Fabrizio
Corselli
IL CONCETTO DI MIRABILIA
E IL NARCISISMO COME ELEMENTO NECESSARIO PER
LA SOPRAVVIVENZA DELL'ARTE
Ciò che espongo, qui a seguire,
è stato ben intuito tempo fa da Aristotele nel primo libro della
Metafisica. La visione e la contemplazione di un oggetto, di un evento
o di una situazione, sia anch'esso solo un testo, fa nascerne la volontà
di attuazione. Il creativo più non si nutre soltanto attraverso
la propria autopiesi, ma gioisce dell'Altro, che insieme all'esperienza
divengono le primigenie forme di meraviglia dell'individuo. Adesso, lo
scrittore è completo, nel suo meravigliarsi di un altro scrittore
da cui suggere i necessari elementi di trasporto per il proprio percorso
ispirativo. Nel momento in cui si procede con la lettura di qualcosa,
varchiamo i confini di un altro mondo, di proprietà di colui che
scrive ed erige strutture e ancora edifici al pari di un architetto; esso
ha le sue leggi e tali devono essere rispettate, poiché nel trasgredirle
potremmo essere condannati ad una pena ben peggiore del bando:
Come Aletto dagl'occhi sanguinanti
del Creativo asperge il proprio cuore
la turbata Linfa del crepuscolo
innanzi al riflesso d'uno specchio
di condivisa natura,
ancor più ebbro d'illusoria essenza.
Il processo a cui andiamo incontro come sonnambuli nella fase più
acuta del reve - avendo lasciato precedentemente le spoglie del reverie
- lo si assume come un sogno iperboreo, ove in un albero più si
sale più si assurge all'Assoluto, laddove i rami più protendono
alla parte più "alta" più vengono vivificati;
laddove la parte più bassa invece di seccare più velocemente
come nelle conifere, segue una graduale quiescenza metafisica, dove il
"non nascere" si configura come un ritorno a se stessi, come
immobilità autoriflessiva che si compenetra con il concetto speculare
di dinamismo intrinseco. Allorché, alla parte più bassa
appartiene l'esperienza pragmatica:
Enerva un metafisico ramo
le infinite scie di altre realtà
diffratte tra le fronde del sapere umano,
poiché così acerbo ed edace
di un frutto la caduta non s'arresta.
Quindi, questa apparente ed illusoria "esiguità" della
dimensione letturiale - ancor più del "vero" vivere artistico
- contesa da un lato dalla semplice esperienza denotativo-referenziale
di una ristretta gabbia significativa che è la parola, e dall'altra
da una intima e profonda dimensione intrioiettivo-interpretativa del significato,
è sempre più protesa verso una "morte dei sensi",
verso quell'annullamento che non si configura impropriamente con la fine
del tutto, ma con uno slancio tensivo, operante un dinamico e spasmodico
raggiungimento della negazione di se stesso per ricongiungersi al suo
opposto; ovvero una autoriflessività del pensiero creativo ma ancor
più di una percettibilità che dapprima si nega, per poi
legarsi al suo assoluto... coronare il sogno di unirsi alla propria metà
archetipica:
Silente è la lotta
tra due esistenze di cromatico vanto;
Né vincitori né vinti
laddove si contempla
di nemici e cadaveri
lungo il sentiero di ombrosa tinta,
l'innumere fato.
Così, l'energheia ("attività") sopra citata -
intesa come promanazione d'aura dell'opera che aiuta il lettore ad attuarsi
attraverso la compartecipazione di una sottile e profonda empatia con
esso, durante la dimensione letturiale - si sviluppa lungo quell'asse
estetico che supporta come estremi l'umiltà e il narcisismo, tra
di loro indissolubilmente legati; la disfatta dell'una è linfa
vitale per l'altra. Così la Superbia oscilla e si rinvigorisce
lungo il tratto che separa questi due estremi:
Sottile e Sublime è il riflesso
di una eco infranta al di là dei confini
di una verità che nel Bello
le proprie spoglie metamorfosa.
Come un serto di apio e di mirto
al pari di un istmico vincitore,
il sapere si cinge la cresta,
poiché di una sola fronda di olimpica resa
mai innalzi il proprio calice colui che agita la veglia.
