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Andrea
Aufieri
Invito alla lettura, Mario Desiati "Le luci
gialle della contraerea".
Mario Desiati, Le luci gialle della
contraerea, Lietocolle, 2004
La
Lietocolle libri propone un’elegante ma dispendioso vestito, privo
di apparato critico, per la prima raccolta di un ventottenne di Locorotondo,
già presente nell’antologia “I poeti di vent’anni”
(Stampa2000), ma l’esordio letterario personale di questo giovane
avveniva nel 2003 con la pubblicazione del romanzo “Neppure quando
è notte”( ed. peQuod). E verrebbe da pensare che la sua anima
sia effettivamente quella di un narratore, se ci si appresta alla lettura
di quei versi più lunghi della norma e a tratti così descrittivi
e analitici. Ma la poesia riempie, ben mediata, tutta l’opera, che
sfugge anche alla classificazione di prosa poetica e persino di un più
plausibile poème en prose. Perché basta leggerne un solo
verso per lasciarsi coinvolgere da quello che può gia essere uno
stile. La poesia di Desiati è ben calcolata, tecnica, divertente
eppure profonda e serenamente turbata. La sua immagine di poeta sembra
possedere caratteristiche affini ad un naturalista per la chirurgia del
riferimento, del dettaglio, dello studio dei sentimenti interiori e persino
delle visioni. Vi è anche un fattore patetico che rimanda al neorealismo
italiano, di pari passo con un sentimento soggettivo del tempo, che lo
contrappone al grande dinamismo di Pasolini: Desiati opta per la rottura,
seppur momentanea, del fattore temporale per fermarsi a demarcare e poetare
i suoi soggetti, basti pensare a tutta la silloge della fermata del tram.
La poetica è sempre asciutta e per affinità tematiche ricorda
Sereni, anche se alcune volte scivola in una certa passionalità/rabbia
poetica, come nel caso della descrizione della spugna. Tutto questo ci
regala un quadro un po’ rischioso del poeta, che sembra avere la
vista a raggi x, non come un veggente, ma quasi più come un supereroe:
attenzione però a non cadere nell’accusa di frigidità,
perché qui si tratta di artista estremamente sensibile ed attento.
Un altro rischio è quello di fare del suo sentire un comune sentire,
rivolgendosi direttamente al lettore o tentando di universalizzare un
pensiero che potrebbe semplicemente toccare gli animi senza coinvolgere
il lettore in un egoistico ritrovarsi nella poesia.
La raccolta è così densa di sperimentazioni e di temi da
risultare quasi pedagogica, per l’autore e per i lettori. Molto
particolare è il rapporto con tutto ciò che circonda il
poeta: possiamo leggere di oggetti deteriorati, vissuti, finti, fino alla
teoretica del pantalone come cosmo perfetto. Ma tutto quanto sembra essere
visto come al di qua di un vetro, forse di uno specchio, alimentando il
dubbio che al di là di quello, tutto abbia un’altra vita,
all’altra parallela ed indifferente.
C’è il ritorno ossessivo dell’estate esplosiva e calda
negli odori e nei colori, come quella delle belle immagini di una festa
(Ss. Cosma e Damiano) della quale non si accendono i suoni; estate scatenante
marasma di ricordi e visioni nello stile di Blake, ma certamente meno
mistico, forse a metà strada tra l’inglese e Zola. Da Blake,
però, si potrebbe desumere il sogno messianico, insieme con le
sensazioni di distacco, le nausee e gli sbandamenti- disagi sempre espressi
con linguaggio lucido e garbato- che sfociano – permangono?- nel
quotidiano, proprio dentro oggetti banali di fine immagine/ ritorno alla
realtà: Amerai la coltre della nebbia, disperso dentro un barattolo.
Si conosce così una vasta tipologia di cose (vissute, deteriorate,
banali, estranee,…), ma qual è il loro senso, per cosa servono?
…per essere amati/ inghiottiti, frantumati oppure dimenticati (…)
sono idee/come lucenti, di notte immagino assomigliarli: non invecchiare.
