GEZIM
HAJDARI: la poesia come forza e sublimazione
Intervista all’autore a cura di Stefano Donno
1.
D. Gezim Hajdari, possiede una forza poetica che ha dell’incredibile,
sia per ciò che concerne la costruzione del registro e del timbro
nei suoi versi, sia per l’aspetto strettamente legato al messaggio
poetico. Prendiamo ad esempio la raccolta Stigmate / Vragë, un luogo
dove vengono individuate da Cristina Benussi nella prefazione a volume
edito da Besa, delle categorie come l’Esilio, l’Addio, l’Identità
persa proprie della sua poesia. A nostro avviso c’è molto
ancora, e in più profondità, e specificamente un lavoro
sull’elaborazione della separazione e del lutto. Sono questi i Suoi
punti di riferimento nella scrittura poetica?
R. La mia scrittura poetica non è solo un lavoro
sull’elaborazione della separazione e del lutto. Sarebbe molto limitato.
Anche se lutto e separazione appartengono al sentimento dell’uomo
e, come tali, sono cose profondamente umane. Del resto il lutto non è
segno lugubre perché in ogni cosa che amiamo si preannuncia la
perdita, lo svanire, la distruzione della stessa. Lutto e separazione
sono segni d’amore e significano nostalgia nei confronti delle cose
che non permangano, ma ci lasciano, che si separano dolorosamente da noi.
Non si può accompagnare un caro defunto al cimitero del mio villaggio,
senza che se ne enumerino prima le virtù nei compianti funebri.
Forse è questo lo scopo della poesia stessa. La nostra separazione
è trascendentale, è iniziata con Adamo ed Eva. Tutto questo
rapporto: tra vita e transitorietà delle cose, amore e separazione,
si trasforma in forza e sublimazione che solo una vera poesia può
trasmettere. Separazione per un poeta migrante non vuol dire semplicemente:
incurvarsi sotto la nostalgia per le radici, per i confini, per la lingua.
Aiuta l’uomo a diventare più umano, si conosce meglio se
stessi e ognuno riesce a comprendere meglio il mondo, stabilizzando un
colloquio nuovo con l’Alto e con gli uomini, quindi la separazione
- nello stesso tempo - diventa salvezza per il poeta e la sua arte.
Separazione, lutto, nostalgia e dolore hanno alimentato la grande poesia
di tutti i tempi, sia quella lirica che epica. D’altronde tutta
la grande poesia del passato non è stata altro che “separazione”
e “lutto”: da Omero a Virgilio, da Dante a Foscolo a Hikmet
a Neruda, da Yosuf a Darwish… Un esempio straordinario sono i canti
epici albanesi: Giorgio Elez Alìa (Gjergj Elez Alisa) oppure Costantino
(Kostandini) e Doruntina (Doruntina). Tutte le grandi religioni sono formate
sull’esperienza della separazione e del dolore.
Quando torno in Albania sento la nostalgia non solo della mia Darsìa,
ma anche quella dell’Italia, dell’Africa, dell’Asia,
dell’Oriente, di tutti i luoghi e le persone che ho conosciuto per
il mondo. La grande arte non è altro che cognizione della separazione.
L’unico tassello che riempie le distanze della mia separazione dai
luoghi diventa il mio corpo tremante appeso che suona. E’ proprio
questo dolore che manca alla poesia e all’arte di oggi.
La geografia dei miei temi poetici è più ampia, va oltre
l’Esilio, l’Addio e l’Identità, Parte dai Balcani
per attraversare l’Europa, l’America, l’Oriente e l’Asia.,
ma anche il Paradiso e l’Inferno, il passato e il futuro, se lo
avremo.. Quindi abbraccia vari aspetti antropologici, letterari, sociali,
politici ed etici, insomma, un percorso che tenta- con il passare del
tempo - di diventare una enciclopedia umana.
2.
D. Nel suo libro Spine nere / Gjëmba të zinj, elemento riscontrabile
a tratti anche in Maldiluna / Dhimbjehene, sembra incentrare il canto
del suo corpo poetico, in un dialogo fitto, intenso, portato avanti dal
poeta con alcune entità che oserei definire fantasmatiche, provenienti
da un passato che ha lasciato tuttora delle cicatrici profonde sulla Sua
pelle. Interlocutori che sembrano non darLe tregua. La lotta con il Suo
passato sussiste ancora?
