Luciano Pagano
Un paradiso di sole donne. Su “Belle anime porche” di Francesca Ferrando

Che fine ha fatto terry grisedu? Tanto per cominciare, chi è terry? Terry è una ragazza poco ingenua e molto intelligente, che vive in una famiglia per cui questa definizione suona abbastanza azzardata. Il padre, ovvero il compagno della madre, approfitta di ogni momento per metterle le mani addosso, lo stesso dicasi per la madre, la prima scena la introduce 'a rota' di alcool e fumo, che entra in camera della figlia per fare rifornimenti. Il quadro dello zoo domestico (il primo che incontriamo) è completato da una sorella affetta da anoressia cronica e da un fratellastro, unico bersaglio plausibile delle attenzioni di rivalsa di terry, una sorta di messa a terra per scariche di depressione, da utilizzarsi in modo particolare quando la protagonista lo sorprende a fumare in cortile. La stanza è il mondo di partenza di terry, finché un giorno, nauseata dal modo in cui viene trattata decide di scappare nel mondo. Lo fa grazie ad uno scaricatore di porto (di quelli che mettono la 'roba' nei pesci). La descrizione dell'infernuccio domestico è secca, precisa, rapida, così come lo sarà la prosecuzione del romanzo, suddiviso in brevi capitoli, ognuno con un titolo che ne riassume il senso ammiccando a qualcos'altro, magari una canzone, o un'opera di letteratura; un concentrato di energia che difficilmente può essere contenuto, quello di terry grisedu, la sua fuga da casa è soltanto l'inizio delle sue avventure. La seconda fuga è dal suo Principe, la terza da Carlo, un cattolico che la ospita in casa e al quale terry ruba due milioni e una Fiat Ritmo fatiscente. Compagna di questa fuga sarà Libertà, residuo di un tempo post-hippie-punkabbestia, vuole farsi e farsi soltanto; terry si innamora di lei. Non sarà l'unica donna che avrà un ruolo importante nella formazione accidentata di terry, incontreremo anche Michelle una barbona androgina, inizialmente confusa tra un uomo e una donna, in realtà una donna, madre, sposa, Dio. Una nota poetica attraversa la scrittura di Francesco Ferrando, al suo esordio narrativo, l'autrice è abile nell'infittire il suo romanzo di citazioni sottili, che non appesantiscono la sua scrittura, rendendo un'immagine particolare, quella di una riot-girl inconsapevole e lontana dagli stereotipi. Se da una parte ciò che accade a terry somiglia ad un susseguirsi di istantanee e colpi di scena, quello di cui si accorge il lettore, alla fine del romanzo, è che i sentimenti hanno dominato le azioni della protagonista dall'inizio alla fine. Una disperata vitalità pervade questo romanzo nel quale non è tanto descritta la formazione, quando il raggiungimento della consapevolezza e della maturità da parte di terry, una ragazza cattiva che conosce già il modo per arrivare dove vuole, ma che è ancora capace di emozionarsi e innamorarsi, anzi, che proprio per via dell'amore riesce a vivere le emozioni più intense malgrado le difficoltà dell'ambiente dal quale decide di fuggire (la famiglia) o nel quale decide di gettarsi a capofitto, la droga, la sperimentazione di ogni esperienza, o il 'porto' il rifugio di barboni rappresentato dal piazzale della stazione di una cittadina di provincia, l'interminabile strada. Interessante è anche una lettura di questo testo come documento proveniente da una generazione, quella dei nati nei paraggi degli anni '80, figli di genitori che hanno problemi simili a quelli dei proprio figli, legati come sono alle condizioni di una precarietà irredimibile, oppure all'aids, una malattia come tutte le altre, ineluttabile conseguenza del semplice farsi o donare il proprio corpo nella naturalezza di rapporti clandestini. Dal punto di vista della lingua questo romanzo raggiunge un equilibrio, senza eccedere nell'utilizzo del gergo, né ammiccamenti inutili o eccesso di massimalismi, la musica entra a far parte del romanzo (Vasco & altri), senza diventare una presenza ridondante, ciò che il lettore trae come risultato è nella bravura nel riuscire ad essere equilibrati nel trattare una materia che invece vuole scappare ed eruttare via da ogni parte e a velocità incredibili. La velocità e la linearità delle descrizioni resta, la materia cruda non viene sopraffatta dalla scrittura; la protagonista è sì una sedicenne nata sul finire degli anni settanta, tuttavia non esistono esatte indicazioni geografiche, tutto si svolge tra cittadine e paesotti grigi e senza identità, fino al compimento “Ormai so che posso farcela da sola. Senza principi azzurri, maritini, fidanzatone. Sicuramente non posso più vivere senza il sorriso di Michelle nel cuore, o lo sguardo acido di Libertà. Ogni mattina mi sveglierò pensando che forse quella stessa notte Libertà ha raggiunto Michelle, che con i suoi grandi occhi di pane l'ha accolta stringendola al petto. Me le immagino in un paradiso di sole donne, magari di sole streghe. Dove anch'io, appena muoio, vado e le abbraccio forte. Ma per il momento, il mio posto è qua, su 'sta cazzo di terra. Forse.”.
Siete pronti a scoprire che fine farà terry grisedu?Il romanzo è stampato per i tipi di Pressutopia (nata da un'idea di Francesca Ferrando e Caterina Grimaldi), ed è un romanzo copyleft con licenza creative commons, al quale si collega un altrettanto dinamico progetto artistico che potete seguire sul sito www.pressutopia.org. Buona lettura.

