I
“Diecimila e cento giorni” di Claudio Martini
di Luciano Pagano
"I diecimila e cento giorni", Claudio
Martini, Besaeditrice,
Claudio
Martini, con “Diecimila e cento giorni” è al suo esordio
di respiro, con un romanzo la cui storia abbraccia un arco di tempo di
ventisette anni - i diecimila e cento giorni cui fa riferimento il titolo
del romanzo – snodandosi tra l’Italia (Bologna) e il Perù,
la Bolivia e poi il Nicaragua e il Kosovo. Martini aveva pubblicato (oltre
ai testi inerenti il suo lavoro di psicologo) un libro di racconti e diari
di viaggio, intitolato Sguardi (raggioverde edizioni, 2004); già
in quella prova aveva dimostrato un’acutezza rara nel riuscire a
descrivere emozioni e situazioni germinali, in maniera analitica, scrupolosa,
senza risultare ridondante, una chiarezza di stile, la sua, che il lettore
percepisce fin dalle prime pagine, i suoi ‘sguardi’ sono spaccati
di situazioni, carati sull’oggetto, i rapporti tra uomini e donne,
le storie che si incrociano e cercano di uscire dall’ambiguità
per far ritorno ad una limpidezza di vita presunta o quantomeno sognata.
L’esatto, nell’indagine del razionale e irrazionale, è
il limite di Claudio Martini, il confine che l’autore percorre con
prosa asciutt. In questo suo primo romanzo le storie si intrecciano in
parallelo, un botta risposta essenziale in cui la narrazione è
lo specchio dei tempi, lo scenario è la mutazione politica e sociale
del nostro paese, dagli anni ’70 a oggi, con un inedito punto di
vista esterno, dall’America Latina, dove la vitalità dei
protagonisti ‘impegnati’ in quella zona stride con l’abulia
di Riccardo, il primo personaggio che fa comparsa sulla scena del romanzo,
bulimico, in piedi su una bilancia elettronica. Si badi bene, non siamo
alle prese con un romanzo che approfitta di piccole storie individuali
per riflettere il mutamento, la freschezza (nonostante tutto verrebbe
da dire) di personaggi come Consuelo o Fatima, denotano un interesse identico
per i caratteri e per il contesto. E’ difficile non immedesimarsi
nei personaggi. La prima scena, come accennato, vede Riccardo, insoddisfatto
della routine, pesarsi: la bilancia è implacabile, 112.4kg, metafora
che certifica la pesantezza di un’esistenza che raggiungerà
il suo culmine negativo a Napoli, nella stanza di un hotel di lusso, con
un tentativo di suicidio ridicolo per gli esiti ma altrettanto denso di
significato per gli esiti in termini di svolta esistenziale. Al termine
della prima parte, dove Riccardo e Fatima saranno in osmosi, ognuno avrà
fatto entrare un po’ di luce nella vita dell’altro, lei non
riconosce subito l’amore, perché non sa che cosa sia, mentre
lui, alleggerito, avverte al lavoro che “farà un po’
di ritardo”. Brevi scatti su storie che evolvono, cercando di mitigare
l’impatto dei sentimenti e dei desideri sulla vita. Diversi gli
spunti interessanti che provengono dalla professione e gli interessi di
Claudio Martini, che trasfonde in uno dei personaggi (l’unico che
parla in prima persona) elementi autobiografici (l’interesse per
l’emancipazione politica ed economica di zone potenzialmente ricche
di risorse in America Latina, l’EZLN). Emersione, Immersione, Navigazione,
Approdo, i titoli delle quattro sezioni del romanzo, infine, rimandano
ad una costante, quella di un ‘viaggio’ che tutti i personaggi
coinvolti nella narrazione sperimenteranno su sé stessi, fino al
capodanno del 1994, giorno nel quale ognuno di loro verrà colto,
nel bene o nel male, in un momento di vita nel quale la scelta personale
è divenuta un punto fermo, contro l’incertezza e l’instabilità
della vita vissuta in precedenza.
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