R. Non sussiste nessuna lotta in me con il passato. A volte
sembra che tutto sia stato inutile, un inganno, un’illusione. L’unica
cosa che resta della vita sono proprio i ricordi di un passato, di quel
passato che non torna più. Ma quel passato abita in me, sono io
stesso insieme alle mie cicatrici e alle mie stigmate che hanno segnato
per sempre il mio presente, in cui si genera il mio verbo poetico. L’unico
gesto possibile è quello di morire per vivere diversamente.
3.
D. In Muzungu – Diario in nero, pare ci sia stata invece una vera
e propria scelta radicale, attribuibile ad un desiderio di cronaca poetica
dall’ “Inferno” del Continente Nero. Un narrare che
diviene giornalismo, poesia di lotta civile. Esiste secondo Lei, a tutt’oggi,
la necessità di una poesia, di una narrativa d’impegno civile?
Potrebbe darci una definizione d’impegno civile nella poesia e in
letteratura?
R. In Muzungu: Diario in nero (un libro reportage sull’Uganda)
ho cercato di recuperare la tradizione orale del passato. Gli antichi
– pur essendo analfabeti – raccontavano storie in una maniera
straordinaria. In Occidente questa tradizione si è persa, non si
racconta più. Oggi un’opera letteraria si costruisce dentro
le stanze dell’industria culturale dagli impiegati. La prosa di
oggi è saggistica, psicologia, editing, marketing, denaro.
Per quanto riguarda l’impegno della poesia e della letteratura nelle
vita quotidiana, è un tema che ha suscitato - e suscita tuttora
- una grande discussione tra gli addetti ai lavori. Per me – questa
questione - non è mai stata un problema. Sono i poeti e gli scrittori
bestseller della grande industria culturale, i balbuzienti che cantano
alle piccole fobie quotidiane a mettere in dubbio un tale ruolo fondamentale
per la letteratura. Se facciamo riferimento alla storia, notiamo che tutti
i capolavori della letteratura sono stati delle opere “impegnate”.
Basti pensare all’ Iliade e all’Odissea di Omero, alla Divina
commedia di Dante, a Guerra e pace di Tolstoj, all’Uomo che ride
e ai Miserabili di Hugo, all’Aarcipelago gulag di Solzenicyn, ai
drammi di Brecht, ai romanzi di Pasolini…. I più grandi poemi
epici e romantici albanesi e quelli balcanici (nei secoli più spaventosi)
sono riusciti a mantenere vivo il sentimento dell’identità
nazionale, tramandando di generazione in generazione la lingua, la memoria
e i valori orali dei loro popoli.
La poesia e la narrativa del passato hanno salvato l’uomo dalle
catene della schiavitù, guidandolo verso la libertà, perché
hanno cantato ai grandi sentimenti umani, alle sconfitte, alle vittorie,
ai dolori e alle speranze, alla bellezza dell’anima umana.
Tutto è impegno, anche amare una donna è già un impegno
morale e civile.
Gandhi sconfisse gli inglesi con la non violenza, con la parola, quindi
con la poesia. Abbiamo più che mai bisogno di una letteratura “impegnata”.
Se in Occidente esiste un benessere sociale, nel resto del mondo più
di un miliardo di persone muoiono per un bicchiere d’acqua oppure
per un’aspirina. E’ in bilico il destino del pianeta terra.
Ovunque, distruzione, guerre sporche, guerre dimenticate, fame, malattie,
sfruttamento dell’uomo, inquinamento, sconvolgimenti genetici, la
crisi del pensiero filosofico, scontri di civiltà (inventati in
nome degli interessi geo-politici), fenomeni di razzismo e di antisemitismo,
mutilazioni, corruzione, traffici loschi, gare di armamenti nucleari,
armi di distruzione di massa… un nord sempre più ricco e
un sud sempre più povero.
Come può stare tranquillo, un poeta chiuso nel suo studio a cantare
alle mosche sul vetro della finestra? Essere poeta oggi vuol dire cantare
anche a tutto questo lutto e a questo dolore provocato dall’uomo
stesso, in nome della brama di denaro e della “volontà di
potenza”. Fare il poeta oggi non è un hobby, ma una missione.
Vivere il “mestiere” della scrittura profondamente, come il
missionario dedica la propria vita totalmente al suo credo e alla sua
missione. Il mio impegno di poeta migrante ha mille significati: scrivere
sia in albanese che in italiano per far avvicinare le sponde, le culture
e i popoli della costa adriatica. Insisto, non attraverso l’integrazione,
che è una parola pericolosa che devasta le differenze, distrugge
le usanze, le lingue e impoverisce le culture e le società odierne,
ma attraverso l’interazione, come scambio e arricchimento reciproco.
