Gabriel
Garcìa Màrquez, "Memoria delle mie puttane tristi"
di Stefano Donno
E’
sempre una questione di Tempo. Nel Tempo possono svilupparsi una serie
di dinamiche tali, da contenere l’intero spettro dell’esistenza
umana (vita, morte, amore, paranoia, spersonalizzazione, personalizzazione
reclusiva, oltraggio al pubblico pudore, immoralità, moralismo,
restaurazione, pornografia, erotismo, immigrazione clandestina, prostituzione
organica e intellettuale, controllo, fanatismo, finzione, etc…)
e non solo. La Metafisica nel Tempo, trova allocativamente la sua ex-sistenza
fondazionale, a prescindere da sviluppi dialettico-materialistici propri
della Storia. E sebbene il Tempo e la Storia abbiano scelto una sintassi
e una grammatica strettamente categoriali, la Metafisica continua ad affermare
la presenza di un multiverso le cui interne determinazioni costringono
chiunque o qualsiasi cosa si trovi fenomenologicamente assorbita, a vivere
cineticamente un’aspetto del Destino che è già determinato
a priori. In questa spettrale triangolazione psico-cosmica (parafrasando
Manlio Sgalambro), tutto si gioca sulle opzioni selezionate soggettivamente
per la Sopravvivenza. Non ci sono regole, o leggi! E’ una scelta
casuale! Può andare bene, come può andar male! O meglio,
la scelta può soddisfare o meno parametri di comfort difensivi,
nell’affrontare quel dato segmento che sono le nostre vite, ancora
una volta sottosuddivisibili in micro strutture che interessano la mente,
il linguaggio e l’ambiente, al di là della singolare percezione
di complessità. Gabriel Garcìa Marquez, in questo suo ultimo
lavoro, Memoria delle mie puttane tristi, sceglie di giocare le sue doti
scritturali, su nano porzioni categoriali concernenti il Tempo, la Storia,
e la Metafisica.
Il Tempo:Certamente osservando Nancy Hagen, Jenny Kinght, Kae Lee, rese
eterne dall’obiettivo di Peter Lindberg, magari su qualche catalogo,
o sulle riviste pop-patinate, il Tempo viene a cristallizzarsi nel dominio
del qui, ora e per sempre. Ma questo accade su qualsiasi tipo di supporto:
l’Eterna Giovinezza tra le pagine di opere immortali, nelle foto,
nei film, nei fumetti, nei videogames, nei siti web, sui blog. Col Tempo
però si può perdere Memoria, ma attraverso gli occhi, qualcosa
ci permette di operare una scelta multimodale, che tramite gli altri sensi,
ci porta al presente, o ci trasporta nel passato, il nostro o di chissà
chi altro! Spesso l’associazione di idee è sufficiente per
ricordare attimi, vicissitudini, ad osservarci e a osservare lo svilupparsi
delle cellule,dei muscoli, degli organi, degli arti, dal loro fiorire
sino alla definitva consunzione. La scelta dell’opzione divulgativa
per la Sopravvivenza, dataci da Marquez, la leggiamo a pag. 133: “
(…) mi attraversò l’idea che la vita non fosse qualcosa
che scorre come il fiume impetuoso di Eraclito, ma un’occasione
unica di girarsi sulla graticola e continuare ad arrostirsi dall’altra
parte ancora per novant’anni”.
La Storia: La successione degli eventi che si svolgono nel mondo, la narrazione
di tali eventi e l’interpretazione del loro significato, cronaca
documentata e ordinata dello svolgimento di qualsiasi attività
artistica, culturale, scientifica, ciò che è veramente accaduto,
ma anche quello che sarebbe stato se … o ciò che non si sarebbe
mai verificato, diventando quindi Meta-Storia e aprendo le porte d’accesso,
senza nessun tipo di Fire Wall che tenga, alla Metafisica! E meta-storica
è la vicenda, la storia, narrata da Gabriel Garcìa Marquez,
in questo splendido libro. La voce, è quella dell’anziano
protagonista, un giornalista bizzarro, eccentrico, redattore del giornale
“Diario de la Paz”,(nel XX secolo in cui il progresso fa volare
gli aeroplani, e uno Junker, gettando in volo dal suo aereo un sacco di
lettere, inventa la posta aerea) alla soglia dei novant’anni. Leggiamo
a pag. 11: “ Non ho bisogno di dirlo, perché si nota a leghe
di distanza: sono brutto, timido e anacronistico. Ma a forza di non volerlo
essere sono riuscito a fingere tutto il contrario. Fino a questo giorno
presente, in cui decido di raccontarmi come sono per mia stessa e libera
volontà, anche solo per sgravarmi la coscienza (…)”.
Estimatore sottile di musica classica e di mignotte, si ritrova ad innamorarsi
di una prostituta adolescente, Delgadina, scoprendo il piacere di contemplare
il corpo nudo di una donna che dorme ( i rendez-vous puntualmente organizzati
dalla vegliarda maitresse Rosa Cabarcas, nel suo bordello) “senza
le urgenze del desiderio o gli intralci del pudore”. E’ l’amore,
che scopre il professore, quello che non ha mai cercato in tutte le donne
che ha incontrato e conosciuto, lui che riteneva l’amore non uno
stato dell’anima, ma un segno dello zodiaco, lui che finalmente
prende consapevolezza del fatto che l’amore gli aveva insegnato
troppo tardi, che ci si veste e ci si profuma per qualcuno, e che non
aveva mai avuto qualcuno per farlo.
Metafisica: Delgadina! Attraverso di lei, Marquez, rende omaggio alla
bellezza femminile, al corpo di una fanciulla descritto in tutto il suo
esplosivo sbocciare, utilizzando magistralmente uno stile, che gli permette
di tracciarne i contorni del viso, delle membra, e di ogni sfumatura di
un’anima in silenzio, corrosa e stupita dall’ossessivo oscillare
di Eros e Thanatos. Fanciulla vista come una gigantessa generatrice in
potenza di vita, prolifica nella lussuria come nella castità, tra
sangue e fuoco. E mentre ritrae quel corpo, lascia al professore l’ingrato
compito di una presa di coscienza, l’ultima forse, in cui viene
a galla dalle più profonde abissalità della coscienza, tutta
la potenza di una blasfema immobilità! Un rapporto quello tra il
professore e Delgadina, che lambisce anche dolci terre della pedagogia
sessuale, dove l’eccitamento prodotto dalla contemplazione estatica
di quel giovane corpo, viene ricambiato con il tentativo dell’uomo
di sublimare quella fanciulla povera, analfabeta,vergine, bellissima (pronta
pur di sbarcare il lunario, a donare le sue grazie al professore) attraverso
le dolci pagine, durante quegli incontri monointenzionali e monodirezionali,
del Piccolo Principe o qualche brano di musica classica. Un po’
da filosofia nel boudoir. Un libro quello di Gabriel Garcìa Marquez,
intenso, commovente, malinconico, che costringe il lettore a non staccarsi
dalla pagina, per tutta il tempo impiegato e necessario a finire l’intero
volume. La bravura di Marquez viene riconfermata anche in questo lavoro,
dove la capacità diegetica dell’autore, determina una compattezza
e simmetria per tutto l’intreccio, che non da spazio ad alcun vuoto,
o appesantimento del testo. Immancabile nella vostra biblioteca!
Gabriel Garcìa Màrquez, Memoria
delle mie puttane tristi, Mondadori, pp.146 |