Il termine "Sottile" ci viene incontro e diviene fondamentale
chiave di lettura nel proprio legame con la categoria estetica della Subtilitas
e con quello di Mirabilia. Ben sappiamo, che a noi piace ciò che
è semplice e chiaro, e rifuggiamo da ciò che risulta oscuro
e non distinto, poiché possiamo arrivare facilmente ad intenderlo,
a scorgere la sua armonia e bellezza. Al contrario, se posti di fronte
a qualcosa di complesso, di difficile o confuso, riusciamo a darne spiegazione,
a comprenderlo, a conoscerlo in tutta la sua pienezza, allora il piacere
che ne deriva da tale contemplazione sarà maggiore; la lettura
si trasforma in ricerca delle passioni, il sapere in archeologia del pensiero.
Nel caso dell'altro estremo, possiamo invece dire semplicemente che all'umiltà
soggiace l'essenza dell'Arte poiché così in essa è
rappresentata la nudità dell'animo artistico; una inconsapevole
oggettività delle cose che fa del proprio corpo di osservatore,
strumento di verifica. Una dimensione, quindi, oggettivante e per di più
aderente a quella della sofferenza e del dolore, ma che attraversa una
positiva forma di esperienza.
Allora, alla luce di tutto questo, per passare dallo stato di lettore
e scrittore pragmatico a quello di creativo e architetto di una realtà
intelligibile, non più costituito da mattoni e materia, quanto
si è disposti ad eccedere la soglia della dissociazione e del solipsismo
come anima sul limite della fossa dell'Ade? Si va in "esilio"
artistico quando colui che crea non ha più la capacità o
la possibilità oggettiva di estraniarsi dal contesto in cui è
inserito, di rendere silenti anche i più rumorosi fragori per potere
trovare il vuoto compositivo, ove il nulla stesso ed il silenzio amplificano
l'estro individuale... ma un silenzio che silenzio non è ma è
SUONO Assoluto che rifiuta se stesso per legarsi alla sua metà
archetipica secondo il principio iperboreo, un vuoto in stato di quiescenza
metafisica: si dà così inizio alla fase compositiva.
Servo iperboreo è l'umano senno
di colei che al Caos la forma imprime,
poiché della Materia, al pari di Démeter
l'artificio, inconsapevole, all'eternità condanna.
Ed è qui, che il narcisismo vicino all'estremo assoluto dell'Arte,
dopo aver percorso il tratto che lo separa dal coronamento di tale sogno
e lasciato l'altro estremo sull'isola di Nasso al pari di Teseo, reclama
il suo tirannico posto; una dimensione non intesa come pratica egotica
di un individuo superbo o lasciata in balia dei propri sensi estetici,
ma come volontà del subire l'azione incantatoria stessa dell'opera,
in modo da raggiungere la consapevolezza della sublimità del proprio
creato; il narcisismo si esplicita così nel duplice significato
di preservazione della personale integrità artistica; il creativo
si difende dalla falsa realtà delle cose:
Come realtà rifratte
nelle pupille di un cristallo,
pluriforme, è l'immaginazione,
dall'ombra diluita
di verosimili oggetti inanimati,
così ricercando in prospettive
d'oggettiva e soggettiva necessità,
il destino di tutti gli esseri viventi.
Incline ad offrire molteplici risposte,
di sé ognun alla ricerca,
alla percezione volutamente affida
così alla sensibilità di latente natura,
i propri quesiti.
Come in un cerchio, l'elogio per un altro autore ripercorre in tutta la
sua estensibilità dinamica ed eterna la circonferenza dell'essere
e del divenire; codesta ciclicità del dire e dell'essere, non si
configura come una noiosa ripetibilità dell'azione verbale e dell'esistere
in quanto la parola è definitoria di una realtà logica ma
come una futuribile visione in avanti di ciò che ingenera nell'individuo
stesso il protendere verso un percorso indomito. L'Arte come la Lettura
va dominata nel farne viva esperienza!
La si genera al di là di un sogno
come nutrice di padre e madre orfana,
colei che in sé accoglie forme e principi
mentre oscilla dai limiti della ragione
e scuote di omologhi concetti altresì diseguali,
gli estremi del pensiero.
Artista è colui che ancora riesce a meravigliarsi delle cose che
lo circondano.
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