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Luciano
Pagano
Giuseppe Granieri - "Blog generation"
Blog generation, Giuseppe Granieri,
Saggi Tascabili Laterza, Laterza, 2005
Giuseppe Granieri in “Blog generation”
(Laterza, 2005), analizza i mutamenti che sono avvenuti, sotto il profilo
tecnologico e sociale, nella percezione dell’informazione, a seguito
dell’avvento dei weblog (nel testo) comunemente detti blog. Sono
presenti considerazioni sui fenomeni che hanno anticipato il fnomeno negli
anni scorsi (liste di discussione, ICQ) dalle quali si passa ad una trattazione
seria e scorrevole di due argomenti: come i blog hanno modificato il livello
di partecipazione pubblica al mondo dell’informazione e quali sono
le strategie che il mondo della comunicazione e quello dell’economia
applicano per trarre benefici dai blog. Un’escursione interessante
è dedicata a Google, al passaggio da motore di ricerca/banca dati,
a strumento di conoscenza, e di alfabetizzazione (reale e virtuale) con
sconfinamenti nella semantica del web.
Questi argomenti fanno da premessa allo sviluppo dell’ultimo argomento
che verrà toccato nel testo: i weblog ed il rapporto con il mondo
della politica.
Qualcosa è cambiato nel mondo dell’informazione e della gestione
dei contenuti, le logiche di funzionamento di un blog sono specchio delle
logiche dell’editoria. Se un giornale tratta argomenti interessanti
vende, viene letto, e così un blog. Se un giornale tratta un argomento
di interesse particolare può accadere che attorno ad un tema nasca
un ‘passaparola’, che porta altre persone a seguire gli sviluppi
di quel tema, e così accade per i blog. Esistono giornali che sono
dichiaratamente di parte e schierati, e così i blog. E’ naturale
che i punti forti dei weblog vangano messi in evidenza dai punti deboli
dell’informazione giornalistica tradizionale (carta stampata, televisione),
e che quindi la rivoluzione dei blog sia indice della mancata velocità
dei vecchi media nel tenere il passo (paradossalmente) con l’ansia
non tanto di ‘essere informati’ quanto di ‘partecipare’
degli individui. Chi può dire che ciò che viene stampato
su un giornale è vero o falso? Es soprattutto, di fronte ad una
notizia falsa, come si può replicare? Attualmente i blog sono l’unico
modo con cui si può creare un’informazione e diffonderla
nel tempo più rapido e con il minor costo. In questo saggio vengono
anche analizzate le componenti socio-antropologiche dei blogger come gruppo
esteso, le regole di funzionamento dei linkaggi, il meccanismo di costruzione
di ‘ontologie dei contenuti’. Scemata la fase di transizione,
nella quale si è apcalittici o integrati, si giunge finalmente
a riconoscere tutte le implicazioni positive di questo mezzo, non per
niente i paragoni che Granieri fa con un periodo storico sono quelli che
accostano la blogosfera alla polis ateniese. Si certificano mutazioni
di costume che si accompagnano a quelle del linguaggio, “to google”
diviene un verbo inglese che significa l’azione di raccogliere informazioni,
a prescindere dal motore di ricerca utilizzato. La vastità delle
informazioni (più di otto miliardi di pagine) e l’incremento
continuo del numero di blog che vengono aperti, i quali possono durare
o essere chiusi, non fa temere. Il recente progetto di costituire ‘la
più grande biblioteca di tutti i tempi’ è indice oltre
che della volontà di dare coordinazione ai contenuti razionalizzandone
il reperimento anche del fatto che attualmente la tecnologia permette
di raggiungere un tale risultato. Di recente è stato proposto un
progetto simile, che dovrebbe affiancare quello di Google, da parte del
Governo Francese.
Il blog diviene alleato dei giornalisti perché da una possibilità
di approfondimento delle notizie e di confronto con i lettori.
Interessanti le analisi di ricaduta sul mondo della politica che vengono
fatte dall’autore. Un candidato che voglia utilizzare internet come
un altro mezzo di propaganda compie un errore di valutazione e difficilmente
trova corrispondenza nell’esito della cabina elettorale. La rete
rivela la sua importanza come mezzo di possibile aggregazione sociale
proprio nel momento in cui viene abbandonata, Granieri porta l’esempio
di come nelle elezioni statunitensi la rete sia il mezzo più semplice
per organizzare i gruppi di volontari.
Il pensiero che vuole comunicare l’autore è che internet,
come la radio o come la stampa, offre un immenso potenziale di democraticizzazione
e di reale compartecipazione alla vita pubblica, anche quando ‘partecipare’
significa criticare il principio di auctoritas, tuttavia anche internet,
come gli altri media, è ciò che noi facciamo diventare con
l’utilizzo, dove la responsabilità del gradiente di verità
di questo sistema è diffusa in modo planetario (nei paesi industrializzati).
Se questa opportunità, dal mondo dell’informazione non trova
corrispondenza nel mondo reale rischiamo di fallire in questa scommessa.
Se posso comunicare il mio pensiero contemporaneamente a cento milioni
di persone, ma impiego mezz’ora per raggiungere il paesino situato
di fronte al mio, separato in linea d’aria da dieci chilometri e
collegato da una strada impervia, il rischio è quello che anche
l’economia che si è andata costruendo sulle informazioni,
rischia di non migliorare la qualità della vita, ovvero: le zone
disagiate del pianeta potranno essere raggiunte da un segnale ed essere
connesse e restare invece unplugged per il resto degli aspetti della loro
vita quotidiana.
Il merito di questo saggio – per chi si avvicina alla blogosfera
proveniendo da un qualunque ambito/luogo – è quello di far
cogliere le implicazioni sociali di un fenomeno che non sempre riceve
una copertura adeguata fuori dalle sezioni dedicate al ‘costume’
delle testate. Esistono, è vero, delle eccezioni. Il discorso di
Giuseppe Granieri essendo un discorso sull’impatto sociale non può
non tener conto di certe deviazioni, quella per cui, ad esempio, quando
si parla di rete in termini sensazionalisti si toccano argomenti come
la pedofilia. Il fatto è che la rete costituisce uno strumento
di comunicazione/collegamento per tutti (chi può accedere) e per
ogni tipo di comunicazione, quindi, come con ogni mezzo, il buon senso
genera buon senso. |