglie Naomi fu una comunista radicale
e un’ indomita nudista che divenne pazza in giovane età.
Ginsberg scoprì Walt Whitman al liceo, ma nonostante il suo interesse
per la poesia egli seguì il consiglio del padre e decise di intraprendere
gli studi necessari per divenire un buon avvocato. Nell’estate del
1943 Allen Ginsberg lasciò Paterson, nel New Jersey, e si iscrisse
alla Columbia University, dove studiò, con varie interruzioni sino
al 1948. Durante questo periodo conobbe e sviluppò rapporti profondi
con Jack Kerouac, William Burroughs, Neal Cassady, Herbert Huncke e il
suo compagno di corso Lucien Carr. Sospeso nel 1945, all’età
di diciannove anni, per aver scritto ‘Butler è senza coglioni’
sulla finestra della sua camera all’Università (Nicholas
Murray Butler allora era preside della Columbia), e per aver ospitato
Kerouac (entrato alla Columbia nel 1939, abbandonandola nel 1942, e allora
considerato persona non gradita al campus), Ginsberg si trasferì
nell’appartamento di Joan Vollmer Adams, futura moglie di Burroughs,
e di Edie Parker, futura prima moglie di Kerouac. Burroughs, di tredici
anni più anziano di Ginsberg, agì da guida per Allen e Jack,
facendo loro conoscere i codici Maya e le opere di Spengler, Korzybski
e Céline, tra gli altri. Nello stesso periodo ebbe luogo il primo
contatto di Ginsberg con il mondo sotterraneo di Times Square, attraverso
Burroughs e Herbert Huncke. Subito dopo il suo ritorno sul campus, Ginsberg
vi assunse una posizione letterariamente rilevante, vincendo premi di
poesia con versi in rima e collaborando alla ‘Columbia Jester Revew’.
Tuttavia, con la parziale eccezione di Mark Van Doren, Raymond Weaver
e Lionel Trilling, i professori di Inglese della Columbia non furono di
ispirazione per Ginsberg, che imparò molto di più da Burroughs
e compagni, dalla vita che conducevano assieme e dalle loro occasionali
collaborazioni in esperimenti di scrittura. Verso la fine del 1946 fece
la comparsa a New York Neal Cassady e quasi immediatamente Allen, da sempre
omosessuale dichiarato, si innamorò di lui. Anche Kerouac fu colpito
molto da Cassady, tanto da prenderlo a modello per personaggi di Sulla
Strada e altri romanzi. L’estate seguente Allen prese un pullman
per Denver, pieno di speranze, per essere poi accolto da Neal con la sua
ragazza, anche se nonostante ciò il loro rapporto rimase per tutta
la sua permanenza molto intimo. Da Denver Allen e Neal si diressero in
autostop nel Texas orientale, dove Burroughs aveva una fattoria nella
quale coltivava marijuana. Erano tutti in ristrettezze finanziarie e così
Allen si imbarcò a settembre dal porto di Galveston, diretto a
Dakar, come ufficiale di bordo incaricato dello spaccio, con l’intenzione
di guadagnare un pò di soldi e ritrovarsi a New York con Neal alla
fine dell’anno. Quando tornò, Ginsberg venne a sapere che
Cassady era partito per la West Coast, dove si era sposato con Carolyn
Robinson.
Nel
giugno del 1948 accadde un evento che avrebbe avuto un’influenza
di lunga durata su Ginsberg. Con la maggior parte degli amici lontani,
Kerouac praticamente isolato a Long Island a terminare il suo primo romanzo
La città e la metropoli, e con ancora il semestre invernale da
superare alla Columbia, Ginsberg se ne stava steso a letto un pomeriggio
nel suo alloggio a East Harlem, con accanto un libro di William Blake,
aperto a Ah! Gira-sole, e mentre la sua mente si spegneva momentaneamente,
partì una voce dal suono antico – che prese per quella di
Blake – che recitava la poesia.
Immediatamente guardò fuori dalla finestra e vide nei vecchi edifici
con intricati cornicioni e nel cielo sovrastante il segno di un creatore,
e percepì dietro a ogni singola particella d’essere la presenza
di una vasta, immortale, intelligente mano. Questo amplificò il
suo senso dell’io mentre identificava l’attuale esistenza
come quel dolce dorato clima della poesia, l’Eternità.
Varianti di questa epifania furono ricorrenti durante quell’estate
ed autunno e la loro pregnanza non lo ha più abbandonato. Durante
l’autunno Huncke uscì di prigione in pessime condizioni di
salute e Ginsberg gli diede asilo. Successivamente Huncke, con due amici,
cominciò ad usare l’alloggio come deposito di droga, Ginsberg
diede loro un ultimatum, ma tutti e quattro vennero sorpresi dalla polizia
mentre trasportavano la merce in un’auto rubata.
Prossima alla laurea con i massimi voti, alla Columbia, e mentre lavorava
come fattorino all’Associated Press, Ginsberg fu spedito all’Istituto
Psichiatrico dello Stato di New York anziché in prigione. Durante
gli otto mesi trascorsi all’Istituto conobbe Carl Solomon. Solomon
fece conoscere a Ginsberg la scrittura surrealista francese e a lui fu
in seguito principalmente dedicato il poema Urlo. Nell’estate del
1949 Allen ritornò nella casa di famiglia a Paterson, con il padre
Louis e la matrigna Edith (sua madre Naomi era stata in manicomio per
la maggior parte dei dodici anni precedenti). Durante questo periodo di
permanenza a Paterson, Ginsberg lavorò per un pò in una
fabbrica di nastri in paese, e occupò molto del suo tempo ad esaminare
la propria percezione della realtà, oltre alle proprie incertezze
sulla vita.
Scrisse le poesie in prosa su Paterson, che sarebbero poi confluite in
Empty Mirror (A.GINSBERG, Empty Mirror, New York, Totem-Corinth Books,
1961), e ritornò gradualmente a New York. Quello che Allen si era
prefisso, uscendo dalla clinica psichiatrica, era di vivere nella più
completa normalità. Questo programma della normalità prevedeva
anche l’abbandono di storie omosessuali, al fine di vivere pienamente
storie con ragazze.
