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Luciano
Pagano
L’abisso dello spettacolo. Andata e ritorno.
su “Contro la comunicazione”
di Mario Perniola
Mario Perniola, Contro la comunicazione,
Einaudi, 2004
Mario
Perniola inizia il suo ultimo lavoro, “Contro la comunicazione”
raccontando tre brevi storielle, indicative dell’atmosfera, forse
meglio dire ‘pneumosfera’, della quale si avvolge il mondo
della comunicazione. Farò ugualmente anche io, raccontando un aneddoto.
Sono stato iscritto alla facoltà di Filosofia di Lecce dal 1995
al 2002, anno in cui mi sono laureato. Nel 1995 i corridoi di Palazzo
Parlangeli erano sempre affollati di studenti, si poteva addirittura fumare,
praticamente dovunque, e una delle scene più consuete era rappresentata
dallo studente/studentessa, seduto/a sui gradini delle scale a chiocciola
in puro cemento armato non rivestito, a leggere un libro (Hegel, Feyerabend,
Kant). Il nostro professore di Estetica, ogni tanto, si accendeva una
sigaretta in aula durante la lezione, mentre quello di Teoretica non alzava
lo sguardo dal testo della Gessammelte di Kant, prima leggendo in tedesco
e poi traducendo a memoria. Nel 21002, anno in cui ho abbandonato quei
corridoi non si poteva più fumare e, gli iscritti al corso di laurea
erano una quarantina. Dov’erano finiti tutti gli altri? Forse perduti
nel passaggio tra un vecchio un nuovo ed un nuovissimo ordinamento, persi
alla ricerca di un metodo che potesse trasformare in lavoro una laurea.
Dove si iscrivevano i nuovi diciottenni, freschi di maturità? A
SdC. Ed è lì che sono confluiti, insieme ad un cngruo numero
di interessati alla materia un altrettanto congruo numero di disinteressati
alle facoltà scientifiche (di cui SdC conserva l’aura, per
molti e poco convinti, di tecnico esoterismo). Il carattere trasversale
di SdC, molto più accattivante della trasversalità di saperi
offerta dalla facoltà di Filosofia, ha fatto centro. Fine dell’aneddoto,
con l’indicazione che anche a Filosofia c’erano molti studenti
parcheggiati. Importante per comprendere come la lettura dfi questo saggio
interessi una larga parte di ‘pubblico’, per due motivi. Il
più importante è forse quello che in questo testo si tenta
di individuare una soluzione che va oltre la critica di uno stato delle
cose. Perniola nel suo testo analizza i caratteri distintivi della comunicazione,
con esiti che sono centrati :”[…] emerge una differenz rilevante
con lo spettacolo: buon attore è chi sa recitare in modo coerente
molte parti di una commedia, ma buon comunicatore è chi, pur non
interpretandone bene nessuna, riesce sempre ad occupare la scena”.
Nell’era della comunicazione il modulo in voga è quello della
‘performance’, e del tentativo consumato di eternizzare l’effimero,
in ciò, la comunicazione, anche grazie ad “una catena di
ingenui pronti a scrivere la storia dell’ultima idiozia”,
compie la sua opera in modo egregio.
Il concetto sosstenuto da Perniola è che la comunicazione, con
la scusa di presentare la superficie con tutto il suo sfavillante splendore,
nasconde invece un sostrato di oscurantismo, la pretesa e scultorea eternizzazione
dell’attimo, comunicazione del nulla. La comunicazione necessita
di una soglia d’attenzione da mantenere sempre alta per nascondere
il vuoto. Perniola affronta diversi ambiti/accezioni sotto il profilo
della comunicazione, il segreto, la violenza, la new economy, ma anche
la vita, i valori, la pornografia, il fascismo e altri, fino al termine
‘obliquità’.
La prima parte del testo è dedicata infatti agli aspetti della
comunicazione. ne deriverebbe un quadro molto poco confortante se la seconda
parte non fosse dedicata all’estetica e alle sue chance di vittoria
critica sulla comunicazione. Mario Perniola insegna per l’appunto
Estetica presso l’Università Tor Vergata di Roma e presso
l’Università di Kyoto. Ma torniamo alla facoltà di
SdC, dopo un’attenta analisi comparata di fascismo e comunicazione
Perniola parla degli studenti: “Quando una massa enorme di studenti
si accalca davanti alle segreterie dei corsi di comunicazione, essa offre
uno spettacolo che è indubbiamente più rassicurante delle
adunate fasciste, perché non vuole <<credere, obbedire, combattere>>
ma sostituire il lavoro col gioco, Thanatos con Eros, la guerra con la
pace universale. La mia simpatia è tuttavia piena di mestizia,
perché sono destinati a essere gabbati non meno dei loro antenati
fascisti”.
A conclusione della prima parte, saremo in sospeso con una domanda: dopo
che l’insensatezza della comunicazione viene fatta discendere ed
è affiancata all’insensatezza del pensiero occidentale, pervasiva,
invasiva, livellante e distruttiva, dopo di ciò, esiste qualcosa
che può contrapporsi alla comunicazione? Esiste una superficie
altrettanto forte, ma dotata di un’ontologia propria, tale da prevaricare
ogni paradosso e resistere allo strapotere del nulla, magari utilizzando
mezzi che apparentemente, per alcuni, possono sembrare simili? La risposta
sottintesa è un sì, l’affermazione di Perniola è
Estetica. L’estetica dispone di tutta una serie di sfaccettature
–non ultima la sua storicità, intesa come riflessione su
diversi concetti filosofici - che la mettono nelle condizioni di contrapporsi
allo strapotere della comunicazione massmediatica. In questo senso va
intesa non una sua riscoperta, di cui questo testo non vuole tessere l’incominciamento,
bensì una sua attuazione come forma di resistenza e lotta.
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