La poetica di Mirella Floris: canto d’amore e di lotta
Di Stefano Donno

Scrivere oggi di Poesia, sembra cosa assai ardua, soprattutto perché spesso gli strumenti con cui si ha a che fare, quelli di chi cerca di affrontare un discorso critico attorno ai versi, alla loro determinazione formale e ritmica, risultano o troppo spesso impropri o addirittura limitanti, perché non si può, assolutamente non si può contenere tutto il mondo, tutto l’universo, la storia, se stessi in poche righe, in poche parole che ti scivolano come sabbia tra le mani. Ma sì, rimane talvolta un riso amaro, spesso per colui il quale è “estraneo ai fatti” diventa normale con-patire chi viene travolto dalla febbre dello scrivere per/versi, quasi che il far parte del mondo dei poeti sia una maledizione, una destinale deriva a cui non ci si può sottrarre, una malattia che lentamente negli anni ti debilita e può anche ucciderti. Penso a Dino Campana, Claudia Ruggeri, Salvatore Toma, Antonio Verri. Ad ogni modo una forte emozione, mi spinge a scrivere in questa sede, sentendo una vicinanza poetica straordinariamente intima, nuova, mai provata. L’ultimo lavoro, di Mirella Floris, dal titolo “Strisce di vento” si presenta in due sezioni tematiche: Il Tempo e I Giorni. Ho letto con molto interesse questa raccolta, e ci ho ritrovato tutta quella ricchezza espressiva, forte nel gesto segnico della parola poetica, proprio della migliore tradizione novecentesca italiana: così per nuances mi vengono in mente Saba, Ungaretti, Montale. Mirella Floris, ha una lucidità icono-semiotica fortissima, che le permette già in A piene mani di confinare il poeta/ i poeti all’interno di uno spiritus loci quasi da caduta abissale, inferico, giammai però per rinchiuderli e schiaccarli ad infinitum, in un vuoto primigeno, ma per spronarli acchè ritrovino nei versi la linfa vitale necessaria per vincere l’isolamento, la solitudine, l’anonimìa: “Escano i poeti/dal loro inferno d’anima”. In questo tentativo, abbozzo di risalita e rinascita, il Tempo diviene una categoria ontologica, nella quale l’esserci e l’esistere, diventa innanzitutto una scommessa su se stessi e per se stessi, un cammino dermico nel quale trovarsi, resistendo al senso di soffocamento proveniente dal grigiore e dall’imbestiamento dilagante, e ricercare quel senso del Sacro, che si percepisce è vero, ma come essenza dalla consistenza di eidola platonici, e che quindi alimenta nel tendere, la speranza, l’attesa di definire i suoi contorni, farli propri e rielaborarli per costruire, re-alizzarsi. Leggiamo in Afa del vivere: “Nella nebbia traspare/ la ricerca di Dio/ la speranza di un altro/ modo/ d’essere uomo”. La Floris sente che il Tempo, oltre ad accogliere dentro la sua stessa consistenza ed essenza la categoria del Viaggio, sia introspettivo che estrospettivo senso della scoperta, è anche dimensione incubativa di universi, multiversi, dimensioni parallele, mitopoiesi delle vicende umane, di quelle che sono passate sottosilenzio come di quelle epocali che hanno sconvolto, travolto, distrutto, compresso, disciolto, l’uomo, grido di rivolta e protesta, di poesia di militanza e coscienza civile, che abbraccia idealmente il canto poetico, talvolta visionario come il grande Borges, di lotta di altri amici poeti come Hikmet e Pasolini: “Se rivedo i patiboli/le teste rotolare nel cesto/ dietro la lama delle ghigliottine/ pure il mio sangue scorre” (Naviga in me la storia). E ancora: “ Danzano/sul vostro sangue/ di dollari sonanti/ di mafie russe/ sceicchi sornioni/ ricchi presidenti” (Sorelle irachene). Cambia poi il registro per Mirella Floris, nella seconda sezione di “Strisce di vento” dal titolo I Giorni, non perché venga ad esaurirsi lo slancio poetico proprio della prima parte, anzi ne diventa puro completamento, ma perché il sentire diventa più acuto, il senso dell’indefinito, della perdita direzionale dell’esistenza scompare, anche se talvolta una tal sorta di chiarezza nella visione acuisce anche la sofferenza nel vedere magari ciò che non si vuole vedere, magari la propria caduta riflessa nell’animo di un altro essente a noi caro, vicino, intimo, quasi che nelle mille sfaccettature di ciò che deve ancora accadere, questa poetessa sappia di non perdere mai la “bussola”: “ (…) in milioni/ di specchi/ il futuro cade” (Bolle di sapone). Leggiamo poi: “Io vedo profondo/ di là delle cose./ Sento./Conosco l’essenza di cuori feriti.” (Sguardo malato); oppure: “In te mi specchio,/scruto la mia caduta “(Spio guardinga). Ciò che mi ha particolarmente colpito in questo lavoro poetico, è la forza con cui la Floris, tiene ben salda l’intera impalcatura poetica. Le due sezioni, le due parti in realtà sono le due facce di una stessa medaglia. Sarebbe immiserente raccontare frottole su versi così ben calibrati, vibranti, dove non vi sono comunque lusinghe di scuole poetiche, o grandiose astrattezze siderali, dire che la Floris narra l’eterna lotta tra Eros e Morte, che sarebbe come dire nulla alla fine dei conti. La bellezza di questa poetessa sta nell’aver superato a piè pari la verità lapalissiana che comunque la nascita accade, e che da quel momento in poi si diventa naviganti, a volte con il mare in tempesta, a volte nella più assoluta tranquillità di un mare senza onde, piatto, trasparente. La Floris vuole sempre andare oltre, in lei vi è uno spirito combattivo, che la porta a fare i conti anche e forse soprattutto con le sconfitte, sapendo che ad ogni modo la fede nell’esistenza deve essere salda, il distacco dalle cose, deve intendersi come separazione dal proprio essere, non per perdersi, ma per avere una maggiore ricettività nel cogliere apertamente tutto ciò che agli uomini è concesso. Una fede poi incrollabile nella Poesia, nudità e nobiltà senza confini, che permette alla Floris di fare del mondo il protagonista di questa sua raccolta, un mondo che non appartiene solo a lei, ma un mondo che pulsa negli interstizi delle più svariate culture, ideologie, esperienze di vita senza risparmiare niente e nessuno per propria congenita energia. I versi di Mirella Floris, scendono in profondità, ti accompagnano, a volte leggeri sembrano accompagnarti come in una dolce camminata, a volte si fissano come pensiero immobile, su equilibri fragili, ricordi, sguardi, sul non-detto, sulle occasioni perse, su quel confine mai varcato. Il canto di Mirella Floris, ha la stessa bellezza dell’alba, e la stessa amarezza melanconica degli addii. Le sue poesie restano … restano in profondità nel cuore!

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