I dottori gli avevano dimostrato che il prezzo dell’anormalità
era troppo alto da pagare e Allen si prefisse il compito di essere conformista.
La prima ragazza di Ginsberg fu Helen Parker, donna sposata e divorziata,
che fu la prima a fare del sesso con lui, riempendolo di rassicurazioni
sul fatto che era un grande amante. Ma una notte, mentre stava bevendo
in un bar di Whashington Square, venne profondamente attratto da un giovane
ragazzo: Gregory Corso, questo era il nome del ragazzo che condusse Allen
verso la sua vecchia sessualità, il quale oltre all’aspetto
aveva due caratteristiche che tanto lo attraevano: era un teppista ed
un poeta. In questo periodo, comunque, Ginsberg conobbe numerosi poeti
ed artisti, poiché era molto attivo nella movimento letterario
– musicale underground, di

cui il Bar San Remo era uno dei
luoghi d’incontro. Al San Remo Allen conobbe Bill Keck, Anton Rosenborg,
Alene Lee, la protagonista de I sotterranei di Kerouac, e delle bellissime
fanciulle ebree che leggevano Ezra Pound e avevano la mania del cucito,
delle anfetamine, di ogni tipo di droga, del be-bop e della poesia. Fu
al San Remo che avvenne per Allen l’incontro fortuito con Dylan
Thomas, un anno e mezzo prima della morte del poeta. Nello stesso periodo
Charlie Parker suonava nel Village, dove nelle domeniche teneva dei concerti
per un solo dollaro in una specie di rimessa, l’Open Door, e la
visione del grande sassofonista fu di grande ispirazione per l’evoluzione
del verso del futuro poeta. Dalla fine degli anni ’40 fino al 1952,
Allen scrisse sia in rima, sia nel genere williamsiano di annotazione
della realtà. Ginsberg raccolse tutti i versi scritti in questo
periodo in Empty Mirror e chiese al poeta del New Jersey, William Carlos
Williams, di scrivere per lui la prefazione. Williams scrisse che le poesie
di Empty Mirror << dondolano a un ritmo ben lontano da quello di
piedi che ballano, e semmai trovano il proprio ritmo nel trascinarsi quotidiano
degli esseri umani nei vari momenti della loro giornata, mentre vanno
in bagno, o scendono le scale della metropolitana...la misura mistica
delle loro passioni >>( W.C.WILLIAMS, prefazione pubblicata nel
Vol.7 della <<Black Mountain Rewiew>>, autunno 1957). Ma la
sua raccolta Empty Mirror, con la prefazione di Williams, non aveva ancora
trovato un editore, mentre i suoi amici, Kerouac, con La città
e la metropoli, e Burroughs, con La scimmia sulla schiena, avevano già
pubblicato le loro opere. Nel giugno 1954 Allen, stanco dei tentativi
di seduzione di Burroughs, tornato dal suo viaggio sudamericano alla scoperta
dello yage, droga con poteri telepatici, e stanco del clima newyorkese,
che non riteneva più essere in grado di ispirare la sua scrittura,
decise di partire per la West Coast e, in particolar modo andò
a trovare Neal Cassady che viveva con sua moglie Carolyn a ottanta chilometri
da San Francisco, in una casa a San Josè. Ginsberg, nonostante
i suoi tentativi di lottare contro la sua omosessualità cercando
di innamorarsi di donne, era profondamente attratto dagli individui del
suo stesso sesso, e in particolar modo era attratto da Cassady, sin dal
loro incontro avvenuto dieci anni prima. Un pomeriggio Carolyn interruppe
involontariamente un rapporto orale tra Ginsberg e Cassady, il poeta fu
cacciato via dalla casa di San Josè e, ancora una volta, la sua
omosessualità era stata fonte di umiliazione. Soltanto l’incontro
con Peter Orlovsky, in quello stesso anno, rese possibile la piena accettazione
di Ginsberg della propria sessualità, l’aperta opposizione
alla normalità e al conformismo che in ogni modo volevano ingabbiarlo,
e lentamente Ginsberg si scagliò contro la poesia tradizionale,
che per molti anni lo aveva incatenato in forme che non sentiva sue.
Ginsberg andò a cercare Kenneth Rexroth, uno degli scrittori più
anziani di San Francisco, naturale figura paterna per molti giovani poeti
che vivevano nella zona. Alla fine della guerra Rexroth era l’anima
di un gruppo di intellettuali i cui membri erano, in vari modi, ribelli
in politica, sperimentali in poesia, mistici in religione. Tra gli altri
c’erano Kenneth Patchen, Robert Duncan, Madeline Gleason e Philip
Lamantia, e insieme formavano un’avanguardia del dopoguerra sulla
costa pacifica. Rexroth voleva una poesia del tipo ‘Io a Te’.
Per ottenerla aveva preso l’abitudine di salire sul palco con i
musicisti e leggere ad alta voce con un accompagnamento jazz, sia per
rompere la forma fissa della pubblicazione, sia per tenere alta la tradizione
dei bardi nella poesia americana. L’influenza di Whitman e Williams
si unì alla pratica poetica degli scrittori di San Francisco, che
Ginsberg aveva appena conosciuto, al fine di aumentare la consapevolezza
del potenziale elastico dei suoi versi. Scopo fondamentale di Ginsberg

era permettere all’immaginazione
e al desiderio di regnare liberi e l’ottenimento della libera espressione
avvenne tramite l’utilizzo del verso lungo. Infatti ha scritto Ginsberg
: << La chiave in un certo senso sono i ritornelli del jazz.(...)
Con un verso lungo c’è un ritorno a un sentimento umano espressivo,
che in generale manca nella poesia ora, ed è una cosa inumana >>(
A.GINSBERG, Lettera a W.C.Williams (9 dicembre 1955), in J.CAMPBELL, op.
cit. , p. 94). In questo periodo Ginsberg scrisse Poesie d’amore
su un tema di Whitman e Un Supermarket in California, utilizzando la nuova
tecnica del verso lungo che gli consentirono di avere una certa fama all’interno
della cultura underground di San Francisco.