Temi forti, soprattutto nella prima parte della raccolta, sono il ricordo
intimo e la memoria storica di eventi dei quali un classe 1977 non può
che aver letto o ascoltato: le immagini richiamate sembrano sbuffare polvere
e si ha difficoltà a guardare con l’autore oltre la spessa
coltre del passato, ma si sente, infine,l’odore del maltempo, il
silenzio delle campagne appena arate e così anche il flusso degli
stormi, le aurore accese, i vecchi ronzini lasciati al bosco, fino a vedere
il fossile quotidiano che domani sarà andato via e le luci gialle
della contraerea…il bagliore inciso sull’orizzonte/ verso
i mari incendiati di Taranto.
Poesie d’immagini, lampi, scatti, evolutesi seguendo il basso ideologico
continuo di un’aritmicità piacevole, lirica sfiorando il
paradosso.
Ancora, si sente ovattato il fischio delle bombe, in un continuo gioco
tra l’esserci e il non esserci, sempre con distacco dal tutto, cogliendone
spesso l’Impressione. In proposito, spesso Desiati sembra dialogare
con il lettore di particolari suggestioni, nel tentativo di universalizzarsi,
quello che per molti dovrebbe essere la funzione/ scopo/ compito del poeta.
Ricorre un divertente gioco di sensi: alternativamente dominano i componimenti
l’olfatto, la vista, l’udito, il gusto, tanto che il poeta
sembra suggerire quali usare o crea implicitamente nel lettore lo stimolo
all’utilizzo di quelli di volta in volta assenti. E’ descritta
anche un’esperienza ultrasensoriale che porta alla spersonalizzazione
del poeta che diviene oggetto passivo (sasso che rotola).
Ritorna spesso l’umore nero dell’autore, che avverte il peso
e l’estraneità della vita, facendo incubi tutte le notti,
mangiando pietre tutte le sere/ accompagnate col vino e il cattivo umore
arrivando a commentare: Come voglio essere solo.
Dal componimento A Simone di Cirene comincia il ballo di tram, bus e treni.
Questi mezzi di trasporto sono ossessivamente richiamati come dimostrazione
empirica della teoretica del distacco: il contatto/non contatto tra gli
uomini e tra le cose, persino dai decenni richiamati con i numeri di linea,
assurgono a pura lirica nella Poesia alla fermata del Tram, che occupa
un cospicuo spazio nella raccolta. Con tecnica narrativa sono presentati
dei personaggi che fruiscono del mezzo pubblico: C’era il gramo,
il nero, il sudicio/l’eremita, la donnola, il gabbiano/ la spugna
e Claudia. Nello spazio definito del tram, il tempo si condensa nella
presentazione singola dei pur sempre anonimi protagonisti, poi questi
cominciano inconsapevolmente ad interagire, descritti a gruppetti (molto
bella la sfida al tempo ed al destino del nero che viene colpito dalla
bellezza non solo terrena di Claudia), infine ci sono foto di gruppo che
vedono come fuoco sempre Claudia, l’unica ad avere un nome. La roulette
russa delle fermate colpisce al secondo tentativo, richiamando proprio
la bella donna che, scendendo, rompe la dis-armonia di quel microcosmo,
e poetare non ha più senso.
Desiati si congeda con due componimenti di stile che ci regalano ancora
visioni di autobus come illuminazioni nel doppio senso rimbaldiano del
termine e che rimandano sempre al concetto di vita parallela dell’universo
rispetto all’uomo.
Ad alleviare distacco e solitudine non vi è certamente la religione,
che il poeta tratta sarcasticamente, ma ci potrebbe essere un amore profondo
e sentito. Non siamo di fronte ad un poeta “innamorato” che
trasferisce violenta la sua passione sulla carta, ma il tema dell’amore
è una velina sottile e delicata che accarezza l’intera raccolta,
andandola anche a chiudere non senza certa amarezza.
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