Flavia
Piccinni su "La tartaruga di Gauguin" di Andrea Bocconi
ANDREA BOCCONI, LA TARTARUGA DI GAUGUIN, Guanda, 130
pagine. 12,00€
Parlare
di viaggio ai carcerati. La tartaruga di Gauguin riuscirebbe a fare anche
questo. Anzi, annulliamo l’ipotetico. La tartaruga di Gauguin riesce
a parlare a chi non ha mai viaggiato. A chi è sempre stato chiuso
fra quattro mura, casomai in una piccola città. Una piccola città
come quella in cui l’autore, Andrea Bocconi, è nato e cresciuto.
Andrea però è riuscito ad allontanarsi dalla sua realtà,
per raccontarne altre. E sono quattordici le storie che questo lucchese,
aretino d’adozione, ci presenta nel suo ultimo libro. Storie in
cui parla di quattro continenti. C’è l’Europa. L’Italia
dove ad Arezzo un bambino impara a parlare, usando parole apparentemente
insensate. L’Italia dove a Forte dei Marmi un uomo va sempre in
vacanza nella seconda metà di giugno. C’è l’Asia,
con Bombay e Singapore. C’è l’Oceania con Bali, Uttar
Oradesh, Giava. C’è Tahiti, dove si snoda il racconto che
dà anche il titolo al libro. Il racconto più bello, forse.
Protagonista è Sandro Manetti, professore di storia dell’arte
di Lucca, che parte alla ricerca del pittore preferito: Gauguin, inseguito
già in Bretagna e in Danimarca. Manetti che lascia a casa la bella
fidanzata, si invaghisce di una montagna di donna, Ayu, conosce un uomo
misterioso, lo zio della ragazza thaitiana. Un mistero, che collega il
pittore parigino all’insegnante lucchese, nasce e cresce durante
la narrazione, attraverso una tartaruga che vive nella natura delle descrizioni,
attraverso le parole del saggio zio. “Non tutti muoiono” dice,
il vecchio, a Manetti quando calpesta il Pesce Pietra e gli chiede come
fa ancora ad essere vivo.
Protagonisti delle storie sono i personaggi, che diventano un tutt’uno
con i luoghi. Facce e storie così simili anche se così lontane
dal punto di vista geografico. C’è il ragazzo che non alza
lo sguardo e studia e conosce e parla con il mondo guardandogli le gambe,
i piedi, il modo di camminare. C’è la donna che dopo un viaggio
in India quando torna è cambiata, grazie ad un bellissimo acquisto.
Ci sono poi quelli che riconoscono gli elfi e quelli che non ci credono,
o almeno vorrebbero. E poi c’è il Dott. Agung, che comunicava
con la pittura. Dipingeva in maniera ossessiva sempre lo stesso soggetto,
appendendolo alle pareti di casa, pretendendone l’affissione in
quelle degli altri. La normalità e la realtà quotidiana,
che si intrecciano e si annullano, o completano, quando, d’un tratto,
sopraggiunge la volontà di stare zitti. Di chiudere la bocca. Cucirla.
Forse ascoltare. Un’espressione di sé che si articola, poi,
in passeggiate nelle risaie, caffè al bar, musica di xilofono.
Un silenzio che è fatto, soprattutto, di aquiloni costruiti con
sacchetti di plastica. Aquiloni che volano nel cielo, mossi dal vento.
Senza pretese.
“C’è chi viaggia sempre e non parte mai; c’è
chi parte e va lontano senza bisogno di viaggiare; c’è chi
parte e non viaggia e chi non parte e non viaggia” dice Andrea.
E lo fa attraverso le parole scritte sulla copertina, su uno sfondo verde
e rosso, con delle palme gialle, stilizzate. E sembra quasi impossibile
non credergli, che esista qualcuno che arriva lontano anche senza preparare
i bagagli. Soprattutto dopo aver letto. Anzi, dopo aver viaggiato con
lui, in Sierra Leone, in Turchia, in molte parti del mondo. Dopo aver
viaggiato così a lungo. Con così tanto piacere.
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