A metà del 1955 un pittore della Six Gallery, Wally Hedricks, lo
invitò ad organizzare una serata di lettura pubblica di alcuni
poeti locali. Ginsberg fu mandato da Rexroth a trovare Gary Snyder, considerato
il miglior scrittore della zona, che apparteneva ad una specie ben rara
e radicata in America: quelli che si ritiravano a vivere nella natura
e studiavano lo zen.
Kerouac arrivò a San Francisco in questo stesso periodo, ma si
rifiutò di partecipare alla lettura di poesie che il suo amico
stava organizzando.
La serata di letture si tenne il 7 ottobre del 1955 e a leggere furono
Philip Lamantia, Mike McClure, Allen Ginsberg, Gary Snyder e Philip Whalen.
Fu in quest’occasione che Allen Ginsberg recitò per la prima
volta il poema composto in un caldo pomeriggio di agosto dello stesso
anno, Urlo. Scrisse in proposito: << Decisi di lasciare andare tutto
quello che volevo lasciare andare e di dire tutto quello che avevo in
mente, e non di scrivere una poesia, finalmente : rompere le mie forme,
rompere con i miei ideali, le mie idee, quello che dovevo essere come
poeta, e scrivere solo quello che mi passava per la testa >> (A.GINSBERG,
Composed on tongue, lettera a William Burroughs (ottobre 1955), in J.CAMPBELL,
op. cit. , p. 98
). Allen Ginsberg lesse fino alla fine la sua poesia, che lasciò
tutti in piedi, stupiti, esultanti, profondamente consapevoli che una
barriera era stata infranta. Fu subito dopo quella entusiasmante lettura
che l’editore Ferlinghetti [Lawrence Ferlinghetti, nato a Yonkers
nel 1919. Poeta, libraio, editore, ha pubblicato molti scritti di autori
beat, tra cui Howl di Allen Ginsberg.Tra le sue opere:Pictures of the
Gone World (1955) e A Coney Island of the Mind (1958)]
inviò una lettera a Ginsberg in cui gli diceva : <<Mi congratulo
per l’inizio di una nuova carriera. Quando mi mandi il manoscritto?
>> (L.FERLINGHETTI, Lettera ad Allen Ginsberg ( ottobre 1955), in
J.CAMPBELL, op. cit. , p. 99). Ferlinghetti, dopo una lunga permanenza
a Parigi, dove studiò alla Sorbona, di stabilì a San Francisco,
dove conobbe Kenneth Rexroth e Peter Martin, con il quale aprì
una libreria, la City Lights. Martin e Ferlinghetti decisero di vendere
solo tascabili, tenevano aperto fino a mezzanotte, per sette giorni a
settimana, attaccarono cartelli che dicevano: ‘Scegli un libro,
siediti e leggi’, si specializzarono in libri di piccole case editrici
e in riviste politiche e letterarie. Due anni dopo l’apertura della
libreria Ferlinghetti iniziò a pubblicare testi nella sua collana
Pocket Poets della City Lights e il quarto numero ad uscire fu Howl and
other poems di Allen Ginsberg. La prima stampa di Howl and other poems
era di mille copie e venne messa in vendita nell’autunno del 1956.
Howl and other poems era una raccolta che martoriava il linguaggio tradizionale
attraverso un uso estremo di termini osceni, che avrebbero creato in seguito
notevoli problemi all’editore Ferlinghetti. Versi come <<
che copulavano estatici e insaziati con una bottiglia di birra un amante
un pacchetto di sigarette una candela e cadevano a letto, e continuavano
sul pavimento e giù per il corridoio e finivano svenuti contro

il muro con una visione di fica
suprema e sperma eludendo l’ultima sbora della coscienza >>
(A.GINSBERG, Jukebox all’idrogeno cit , p. 101) garantirono il sequestro,
nel marzo del 1957, di 520 copie della seconda ristampa alla dogana, mentre
arrivavano dai tipografi inglesi Villiers in California, alla City Lights.
Arrestarono un commesso della City Lights, Shig Murao, per aver venduto
letteratura in grado di corrompere la gioventù, e Ferlinghetti
per averla pubblicata. Gran parte dei letterati progressisti d’America
si mossero per ottenere il riscatto di Ferlinghetti e la difesa della
poesia di Ginsberg. Il processo fu una prova schiacciante di stima di
intellettuali ai quali lo Stato oppose un assistente universitario e una
maestrina di dizione. Mentre i sostenitori di Urlo scrivevano le più
belle pagine divulgative uscite su Ginsberg, il professore disse che era
inutile una così tardiva espressione dadaista e la maestra disse
che, leggendo la poesia, le sembrava di essere in una fogna. Ha scritto
Fernanda Pivano, nell’introduzione a Jukebox all’Idrogeno
: << Il giudice Horn, che si trovò a dirimere la questione,
si conquistò un’enorme popolarità tra gli intellettuali
stabilendo che Howl è una denuncia contro il materialismo, il conformismo
e la meccanizzazione che minacciano l’America moderna spingendola
verso la guerra; e come tale ha significato sociale e dunque non importa
se può venir considerata oscena >> (F.PIVANO, introduzione
a Jukebox all’Idrogeno cit. , p. 8).
Mentre si svolgeva a San Francisco questo processo, Allen Ginsberg si
trovava a Tangeri, in Marocco. Era andato a trovare William Burroughs,
dal quale si era già recato Kerouac, per aiutarlo ad ordinare un
suo voluminoso manoscritto sparpagliato per la città.
