Vittorino
Curci
Ancora blues
Prima
che sprofondi nell'oscurità della notte il cielo si fa trafiggere
da una tristezza blu infinita. E l'anima, catturata e senza tempo, ammutolisce.
Mood Indigo, intitolò Duke Ellington una sua famosa composizione.
Si potrebbe tradurre: umore indaco.
Che? Un colore (chiamato così addirittura da Newton) che diventa
umore? Nulla di strano. Nelle varie tradizioni culturali il blu è
sempre stato associato alla malinconia. In America, già intorno
al 1860, espressioni come essere preso dal blues e avere il blues connotavano
uno stato d'animo di infelicità e tristezza. Non fu perciò
difficile, quando in seguito se ne presentò la necessità,
trovare un nome a quelle assorte e dolenti canzoni che i neri biascicavano
graffiando sulle chitarre pochi accordi.
Il blues è una breve composizione che si sviluppa su una particolare
progressione armonica di tonica, sottodominante e dominante. Anche se
ci sono blues di otto o sedici battute, la sua forma più diffusa
è di dodici battute.
La melodia è caratterizzata dalla presenza di blue notes (terzo,
quinto e settimo grado della scala maggiore, diminuiti). L'immediata riconoscibilità
di un blues all'ascolto è essenzialmente dovuta alla bellezza dissonante
di queste note.
I testi di blues raccontano storie di povertà, di abbandoni, di
sofferenze. «Nobody knows you when you're down and out», canta
Bessi Smith. Nessuno vuol saperne di te quando sei povero e ti hanno cacciato
via.
Jean Cocteau riconobbe al blues il merito di essere il più importante
contributo dato dalla nostra epoca alla poesia popolare.
Gli antenati del blues sono i canti di lavoro nelle piantagioni del sud:
gli hollers (i canti individuali) e i work songs (i canti collettivi).
I suoi discendenti diretti sono il pop, il rock e il jazz dei nostri tempi.
I Beatles si sono sempre considerati un complesso di rock'n'roll. E John
Lennon, un volta, fu anche più chiaro: «Se il rock'n'roll
avesse un altro nome, sarebbe quello di Chuk Berry». Da Benny Goodman
a Frank Sinatra, da Elvis Presley a Bob Dylan, il blues è una fonte
inesauribile di ispirazione. Prima di essere il nome di famosissimo gruppo,
Rolling Stones è il titolo di un blues di Muddy Waters.
Amiri Baraka (LeRoi Jones) ha detto: «Ritengo l'origine del blues
come l'atto di nascita dei neri americani». La forma, cioè,
attraverso cui nella cultura americana si manifesta la coscienza nera.
Questa coscienza esplode in modo particolare nel jazz, la cui cellula
germinale è nella battuta e mezzo alla fine di ogni verso in cui
il vecchio cantante di blues improvvisa alla chitarra una frase di commento
prima di passare al verso successivo. In quella battuta e mezzo nasce
la moderna improvvisazione. Quando si dice che senza il blues il jazz
non esisterebbe, si coglie una grande verità. La musica di Duke
Ellington, Charlie Parker, John Coltrane, Thelonious Monk, Miles Davis,
Bill Evans, Ornette Coleman ecc. è la chiara dimostrazione che
il blues è l'essenza stessa del jazz.
Oggi la cultura del blues è pienamente inglobata nella cultura
del mondo occidentale. Ma la sua accettazione è stata lenta e difficile.
Soprattutto per quelle dissonanze (le blue notes) che erano del tutto
estranee alla logica del nostro sistema tonale. Il contrasto nasceva dalla
giustapposizione delle scale pentatoniche africane con le scale maggiori
e minori della tradizione europea. Nei primi tempi insomma sembrava che
i neri non sapessero cantare. E invece, come spesso accade nelle vicende
dell'arte, il problema era semplicemente un altro: essi cantavano in un
modo diverso. Recepire quella diversità è stata una conquista
che è costata anche umiliazioni e sconfitte.
Un solo esempio.
Nel 1958, nel corso di una tournée europea, Billie Holiday, la
grande Lady Day, tenne un concerto in Italia, il paese, per intenderci,
in cui qualche decennio prima il maestro Angelini per eseguire alla radio
un arrangiamento di Saint Louis Blues aveva dovuto tradurre il titolo
della canzone in Le tristezze di San Luigi.
Ebbene, Billie Holiday, la più grande cantante della storia del
jazz, al Teatro Smeraldo di Milano fu letteralmente fischiata e costretta
ad abbandonare la scena. Certo, era capitata nel posto sbagliato (uno
spettacolo di rivista) e la sua voce non era più quella di un tempo.
Ma è altrettanto vero che nell'Italia di allora, dominata da sonorità
sanremesi e napoletane, il fascino di quella voce poteva essere apprezzato
soltanto da pochi appassionati.
Oggi quella stessa voce la si può persino ascoltare in qualche
spot pubblicitario alla televisione.
Viene il dubbio che il blues ci abbia presi tutti.
su gentile concessione dell'autore, articolo pubblicato su Villaggio
Globale
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