Andrea Aufieri
Invito alla lettura, Angelo Petrelli "Elegia"

Angelo Petrelli, Elegia, Poet/Bar, Besa Editrice

 

La collana Poet/bar di Besa, curata da Mauro Marino, si è recentemente specializzata nel dare spazio ai poeti emergenti, e in questo caso opera un falso azzardo proponendo l’esordio del neo-ventunenne Angelo Petrelli di Arnesano. Il poeta redige la rivista L’Alter Ego con Eliana Forcignanò e collabora al sito musicaos.it, curato da Luciano Pagano e Stefano Donno ed è anche presente nel primo numero di Vertigine la rivista curata da Rossano Astremo. La sua pubblicazione è un falso azzardo perché egli già si presenta combattivo e sanguigno, capace d’atmosfera.
Per analizzare i temi forti della raccolta è sufficiente osservare la copertina, di uno scoraggiante colore nero che Pagano, nell’intervento inaugurale, ci suggerisce essere lo sfondo di tutti i componimenti presenti nel libro, effettivamente dominati da un pessimismo eroico e tragico, mai statico né fatalista. Un nero da intendersi come assenza di luce, cioè di quell’amore cui il poeta anela come sua soluzione e per cui lotta, o ha lottato, e, sempre, soffre ( Elegia, l’intenso componimento che presta il titolo alla silloge). Anche l’amore possiede il suo lato parallelo e oscuro, misurandosi con qualcosa d’inarrivabile e impossibile, assente o perso per sempre, odiato e rimpianto- pura elegia-, come nei versi Sono con te, questo, sporco di bene (Kleis) o quando sono infelice della tua bellezza( Rifiuto dell’eros d’essere elegia) o ancora forse non so se potrò innalzarmi ad una simile bellezza (Per i miei ultimi vent’anni).
E’ racchiuso in quest’idea profondamente straziante il perché di un titolo così impegnativo: Michelangelo Zizzi, nel secondo dei quattro interventi contenuti nel libro (oltre al già citato Pagano vi sono anche due postfazioni di Giuliana Coppola e Serena Mauro), ci ricorda che l’elegia è una tra le più antiche forme di versificazione tecnica o interiore e ci provoca asserendo che l’opera meriti un’attenzione, e quindi una lentezza, anacronistica quasi quanto la forma poetica scelta. Questo è vero finché non si ammette che la poesia ha in ogni caso bisogno di tempo, sia da parte di chi si prende il fastidio, non richiesto, di scriverla, sia da parte di chi si prende il disturbo, sperato, di leggerla.
I temi elegiaci non sono neanche così anacronistici, visto che pervadono pressoché l’intera esperienza poetica del secondo Novecento( Zizzi ci ricorda Penna e Bellezza, ma vi si potrebbero accostare anche i nomi di Zanzotto, Porta e Bodini, solo per citarne alcuni).
E’ in ogni modo ipotizzabile che la scelta di Petrelli viaggi su binari esclusivamente personali, siano essi biografici, ideologici o idealizzati. I temi di morte, d’angoscia e d’ansia, strettamente connessi con il più umano dei sentimenti, stridono sulle rotaie di un Tempo assurdo che agisce ignaro e inconsapevole d’agire. Solo gli uomini distratti alleviano le loro pene con una musica cui non assegnano il profondo valore spirituale che le spetta (Molokh). Di qui il riferimento e gli omaggi espliciti, nei Versi d’occasione, a Dylan Thomas e Samuel Beckett. Con il primo, Petrelli condivide in particolare l’esordio a vent’anni e la struggente trattazione dei temi amorosi/mortali, mentre con il secondo tutto ciò che circonda e muove questi temi, e viene da pensare a quella Lecce squallida, grigia e disperata, con la gente fottuta che(…)mette in scena, in movimento, prossima l’insidia sulla famosa pietra bianca che qui diviene oscura, malvolente.
La poesia, qui anti-musicale, non è così un lenitivo: è una descrizione onesta e lucida lì dove il poeta-uomo è in ricerca e nostalgia, è in confusione e contraddizione, disfatto e dolorante.
Proprio il dolore che il poeta prova o provoca, come condizione umana o danno collaterale di un amore perso o troppo intenso, è distillato e lucidamente assaporato ed esibito in quel dolce dolorare ed in quella calma del Male, con note di autocompiacimento che lo rendono maudit.
Quest’affinità con i poeti maledetti potrebbe continuare coinvolgendo, ad esempio, anche il tema della fede cui il poeta sembra attribuire il valore di un aspetto non preponderante della spiritualità umana, ma la profondità di questa tesi non è così demarcata: quando scrive Mi lamento per ogni grazia ricevuta da questo Dio dal cuore troppo inesauribile, non si pone certo nella posizione di nemico di Dio nel modo aperto dei fasti verbali utilizzati da Rimbaud ovvero, soprattutto, Lautréamont.
La spirale di niente, nulla, morte, freddo, grigio dei quali è intrisa l’intera opera, in particolare il componimento Rien nul, può avere uno sbocco positivo? Abbiamo già detto della soluzione, ma nulla può lenire il gran dolore dell’eroe ferito? Proprio al termine della mini-silloge Rien nul, con l’anafora Non posso morire, l’artista sembra farneticare di una speranza, che qui si potrebbe paradossalmente definire disperata, oltre che provocatoria e quasi falsa. Un momento per ogni sperare è l’unione amorosa degli occhi, la speranza è definita stupida, ma operandola il poeta innamorato perso- e di questo consapevole- resta fottuto dove so di cadere e spero(,…).
L’ultimo componimento che Angelo ci regala e si regala, è una riflessione sui suoi ultimi vent’anni e sembrerebbe uscire dal concetto elegiaco per portarvisi al di sopra e più in là: guardando indietro e prendendo coscienza di sé, non solo come Poeta ma anche come Uomo, sempre se stesso nonostante tutto, persino l’amore, apre al futuro fidando in altri che in se stesso e nella sua libertà, oltre ogni superfluo onere e scandalo, consapevole dei limiti interiori ed esterni, che comunque sfiderà. Ma leggiamo tutto questo dal testo:

(per i miei ultimi vent’anni)


ho paura di non cambiare, di
non distinguere il bene dal male,
(prendere per vero ciò che dici e
lasciarmi così cadere esatto
compito, ritratto e gravato
da tutto il superfluo- Male io dunque
a vent’anni
sono così profondamente me sempre
me stesso, che solenne e datato
oltre al tuo orrore- forse non
so se potrò innalzarmi
ad una simile bellezza- e di certo non
vado a dannarmi nella forma che
voi di me fate).

Un ultimo regalo per i visitatori di questo sito è un componimento che ha colpito particolarmente chi scrive:

ELEGIA
Non lasciarmi andare ancora,
dicendomi che non finisce qui
che tutta la fatica risarcirai
interamente- che mi verrai
a cercare,

per quello che sono e mai sono
-sotto una sola parola negata
chiamerai
a te stessa, vorrai un mio bacio (,…)

Coprendo i miei occhi con tutta
la tua voglia di non farci morire,

e sarai di più una volta
la mia soluzione- e dal tuo
cadrà ogni colore, e tutta
la luce.

Anche in quest’opera compare il segno (,…) sul quale è giusto soffermarsi in ultimo. Come Serena Mauro nel suo sensibile intervento ci fa notare, un elemento importante di quest’opera è il silenzio.
Silenzio di frasi non dette, silenzio perché è giusto che sia così, laddove le parole sarebbero solo rumore.

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