Mentre Ginsberg cuciva i pezzi che avrebbero costituito il libro, Kerouac
ne inventò il titolo: Pasto Nudo. Dopo aver aiutato Burroughs a
ordinare le carte del suo nuovo romanzo, Ginsberg, nell’estate del
1957, abbandonò Tangeri e, insieme a Peter Orlovsky, si fermarono
prima ad Ischia, poi ad Assisi ed infine si diressero a Parigi, dove si
incontrarono con Gregory Corso. I tre si stabilirono nel piccolo albergo
al numero 9 di rue Git-le-Cour. Grazie alla loro permanenza nell’albergo
per molti mesi, questi cambiò nome in Beat Hotel, e il misto di
disciplina e natura libertaria della titolare, Madame Rachou, unito al
suo sorriso dietro al bancone riuscì a tirare su di morale anche
Burroughs, quando giunse a Parigi nei primi mesi del 1958. Un ruolo fondamentale
per la pubblicazione del Pasto Nudo fu proprio quello di Allen Ginsberg,
il quale, con il manoscritto sotto braccio, si recò dall’editore
dell’Olimpia Press, l’anglofrancese Maurice Girodias. Ginsberg
a Parigi non si occupò soltanto delle difficoltà delle pubblicazioni
di Burroughs. Quando abbandonò la città. Il 17 luglio 1959,
dopo un anno e mezzo di permanenza, portò una cartellina di poesie,
Sulla tomba di Apollinaire, Morte all’orecchio di Van Gogh, A Zia
Rose, Europa! Europa! E, tra le poesie portate dal vecchio continente,
con le quali aveva intenzione di pubblicare una nuova raccolta con Ferlinghetti,
c’era l’inizio di una elegia scritta per sua madre Naomi,
morta in un ospedale psichiatrico alcuni anni prima, Kaddish. Fu cominciata
a Parigi, al caffè Le Select a Montparnasse.
La prima sezione delle cinque che scrisse fu ‘Litania’, che
diventò la quarta parte dell’opera completa. Una volta tornato
a New York, riprese questo testo, si chiuse nell’appartamento che
divideva con Orlovsky e iniziò a scrivere lunghi versi, sotto effetto
di eroina e metredina, che a volte avevano il carattere di memorie in
prosa. Dopo trentaquattro ore di reclusione, Ginsberg aveva composto l’elegia
per la madre, che divenne il testo portante della raccolta che si accingeva
a curare, pubblicata, poi, nel 1961, con il titolo Kaddish and other poems.
Intanto, oramai alla fine degli anni ’50, tutti i principali esponenti
del gruppo avevano pubblicato le loro principali opere, e il termine beat
era ormai sostitituito da beatnik. Questa polemica di ordine terminologico
nacque dopo il lancio in orbita dello sputnik, il 4 ottobre 1957, il giorno
dopo che Urlo era stato dichiarato pubblicabile dal giudice Horn a San
Franciscoe un mese dopo la pubblicazione di Sulla Strada. Due settimane
dopo un giornalista del ‘San Francisco Chronicle’, Herb Caen,
scrisse che i pazzi artistoidi che si rintanano attorno a North Beach
e frequentano i caffè, che proliferano laggiù, erano bizzarri
come lo sputnik.
Fu proprio con Caen che il beat divenne beatnik. Ha scritto Campbell in
relazione al termine beatnik: << Il suffisso era un saluto, con
una mano lavata, in direzione delle barbe lunghe, della pigrizia, del
vagabondaggio, dell’antipatriottismo e infine del comunismo. Così
cominciò, ironicamente, la commercializzazione e la capitalizzazione
dell’immagine ribelle.Il beatnik trasformò il beat in kitsch
>>( J.CAMPBELL, op. cit. , p. 268). Ai Beat l’espropriazione
del loro termine e la fusione con beatnik non piaceva per nulla, infatti
Allen Ginsberg scrisse in proposito: << Ma il ‘beatnik’
dei critici folli è un

pezzo della loro poesia ignobile.
E se dei ‘beatnik’, e non dei Beati illuminati, sommergeranno
questo paese saranno stati creati non da Kerouac, ma dalle industrie della
comunicazione di massa che continuano a lavare il cervello dell’Uomo>>
(A.GINSBERG, Lettera al << New York Times Book Review >> (11
maggio 1959), in J.CAMPBELL, op. cit. , p. 99).
Verso la metà del 1959 sembrava quasi impossibile aprire una rivista
senza trovare una fotografia o una caricatura del tipi beatnik : maglietta
da basket larga, cappellino, pizzetto, occhiali da sole, libro di poesie
in mano, mentre per le ragazze al posto della barba c’era una lunga
frangia e un trucco molto pesante. Il tutto era fortemente commerciale
e proprio contro questa logica capitalista, che faceva di un fenomeno
culturale un mezzo attraverso il quale arricchirsi, si oppose Allen Ginsberg.
Per Burroughs e Kerouac beat era una politica del corpo: libertà
dalle interferenze della polizia, dalle interferenze morali, libertà
di spostarsi a latitudini diverse e di mutilare se stessi e i propri testi.
Per Ginsberg diventò, man mano che la fama cresceva, un modo per
esercitare pressioni spirituali. Prima si accontentava di lavorare al
cambiamento della materia della propria psiche, ora improvvisamente voleva
cambiare il mondo. Nei primi anni sessanta Ginsberg ed Orlovsky presero
l’LSD ad Harvard, partecipando ad esperimenti controllati di Timothy
Leary, poi partirono per l’Oriente, raggiugendo l’amico Gary
Snyder, e al suo ritorno Ginsberg si fece portavoce del Flower Power,
l’espressione più concreta della realtà postbeat.
I Figli dei Fiori sostituiranno la ricerca della libertà attraverso
la pratica della scrittura con una precisa volontà di libertà
nei gesti, nelle azioni, nel vivere in comunione, nella pratica della
non violenza. Infatti il 20 novembre del 1965 ci fu una marcia su Oakland
organizzata dal ‘Comitato Nazionale per finire la guerra in Vietnam’
e Ginsberg scrisse un programma di gesti basati sulla creatività
e la fantasia, necessarie al fine di abbandonare collera e ansia. Il programma
indicò l’idea di dimostrazioni collettive basate su simboli
di pace e di felicità creativa quali fiori, flauti, strumenti musicali,
gruppi di cantanti, danzatori e non su simboli aggressivi e bellicosi
come avviene nelle sfilate tradizionali. Nel 1966, sulla ‘Evergreen
Review’ venne pubblicata una poesia, Kral Majales, scritta da Ginsberg
sull’aereo che lo portava via dalla Cecoslovacchia, da dove era
stato espulso all’indomani delle repressioni seguite alla ‘Primavera
di Praga’. Leggendo i versi, << I Marxisti mi hanno picchiato
per strada, mi hanno tenuto tutta la notte alla Stazione di Polizia, mi
hanno seguito attraverso la Primavera di Praga, mi hanno trattenuto in
segreto e deportato dal nostro regno in aereoplano>>( E.BEVILACQUA,
Battuti e Beati, Torino, Einaudi, 1996, p.62), si avverte lo sdegno del
poeta per la repressione di regime contro chi aveva saputo alzare la testa.
