 "Da
qui verso casa", di Davide Bregola
di Francesco Sasso
Da qui verso casa di Davide Bregola.
Kùmà, Lettere migranti, 2002, pagg.157, 11,00 euro
Un lettore. Un Libro.
Capita, a volte, che si incontrino in un giorno lontano dalla data di
pubblicazione che lo vide venir alla luce. Capita quasi per caso, ammesso
esista quest’ultimo.
Capita, anche, che il libro ti segnali porzioni di realtà letterarie
fino ad allora impensate. Che accenda un qualcosa in te. Una voglia profonda
di saperne di più, di scavare a fondo.
A me è capitato con Da qui verso casa di Davide Bregola.
Il testo è una raccolta di undici interviste ad altrettanti narratori
migranti in Italia.
Nella premessa il curatore scrive: “l’essere o il sentirsi
stranieri riguarda un modo di rapportarsi al mondo piuttosto che il provenire
da qualche altro mondo”. E verso la fine del libro, egli “fa
dire”, a tal proposito, al professore Gnisci, uno dei massimi esperti
di questa nuova letteratura, che non siamo di fronte a letteratura di
immigrati, ma letteratura migrante, o meglio “Letteratura dei mondi
[…] che comincia a formare una rete planetaria di conoscenze e di
ri-conoscenze, di traduzioni e di multiple reciprocità. […]
La Letteratura dei mondi è una poetica dell’avvenire- proprio
come quella romantica al suo apparire, ma liberata dall’eurocentrismo
e dall’egemonia della borghesia comprandola- piuttosto che una biblioteca
geo-politica ed ecumenica di opere. Generi, temi e rapporti culturali.”
Da qui verso casa è un testo di veloce e gustosa lettura, un libro
di “sbieco”, per il suo attraversare alcuni generi letterari:
biografico, manuale di scrittura creativa, inchiesta. Mette in fila una
serie di personalità di diversa provenienza culturale, nord/sud,
est/ovest: Younis Tawfik, iracheno, con la sua esigenza/desiderio di estendere
emozioni e visioni della vita, avvicinando la tradizione Araba a quella
Italiana; Alice Oxman statunitense, e la sua attenzione alla “voce”,
ovvero al dialogo nella narrativa; Ron Kubati, albanese, e la sua ricerca
dell’altrimenti; Jadelin Maiala Gangbo, congolese e la voglia di
oralità e di ritmo nella prosa; Helga Schneider polacca, e il rifiuto
della lingua tedesca come negazione della cultura nazista di una madre,
volontaria SS; Jarmila Ockayova slovacca, e la sua scrittura come impegno
di vita, per diventare ciò che si è; Tahar Lamri algerino,
e il suo paese che si fa corpo; Christiana de Caldas Brito, brasiliana
e quelle sue parole che liberano l’anima; l’altro scrittore
brasiliano Julio Monteiro Martins e la riproduzione della lingua del mondo,
ossia cacotopia; Melena Janeczek tedesca e l’urgenza di scrivere;
Smari Abdel Malek algerino, e la ripetitività della scrittura.
Di tutti questi scrittori, Bregola è ascoltatore attento–
“Io sono un ascoltatore nato, e lui ha voglia di parlare”-
che cerca di capire l’altro, in questo caso lo scrittore migrante.
Tutte le sue domande ruotano intorno ad alcuni argomenti imprescindibili,
come il rapporto dello scrittore migrante appunto, con la cultura d’origine;
il perché ad un certo momento della sua vita decida di adottare
un’altra lingua; e soprattutto come uno scrittore lavori artigianalmente
sulla sua storia.
Si avverte l’esigenza da parte dell’intervistatore di capire
non solo la figura dello scrittore migrante, ma l’immagine stessa
dello scrittore, senza etichetta d’origine, ossia l’uomo ed
il suo profilo sociologico, innescando un’efficace e seducente esplorazione
che percorre natura, fatiche ed emotività non comuni. Un invito-introduzione
verso una creolizzazione cosmopolita dei nostri percorsi di vita letterari
e non, sempre più lontana da fenomeni di etnocentrismo viscerale.
Poiché quel groviglio di conoscere, di modi di “sentire”
e di esperienze linguistiche, non potrà che arricchire la cultura
e la lingua italiana, donando a noi lettori nuovi strumenti espressivi
e, di conseguenza, la possibilità di ascoltare nuove Storie, quelle
del 21° secolo.
(per commenti sulla recensione visita il blog di
Francesco Sasso, Retroguardia)
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