Dobbiamo cominciare proprio dalle parole che sono fondamentali, perché
attraverso la parola si materializza il pensiero e si nasconde il carattere
di un popolo. E’ per questo che attraverso la mia opera letteraria
insegno a tutti ad essere migranti e stranieri, l’arte del dialogo
per una nuova convivenza planetaria, creando una nuova poesia che porta
il segno e il timbro del tempo in cui viviamo e resistiamo ogni giorno
per esistere.
4.
D. Gezim Hajdari, sappiamo che Lei viene costantemente invitato non solo
a livello nazionale, ma anche internazionale, a tenere conferenze, dibattiti
su temi riguardanti la Sua poesia, ma anche sulla letteratura e poesia
albanese. In che condizioni versa oggi, a parer Suo, lo stato di “salute”
della Poesia Italiana?
R. Esiste un fenomeno strano quando si parla della poesia
contemporanea italiana. Alcuni studiosi – e giustamente - si lamentano
della grave crisi che sta attraversando la poesia oggi, ma quando loro
stessi prendono la penna per scrivere, propongono come esempi da seguire
per i lettori gli stessi poetucoli!
Penso che il male abita all’interno delle case editrici, che se
ne fregano della poesia. Non a caso redattori per la poesia, presso le
grandi case editrici sono certi impiegati, che non hanno nulla a che fare
con la poesia, in alcuni casi sono gli stessi che si occupano sia per
la prosa che per la poesia. Ma c’è di peggio, nella maggior
parte, quelli che giudicano i manoscritti poetici sono dei ragazzotti
che si spacciano per poeti. Da qui nasce la penalizzazione, il ricatto,
lo scambio di favori, la manipolazione dei premi letterari. Spesso i redattori-poeti,
che lavorano presso i grandi editori, scambiano favori con i membri o
i presidenti delle giurie in cambio di un premio letterario. E’
un cerchio vizioso e squallido. E’ per questo che non si legge più
poesia oggi, è per questo che si allontanano gli appassionati dalla
poesia, è per questo che i grandi editori spesso non pubblicano
la vera poesia italiana che abita fuori dai salotti ufficiali, ma riempiono
gli scaffali delle librerie con una poesia patologica, malata, depressa,
sterile che non dice nulla, che è solo un gioco di parole assurde
e fa venire il mal di testa.
La mafia italiana non esiste solo nella finanza, nell’imprenditoria,
nel calcio, nella politica, ma anche nella cultura italiana, anzi, direi
che è la mafia più pericolosa e più dannosa. Essa
distrugge giorno per giorno la poesia italiana e non solo. La cultura
italiana si trova da tempo nelle mani della mafia. Spesso concorsi di
vari tipi e premi letterari si trovano nelle mani di alcune signore o
di signori che li gestiscono come se fossero proprietà privata.
Con i soldi pubblici – stanziati per promuovere la letteratura -
questi signori hanno fatto fortuna, acquistando case, appartamenti, investendo
nelle banche, ricevendo in cambio gloria e fama, mandando avanti la mediocrità.
Tutto questo con la benedizione del potere politico. Non c’è
nulla da fare, chi osa denunciare per cambiare le cose, viene schiacciato,
boicottato, condannato al silenzio. Sono gli stessi che fecero impazzire
impietosamente Dino Campana.
Ormai è cambiata anche la figura classica e tradizionale del poeta
e dello scrittore. Oggi s’improvvisano poeti: gli avvocati, i giudici,
i notai, i presidenti dei tribunali, i giornalisti della Rai, i comici,
i giornalisti dei quotidiani, i segretari della presidenza dei comuni,
i commercialisti, gli onorevoli, i senatori, per non parlare dei membri
della Pd 2… Il terreno dove l’industria culturale stimola
e pesca la letteratura di oggi si estende tra i mafiosi, i pentiti, gli
indagati, i scomparsi, i latitanti, i malati depressi, i criminali, gli
stressati, gli scomunicati, i drogati… Intanto i “letterati”
giudici, psicologi, psichiatri, criminologi.… stanno facendo affari
d’oro sulle disgrazie degli altri.
5.
D. Progetti per il futuro?
R. Tornare sulla mia collina, in Darsìa, nel mio
paese natale per dedicarmi all’agricoltura. Ogni domenica, con il
mio asinello, scendere al mercato della città di Lushnje per vendere
i prodotti del mio terreno quali olive, fichi, melagrane, meloni, angurie,
formaggio, come ai tempi della mia infanzia, quando facevo il pastore
di capre. Mentre la sera colloquiare con i miei contadini all’aperto
sulle faccende quotidiane del villaggio. |