Poesie come Kral Majales mostrano la visione non solo artistica di Ginsberg,
ma anche la sua disponibilità a battersi contro qualsiasi oppressione
e l’attenzione per i diritti civili. I giovani di tutto il mondo
lo hanno sempre ripagato.
Dove ci sono state giornate di lotta per la libertà i ragazzi hanno
portato in tasca i suoi testi e quelli degli altri poeti e scrittori della
Beat Generation. Ciò è accaduto in Italia e in Francia nel
’68, è capitato all’Est, dove le poesie di Ginsberg
e degli altri sotterranei hanno circolato clandestinamente, ed è
avvenuto più di recente, con le ultime ondate di protesta in Europa.
La morte di Ginsberg, avvenuta il 5 aprile 1997, ci priva di uno dei personaggi
che ha esercitato una profonda influenza sulla cultura e contro-cultura
americana degli anni sessanta e settanta. Altre sue raccolte pubblicate
sono : Reality Sandwiches (A.GINSBERG, Reality Sandwiches, San Francisco,
City Lights Books, 1963), del 1963, Planet News (A.GINSBERG, Planet News,
San Franscisco, City Lights Books, 1968), del 1968, e The Fall of America
(A.GINSBERG, The Fall of America, San Francisco, City Lights Books, 1972),
del 1972.
Teoria e scrittura poetica
Se Kerouac
nei suoi romanzi ci ha descritto una realtà fortemente mimetica,
autobiografica, se Burroughs ha preso questa stessa realtà deformandola
e polverizzandola con i suoi cut-up, Allen Ginsberg, nelle sue poesie,
nutre ogni esperienza, propria e di ogni individuo, con il ‘dolce
miele’ della pazzia. La realtà è dipinta da Ginsberg
con toni deliranti, folli, maledetti e le tecniche stilistiche che egli
sembra far proprie ( ritmo aperto, senza uno schema prefissato, influenzato
dalla musica jazz, il verso registrato come unità di respiro, trascrizione
immediata e impulsiva del libero flusso di associazioni e di pensieri
) nascono da una esigenza interiore, poiché è la forma più
consona a far vibrare sulla pagina il caos delirante, l’inno straziato
e religioso all’esistenza. La poesia di Ginsberg è fortemente
antimetaforica, chiusa nell’evidenza gestuale delle cose dette,
le quali vivono tutte nella loro fisicità, corporeità angosciosa
e consistenza materiale. Vi è nella poesia di Ginsberg una cupa
terrestrità, la fisicità di un verso che si snoda per blocchi,
per nessi sintattici fortemente predicativi, intorno a una parola, a una
idea, a una ossessione, ritmica e musicale, che non deve essere metaforicamente
trasfigurata, ma rovesciata nella sua compattezza di blocco, sulla pagina,
gridata in essa, oltre di essa. Quella di Ginsberg è una poesia
che serve a vivere il mondo, è nel momento stesso in cui è
pronunciata, si brucia nell’atto della comunicazione, è il
rituale di un gesto di fisica identificazione, d’amore universale
per il mondo. Ha scritto Vito Amoruso: << Gli atteggiamenti anticonformistici,
l’omosessualità ostentata, l’alienazione e la pazzia
programmaticamente sbandierata a épater les bourgeois, quello stesso
voler apparire fisicamente diversi, nel vestire, nell’insolenza
o nella mitezza cristiana della parola e del gesto, l’ironia paziente
o aggressiva, sono tutti tratti di un destino d’uomo e di poeta
che tende ansiosamente a collocarsi in un punto al di fuori del tempo
e della storia, che concepisce il proprio essere qui ed ora come un doloroso
passaggio, la necessaria e sgradevole tappa di un pellegrinaggio dell’anima
verso la sua più vera sede>>( V.AMORUSO, op. cit. , p. 146).
Esiste in Ginsberg una dissociazione totale non solo nei confronti della
propria società, ma anche nei confronti del proprio corpo, prigione
assurda, limite temporale e fisico. Solo considerando la dissociazione
totalizzante di Ginsberg si può comprendere il tono della sua poesia,
il grido, l’urlo, la protesta dello spirito imprigionato nella carne,
l’unica forma che poteva spiegare questo divorzio metafisico con
se stessi e il proprio tempo. Alcuni aspetti della sua poetica erano già
presenti nella prima raccolta di Ginsberg, Specchio Vuoto, come dimostra
una delle poesie in essa contenuta, Metafisici: << C’è
un solo e unico / firmamento; perciò / è il mondo assoluto.
/ Non c’è un altro mondo. / Il cerchio è completo.
/ Vivo nell’Eternità. / Le vie del mondo / sono le vie del
Cielo>>( A.GINSBERG, Empty Mirror cit., p. 15). La metafisica a
cui si fa riferimento è quella che investe d’una luce religiosa
la globalità dell’esistere, senza rimandare a mondi ultraterreni.
Infatti perché la metafisica si dia e perché le vie del
mondo siano le vie del cielo è necessario che la realtà
più grigia sia vissuta come un sogno, come dimostra la poesia Una
istituzione priva di significato: << Mi fu data una cuccetta e la
biancheria necessaria / in un’enorme cella / circondata da centinaia
di piangenti, moribondi uomini e donne. / Mi sedetti sulla mia cuccetta,
tre file su / vicino al soffitto, / guardavo le grigie corsie in basso.
/ Gente vecchia, storpia, insensibile era / ripiegata a cucire. Una pesante
ragazza / con un vestito sporco / mi fissava. Attesi / che venisse una
guida ufficiale / a darmi istruzioni. / Dopo un po’ vagabondai lungo
corridoi vuoti / in cerca di un gabinetto. Sogno 1948>>(Id.
