Stefano Donno
su "Il padre degli animali"


Andrea di Consoli, ha poco più di trent’anni, nato a Zurigo, da genitori lucani emigrati. Quando aveva all’incirca dieci anni, i Suoi ritornano in madre patria. Di Consoli oggi vive a Roma, dove collabora con diverse testate nazionali come il Messaggero e L’Unità. L’ultimo suo lavoro è “Il Padre degli animali” edito da Rizzoli nella collana 24/7. Le vicende narrate parlano di una Lucania primitiva, selvaggia, quasi oserei dire spietata, con molta probabilità individuabile temporalmente negli anni ’80, anche se in verità, ci troviamo dinanzi ad una precisa volontà dell’autore, di ridurre a zero qualsivoglia categoria spazio-temporale, come a voler preservare una dimensione mitologica del Sud, del Meridione. L’intero romanzo sembrerebbe ( il condizionale è d’obbligo perché c’è molto, molto di più!) solo incentrarsi sullo sviluppo di un dialogo, quello tra il padre (emigrato in Svizzera e rientrato in Italia distrutto e sconfitto da una serie di insuccessi esistenziali) e il figlio. Un figlio che chiede continuamente al padre, pone domande, lo incalza sino allo sfinimento, perché le domande sul mondo, sulla vita, sugli innumerevoli come e perché dell’ordinario e cannibalico scorrere dei giorni e dei mesi, non si possono esaurire in pochi interrogativi e soprattutto meritano un certo tipo di risposte, piene, autentiche, risposte che alla fine possano servire perlomeno alla sopravvivenza. E questo il padre lo sa, perché dinanzi al figlio sente non solo un tipo di responsabilità pedagogica, educativa, formativa, quella propria insomma del mestiere di genitore, ma avverte anche la necessità di dover fornire ad ogni costo strumenti utili alla sua progenie, per fare in modo che impari a saldare, sempre a testa alta, i conti che la vita con inesorabilità, presenta ad un uomo, a tutti gli uomini. Ad esempio leggiamo a pag. 84: “ Ci lasciano così, le persone, lentamente, e nessuno è preparato, nessuno sa cosa c’è di là, quando la luce si spegne. Tutte le persone del mondo, le persone dell’India, della Russia, dell’Egitto, che di colpo lasciano le cose a metà, e non entrano più in casa, non accendono più il fuoco, non baciano più i figli prima della mezzanotte, ignorano l’oltrevita, il senso di tutta questa paura prima di lasciare il mondo”; e ancora a pag. 92: “ (…) Il mondo perso e crudele parla, ma parla inutilmente, perché le parole cadono per terra, si sciolgono come neve al sole”. Un titolo emblematico accompagna questa ultima fatica di Andrea Di Consoli: “Il Padre degli animali”. Ebbene … Il padre diviene “Il Padre degli animali” sentendosi messo alle strette da una dimensione vitale soffocante, grigia e opprimente, comprendendo che per rimanere a galla, non gli resta altra scelta che smerciare frutta, facendo l’ambulante, unica via praticabile, da un uomo tornato al Sud, con le ossa rotte, per stare vicino al Suo di padre, che usava costantemente fare violenza alla madre Sua, recuperando delle radici malate quindi nella Sua terra. Ma ancor di più sembionticamente fondendosi alla naturale linearità e coerenza degli animali delle sue terre, quelli sotto la sua “giurisdizione” per la precisione, esenti dalla gramigna della disonestà e della cattiveria. Questo romanzo, non è certo da affrontare a cuor leggero, perché parla di persone imbestiate nella mediocrità più profonda, nella bassezza morale più sordida, disgraziati costretti a chiudere gli ultimi anni rimasti, soli, abbandonati, perché i figli non ci hanno pensato due volte a fare i bagagli e andarsene al Nord, o in qualunque altro posto per non rimanere lì, pur di dimenticare, e dimenticarsi immemori di un destino troppo pesante da portare sulle spalle in una terra che ha la malevola aura di una maledizione: “Questa terra è un tranello del demonio”. Non è quello di Di Consoli, un romanzo tranquillizzante, e meno male, perché di superficiali amenità letterarie il mondo dell’editoria italiana è piena sino all’orlo. L’autore è abilissimo a riversare sulle pagine uno stile dialogato, quasi febbricitante, con estesi squarci di grande lirismo che spesso scivolano nell’oracolare, necessario passaggio tecnico però, al fine di scomporre, rimontare e in-formare la dimensione del dolore e dell’assenza, e di un improbabile eterno ritorno. Un romanzo necessario, un’opera da far leggere e da discutere, proprio oggi, quando tra gli scaffali delle nostre librerie, il pop viene scambiato per idolatria dell’evanescenza.

Andrea Di Consoli, Il padre degli animali, Rizzoli 24/7, pp.193

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