Belle Anime Porche (Roman-zoo) di Francesca Ferrando, distribuzione Mimesis-PDE, ISBN 88-8483-429-5, 9788884834294, €13,00

5 DOMANDE a Francesca Ferrando

1) Quando ti è venuta in mente l’idea di scrivere un romanzo? Ci hai messo molto tempo a scriverlo? Quanta autobiografia e quanta invenzione ci sono in “Belle Anime Porche”?

L’idea di scrivere il roman-zoo nasce 8 anni fa: vinco un concorso nazionale grazie al quale Einaudi avrebbe letto un mio manoscritto. Mi sono seduta davanti al computer e letteralmente divertita a scrivere la storia di Terry. Ci ho impiegato 2 settimane. Quello era lo scheletro. Poi la carne ce l’ho messa in altri 4 anni di lavoro. Le rifiniture e il ritmo in altri 2 anni ancora. Per quanto riguarda l’aspetto autobiografico, c’è ben poco. Terry è molto diversa da me innanzitutto per il modo con cui affronta la vita. È frontale, per questo si spiaccica spesso. Io ho un movimento più serpentino, più ellittico. In comune abbiamo il rigetto per l’ipocrisia, più sociale che individuale: la persona falsa non ci scalfisce, ma i pregiudizi e ritriti stereotipi sociali ci danno sui nervi, in modo profondo.

2) A che punto del tuo percorso hai deciso che il romanzo avrebbe avuto questa forma di diffusione? Il progetto Pressutopia è contemporaneo, viene prima oppure fa parte integrante di “Belle anime porche”?

Pressutopia è la ciliegina su una torta con troppo cioccolato amaro perché potesse essere pubblicata dalle grandi case editrici. La risposta era sempre: brava, scrivi bene, peccato che il contenuto… Una piccola casa editrice mi avrebbe pubblicata, ma non aveva gli standard qualitativi che interessavano a me. Nel mentre avevo stretto amicizia con Caterina Grimaldi, una delle fondatrici di Agenzia X. Pazza quanto me, mi diede il coraggio necessario per partire con l’autoproduzione: creiamo insieme Pressutopia. Angelo Marino, Tiziana dell’Oglio, Thomas Roby, Nico Boursier sono alcune delle persone fondamentali che mi hanno aiutato a compiere l’opera, tra copertina, sito, presentazioni, promozione. Poi da maggio nasce la collaborazione con la casa editrice Mimesis: con Pier, il suo fondatore, c’è stato rispetto e fiducia reciproca fin dall’inizio.

3) Cosa pensi degli scrittori italiani della tua generazione o di quelli che immediatamente ti precedono, ce n’è qualcuno la cui scrittura ti piace in modo particolare?

Purtroppo è da un paio di anni che affogo nella musica, più che nella letteratura. Dall’infanzia fino ai 21 anni ho letto in modo famelico. Notte e giorno, se il libro mi prendeva. Finita l’università, me ne sono andata un anno in Centro America, dove a volte negli zaini miei e del mio amato compagno Roby centrifugavano dai 20 ai 30 libri che raccoglievamo strada facendo. A questo si aggiunga un sacco pieno di artigianato da vendere e un altro con cibarie varie. Pazzi, insomma. Dal mio ritorno – avvenuto 6 anni fa – ho letto pochissimo. Mi sono concentrata molto sulla musica, sia attivamente – facendola – che ascoltandola. Quindi non ho letto nessun coetaneo.

4) Ho visto il trailer di “Belle anime porche” su youtube. La prima cosa che mi è venuta in mente è stata “un’autrice che non ha paura a mettersi in gioco”. Mi sbaglio? Cosa consiglieresti a chi ha una storia da raccontare, oggi?

Grazie per il complimento. Mi piace molto la definizione che hai dato di me. Cogli un punto centrale con questa domanda: l’eliminazione della paura. Questo è un sentimento vischioso, lugubre, freddo, grigio, nebuloso. Che col suo potente fluido inibisce la libertà e l’espressività delle persone. Io credo che la paura vada combattuta in modo sereno e maturo. La paura di morire se ci si butta giù dal decimo piano non è paura: è realtà. Avere paura di fare un viaggio da sole è mancanza di coraggio. Mi sono sempre sfidata. Se avevo paura di qualcosa – e risottolineo la differenza tra paura e realtà, tra coraggio e stupidità – dovevo affrontarla, per poi poter dire “ok, Francesca , ce l’hai fatta” e passare al prossimo ostacolo, per crescere insomma. Vedo la vita come un gioco con prove, tranelli, trabocchetti e tanta magia. Bisogna sapersi muovere, per arrivare al tesoro, che forse è la nostra stessa natura. Ma intanto si gioca. Quindi, chi ha una storia da raccontare, si faccia avanti. La racconti, se ne sente il bisogno. E se non se la sente, la tenga per sé. Ognuno faccia cosa è meglio per lui/lei. In modo libero. Senza costrizione.

5) Infine, esiste un’esperienza che ha segnato la tua scrittura o una che ha segnato il tuo modo di vedere le cose?

Sì. Il fatto di essermi relazionata con ogni tipo di persona: da chi non ha la terza elementare, al grande intellettuale; da chi vive per strada, a chi di soldi ne ha più che a sufficienza; dalla persona etero alla gay; da chi ha la pelle chiara a chi ce l’ha più scura. Dalle persone giovani ad altre mature, ad altre anziane. Aver conosciuto e dialogato con gente tanto diversa mi ha permesso di abbattere molti degli stereotipi che ci vengono inculcati come naturali. Mi ha permesso di poter e voler vedere al cuore delle persone, più che a tutto il resto. Questo sicuramente ha segnato il modo in cui scrivo e cosa scrivo.

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