, p. 13). Apparentemente questa poesia può rappresentare uno spaccato
di realtà quotidiana e l’esattezza delle descrizioni sembra
richiamare una realtà fin troppo concreta. Il poscritto parla di
‘sogno’ e quindi la sola realtà di cui qui si parla
è quella dissociata, onirica, irreale che sarà propria del
Ginsberg maturo.
Nonostante questi elementi che ci fanno presagire il Ginsberg futuro non
bisogna dimenticare che in Specchio Vuoto la lezione che sembra più
presente all’autore è quella di William Carlos Williams e
soprattuto quella sua fede totale in un’America umile, prosaica,
quotidiana, e in un programma poetico spoglio e disadorno, chiuso in una
sua musica sommessa.
In questo periodo
Ginsberg era troppo preoccupato a nascondere la sua omosessualità
e la sua pazzia e, quindi, anche la sua poesia era chiusa negli schemi
di una consolidata tradizione poetica. Solo nel momento in cui seguì
i consigli di un medico di San Francisco che gli disse di fare ciò
che voleva Ginsberg abbandonò una normalità che non gli
apparteneva e la sua poesia esplose in folli immagini deliranti, concretizzatesi
nel suo componimento più emblematico, Urlo: << Ho visto le
migliori menti della mia generazione / distrutte da pazzia, affamate nude
isteriche, / trascinarsi per strade di negri all’alba in cerca di
/ droga rabbiosa, / hipsters dal capo d’angelo brucianti per l’antico
contatto celeste con la dinamo stellata nel macchi- / nario della notte,
/ che in miseria e stracci e occhi infossati stavano su / imbottiti a
fumare nel buio soprannaturale di / soffitte a acqua fredda galleggiando
sulle cime / delle città contemplando jazz, /che si squarciavano
cervelli al Cielo sotto la Elevated / e vedevano angeli maomettani illuminati
bar- /collanti su tetti di casermette / che passavano per le università
con freddi occhi ra- / diosi allucinati di Arkansas e con tragedie Bla-
/kiane fra gli studiosi della guerra, / che venivano espulsi dalle accademie
e / per aver pubblicato odi oscene sulle finestre del teschio, / che si
accucciavano in mutande in stanze non sbarbate>>(A.GINSBERG, Jukebox
all’idrogeno cit. , p. 103). La forma include onnivora e aritmica
tutto il reale, si piega alla sua forma e al suo caos, irrompe sulla pagina,
che a stento sembra contenerla. La struttura ritmica della poesia, pur
nella libertà e inclusività della materia, ha una sua specifica
coerenza: Il punto di forza di un singolo verso o di un periodo è
dato da una parola ( in questo caso il costante ripetersi di che ) che
funge da nota di avvio su cui si scatena la sequenza di immagini. Ma in
una poesia così assume una sua importanza fondamentale la lettura
diretta, a un pubblico non immaginario, ma fisicamente presente, al fine
di stabilire con il pubblico di lettori una comunione mistica attraverso
il fluire di suoni e sensazioni. Ciò che conta non è, quindi,
il contenuto, ma l’impressione musicale ultima dell’insieme.
La dimensione autobiografica, le situazioni umane presenti, il desolato
e disumano paesaggio morale di abbandono e pazzia, di cui Urlo è
pieno, non contano per il loro messaggio umano e sociale, ma per il loro
potere d’evocazione, si iscrivono in una parabola esistenziale di
natura mistica. Si traccia il viaggio che porta dalla ferita, dal dolore
generato dalla tragedia umana sino ad innalzarsi alla contemplazione e
all’estasi religiosa. Nel suo profondo spessore autobiografico e
realistico Urlo traccia il profilo di un mondo ridotto ad una dimensione
di caos delirante tale da richiedere lo stacco assoluto, oltremondano
della mistica illuminazione. L’illuminazione mistica non arriva
facilmente, infatti la prima lunga sequenza del poema, la prima stanza,
quella che più direttamente evoca il trauma autobiografico, è
seguita dal lugubre inno a Moloch: << Quale sfinge di cemento e
alluminio gli ha sfracel- /lato il cranio e gli ha divorato il cervello
e / l’immaginazione? / Moloch! Solitudine! Lerciume! Schifezza!
Spazzatura / e dollari inafferrabili! Bambini che strillano nei / sottoscala!
Ragazzi che singhiozzano negli eser- /citi! Vecchi che piangono nei parchi!
/ Moloch! Moloch! Incubo di Moloch spietato! / Moloch mentale! Moloch
duro giudice di uomini! / Moloch prigione incomprensibile! Moloch galera
coi / teschi della morte senz’anima e Congresso di / dolori! Moloch
i cui edifici sono sentenze! Mo- / loch vasta pietra di guerra! Moloch
governi stupefatti>>( A.GINSBERG, Jukebox all‘Idrogeno cit.
, p. 123). La parola Moloch, divinità primitiva, evoca il paesaggio
squallido e brutale della civiltà industriale, con un misto di
terrore e di esterefatta meraviglia di fronte a questo nuovo idolo mostruoso.
Questa seconda stanza del poema ha già assorbito le asperità,
le apocalittiche cupezze della parte iniziale attraverso una inattesa
e ironica esaltazione dell’idolo primitivo Moloch. Il sentimento
presente in questi versi è quello di chi si trova ad evocare una
divinità sinistra che bisogna necessariamente adorare, celebrare
nella sua tirannica presenza nel mondo circostante. Il lento scoprirsi
della natura lirico-religiosa avviene, da un lato, nel coagulare in un
nome mitico, Moloch, quel nodo di contraddizioni culturali e sociali che
si chiama America, cioè nell’accentuare attraverso quel nome
il momento in cui la coscienza individuale percepisce questa realtà
nella sua oggettualità mostruosa e alienante; dall’altro
nell’alzare il volume dell’intonazione ritmico-musicale del
verso, nel rendere preponderante, sul momento della protesta oggettiva,
quello dell’urlo, nel rimandare entro la volta vuota dell’universo
l’eco di una condizione umana desolata, di una ferita esistenziale
che può esprimersi solo nel sacrificio ritualistico di vite autodistrutte.
Tutto Urlo, nel religioso orrore che evoca, sembra non tanto il grido
di un uomo, quanto quello di un animale ferito, soffermandosi sulla condizione
dell’uomo retrocessa ai primordi della storia. La terza sequenza
del poema, infatti, si sofferma sul simbolo autobiografico dell’iniziazione
alla brutalità del vivere, che è stato per Ginsberg il poeta
Carl Solomon, incontrato in un manicomio: << Carl Solomon! Sono
con te a Rockland / dove certo sei più matto di me / Sono con te
a Rockland / dove certo ti senti molto strano / Sono con te a Rockland
/ dove imiti l’ombra di mia madre / Sono con te a Rockland / dove
hai assassinato le tue dodici segretarie / Sono con te a Rockland / dove
ridi a questo humour invisibile / Sono con te a Rockland / dove siamo
grandi scrittori sulla stessa terribile / macchina da scrivere / Sono
con te a Rockland / dove le tue condizioni si sono aggravate e se ne /
parla alla radio.../ Sono con te a Rockland / dove venticinquemila compagni
pazzi tutti insie- /me cantano le ultime strofe dell’Internazionale
/ Sono con te a Rockland / dove abbracciamo e baciamo gli Stati Uniti
sotto / le lenzuola gli Stati Uniti che tossiscono tutta / la notte e
ci lasciano dormire>>( A.GINSBERG, Jukebox all‘Idrogeno cit.
, pp. 129-131). Ha scritto Vito Amoruso : << La desolazione storica
si è nuovamente rinchiusa nella sua matrice privata e autobiografica,
ha ritrovato spontaneamente il suo canto elegiaco, il mesto delirio che
le è più proprio, l’inerme, indifeso pianto che ispira
la sua rivolta>>( V.AMORUSO, op. cit. , p. 160).
Nella quarta e ultima parte del poema, Nota a Urlo, vi è l’unica
conclusione possibile per questo viaggio all’inferno: l’inno
santificante del tutto, d’ogni cosa creata. Nell’impossibilità
di conciliare le due aporie, la realtà storica da un lato, la propria
ferita umana prestorica e presociale, a Ginsberg non resta che gridare
il proprio adorante amore per il creato: << Santo! Santo! Santo!
Santo! Santo! Santo! Santo! / Santo! Santo! Santo! Santo! Santo! Santo!
Santo!/ Il mondo è santo! L’anima è santa! La pelle
è santa! / Il naso è santo! La lingua e il cazzo e la mano
/ e il buco del culo sono santi! / Tutto è santo! Tutti sono santi!
Dappertutto è santo / tutti i giorni sono nell’eternità!
Ognuno è un angelo!.../ Santo è il sassofono gemente! Santa
l’apocalisse del bop! / Santi gli hipsters del jazz e della marijuana
della pace / e streppa
e tamburi! / Sante le solitudini dei grattacieli e delle strade!.../ Santa
la soprannaturale ultrabrillante intelligente gen- / tilezza dell’animo!>>(
A.GINSBERG, Jukebox all‘Idrogeno cit. , pp. 135-137). In Ginsberg
la poesia è essenzialmente una esperienza non-letteraria e la scelta
stilistica ispirata alla forma aperta di Whitman o di certo jazz concorre
a sottolineare questa impressione di una passiva docilità nei confronti
del mondo, di una volontà di essere dissolti in esso. L’atteggiamento
antiletterario a cui la poesia risponde lo si vede anche nel tipo di legame
con i poeti del passato, con Walt Whitman, che nella mente del poeta diviene
un dolce, anarchico fratello beat, nella poesia Un Supermarket in California:
<< Come ti penso stasera, Walt Whitman, perchè / camminavo
per piccole strade sotto gli alberi col mal / di testa guardando consapevole
la luna piena. / Nella mia fatica affamata, e per comprare imma- / gini,
entrai nel supermarket di frutta al neon; sognan- / do le tue enumerazioni!/(…)
Ti ho visto, Walt Whitman, senza figli, vecchio /mangione solitario, a
frugare fra le carni nel frigo- / rifero e occhieggiare i garzoni del
droghiere. / Ti ho udito fare domande a ciascuno: Chi ha ucciso le cotolette
di porco? Quanto costano le ba- / nane? Sei tu il mio Angelo?/(…)
Dove andiamo, Walt Whitman? Le porte chiu- / dono tra un’ora. Dove
punta stasera la tua barba?/(…) Andremo in giro sognando la perduta
America / dell’amore di là di automobili azzurre nei viali,
a casa / nel nostro cottage silenzioso? / Ah, caro padre, grigio di barba,
vecchio solitario / maestro di coraggio, che America avevi quando Ca-
/ ronte smise di piangere il suo ferry e tu scendesti su / una riva fumosa
a guardare la barca scomparire sulle / acque nere del Lete?>>( A.GINSBERG,
Jukebox all‘Idrogeno cit. , pp.139-141). Il tema di questa poesia
è la condizione subalterna, diseredata, marginale del poeta nel
mondo moderno, in una impoetica America, regno dei consumi. Questa problematica
dell’incapacità di essere poeti nell’America dei mass-media
troverà la sua migliore espressione in una poesia dal titolo America,
in cui ciò che risalta particolarmente è l’amara descrizione
di un’oggettiva impossibilità d’espressione, un colloquio
con un oggetto che in realtà è un alter ego, un fantasma
della propria coscienza: << America ti ho dato tutto e ora non sono
nulla./ America due dollari e ventisette centesimi 17 gennaio 1956./ Non
posso sopportare la mia mente. / America quando finiremo la guerra umana?
/ Vai a farti fottere tu e la tua bomba atomica. / Non mi sento bene non
mi seccare. / Non scriverò la poesia finché non avrò
la mente a posto. / America quando sarai angelica? / Quando ti guarderai
attraverso la tomba? / Quando sarai degna dei tuoi milioni di Trotzkisti?
/ America perché le tue biblioteche sono piene di lacrime? / America
quando manderai le tue uova in India? / Sono stufo delle tue folli richieste.
/ Quando posso andare al supermarket a comprare ciò / che mi occorre
con la mia bella faccia? / America dopo tutto siamo tu e io a essere perfetti
non il mondo vicino>>( A.GINSBERG, Jukebox all‘Idrogeno cit.
, p. 157). America, nella sua dolente e suggestiva poetica, rappresenta
nel percorso poetico di Ginsberg, il punto di maggior contatto con la
realtà circostante. In Kaddish, che raccoglie tutte poesie scritte
dopo Urlo, il tentativo di trascendere nell’esaltazione religiosa
l’insostenibile peso della propria vicenda esistenziale domina totalmente
la poesia di Ginsberg.
Il lungo triste lamento funebre di Kaddish, scritto per la madre Naomi
morta di pazzia in un manicomio, poema che fa da titolo alla seconda raccolta
pubblicata dall’autore, si caratterizza per la presenza di un fondo
cupamente biblico ed ebraico che sfocia in un divorante desiderio di morte
e di nullificazione, considerato come sola alternativa, sola possibilità
di liberazione dalla storia, dalla prigione del mondo: << Strano
ora pensare a te, andata senza busti e occhi, / mentre scendo al sole
sull’asfalto del Greenwhich Village / verso Manattan, limpido meriggio
d’inverno, e sono / stato tutta la notte, a parlare, parlare, leggere
/ forte il Kaddish, ascoltare i blues di Ray Charles / urlati da accecare
il grammofono / il ritmo il ritmo / - e il tuo ricordo nella testa tre
anni dopo / - E letto forte le tue ultime strofe trionfanti / di Adonais
– pianto, pensando a come soffriamo - / E come la morte è
quel rimedio che tutti i cantanti / sognano, cantano, ricordano, profetizzano
come / nell’Inno Ebraico, o il Libro Buddista delle Risposte - /
e la mia immaginazione di una foglia / avvizzita – all’alba
- / Sognandoti di nuovo in vita, il tuo tempo – e il mio / accelerato
verso l’Apocalisse, / il momento finale – il fiore che brucia
nel Giorno - / e quel che viene dopo>>( A.GINSBERG, Jukebox all‘Idrogeno
cit. , p. 191). L’inno funebre a una morte onnicomprensiva rende
questa rievocazione dell’impossibile destino terreno di sua madre
la tappa di una autentica via crucis: la presenza ossessiva del passato
che mina e sconvolge il presente, che si rivela come condizione attuale
della sua follia, si proietta al di là dei limiti fonici ed evocativi
della parola per meglio rappresentare la nichilistica invocazione alle
tenebre: <<Benedetta sia Tu Naomi nella Morte! Benedetta sia / la
Morte! Benedetta sia la Morte! / Benedetto sia colui che conduce tutto
il dolore al / Cielo! Benedetto Egli sia aal fine. / Benedetto sia Colui
che erige il Cielo nel Buio! Be- / nedetto, Benedetto Benedetto Egli sia!
Benedetto / Egli sia! Benedetta sia la Morte su noi tutti!>>(A.GINSBERG,
Jukebox all‘idrogeno cit. , pp.251-253). Il Dio qui invocato, con
primitivo terrore e voluttà di morte, ha insieme i tratti spietati
di quello biblico per poi sconfinare nella mostruosa macchina del mondo
moderno, come nella poesia Morte all’orecchio di Van Gogh, dove
l’unica alternativa esistenziale concessa al poeta è quella
di diventare un prete. Si oppone al caos materiale la eternità
serena, dolce e immutabile della propria condizione di poeta: <<
La storia renderà questa poesia profetica e la sua / terribile
stupidità un’orrenda musica spirituale / Ho il gemito dei
colombi e la piuma dell’estasi / L’uomo non può più
sopportare la fame del canni- /balismo astratto / La guerra è astratta
/ il mondo sarà distrutto / ma io morirò solo per la poesia,
che salverà il mondo...>>(Id., p. 331). La liberazione
dalla propria tragedia individuale non poteva avvenire neppure attraverso
l’allucinazione da droga, poiché il Dio che si presenta nella
visione è una forza cieca distruttiva, come in Acido Lisergico:
<< E ho fatto un’immagine del mostro qui / e ne farò
un’altra / ha sensazioni come i Criptzoidi / striscia e ondeggia
sotto il mare / sta giungendo per impadronirsi della città / invade
il substrato di ogni Coscienza / è delicato come l’Universo
/ mi fa vomitare...>>(A.GINSBERG, Jukebox all‘Idrogeno cit.
, pp. 385-387). Oppure non vi sarà liberazione dalla propria tragedia
individuale, ma semplice accettazione della propria pazzia, non come libera
scelta, ma come soggezione fatalistica ad un destino, evidente in Salmo
Magico: << Fammi impazzire, Dio sono pronto per la disintegrazione
/ della mente, disonorami all’occhio della terra, / attacca il mio
cuore peloso col terrore mangiami il / cazzo gracchio Invisibile di rana
di morte balza / su di me muta di cani pesante che salivano la luce, /
divorami il cervello Un flusso di coscienza infinito, / ho paura della
tua promessa devo far gridare / la mia preghiera nella paura - / Scendi
O Creatore di Luce e Divoratore del Genere / umano, dilania il mondo nella
tua pazzia di / bombe e assassinio>>(Id., p. 395).Con Kaddish,
con il suo nichilistico abbraccio delle tenebre, la parabola umana e poetica
di Ginsberg raggiunge i suoi esiti più alti. Il suo atteggiamento
nei confronti del proprio tempo e della propria storia si è concretizzato
in una scissione totale dalla realtà, in un oltrepassamento mistico
della vita, al fine di far scattare la tensione metafisica della sua ricerca
individuale. Il profilo del poeta e del suo destino coincideranno con
quello del veggente e del profeta, sopravvissuto in un tempo e in uno
spazio non propri, depositario di una verità allucinata, che per
la sua carica distruttrice e disgregatrice è ineludibile allo stesso
poeta.
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