Stefano Donno
"La teqja" di Artur Spanjolli


Devo prenderne atto. La profondità di alcuni scrittori e poeti come Gezim Hajdari, Leonard Guaci, Mihai Mircea Butcovan, Ron Kubati, e ancora Anna Belozorovitch, o Diana Chuli, è veramente tetra e abissale. Non in senso dispregiativo, ovvio, ma perché il lettore tra le pagine dei loro libri, si smarrisce, perde l’orientamento, assapora un senso di continua tensione tra una lotta titanica per la sopravvivenza e un desiderio terribile di non soccombere ai diktat del ricordo, della memoria … un filo sottile che lega esistenza e rifiuto individuale di tutte quelle condizioni esistenziali, immiserenti e annichilenti. E tutto questo in angusti spazi dove l’io poetico o narrante vive in zone d’ombra sempre più grandi, all’interno delle quali a stento passa la luce. Ed è doveroso poi, dopo aver letto quegli autori, fare i conti con un altro protagonista del mondo letterario contemporaneo: parliamo di Artur Spanjolli. In molti hanno apprezzato le vicende del giovane Eduart (Besa editrice), dalla vita problematica, fatta di ristrettezze, miserie e solitudine, figura di un piccolo grande uomo, imprigionato in una doppia identità, quella di un desiderio forte e costante di diventare un sommo sacerdote nel brulicante mondo delle lettere, e quella invece di chi poi deve sottostare al soldo della Necessità, per tirare avanti. Una storia struggente che ha come sfondo l’Albania, nell’anno 1987, terra madre, popolata da fantasmi, come la bellissima Eugenia, di cui è innamorato, ma alla quale non riuscirà mai a comunicare i suoi sentimenti, e i suoi amici, impegnati nel viversi grigiamente giorno dopo giorno. Interessante anche la seconda prova editoriale Cronaca di una vita in silenzio (Besa editrice), dove si narra la vicenda di una famiglia albanese che da ricchi proprietari diventa, per una serie di contingenze storico-politiche, ovvero l'avvento del comunismo e la successiva sbornia "democratica", soggetto di un crollo economico che la porta sul lastrico. Vicenda che da Spanjolli viene presentata senza drammi, senza la volontà, che sarebbe stata piuttosto ingenua in verità, di muovere a compassione il lettore. L'alterna vicenda umana è accettata dai protagonisti con fierezza, con un atteggiamento dignitoso, e con una compostezza che sfiora quasi una pre-destinante accettazione della realtà. L’ultima fatica di Artur Spanjolli è la Teqja (Besa editrice). La narrazione delle vicende è da individuare precisamente nel 1969 durante la dittatura comunista di Enver Hoxha. Per quanti non conoscessero il tracciato politico di questo losco personaggio della Storia dell’Albania, è necessario fare un po’ di dietrologia, a partire da circa un decennio prima rispetto agli episodi contenuti nel libro. Gli anni '50 furono gli anni dei primi, difficilissimi, passi dell'Albania verso lo sviluppo economico, sociale e culturale. Il paese aveva un’economia completamente agricola, viveva di un'agricoltura primitiva segnata da rapporti economici di stampo feudale. L'Albania era quasi totalmente priva dell'industria, con un livello di istruzione molto basso: l'80-85% della popolazione era analfabeta. La vita media non toccava i 40 anni. Questa era l'Albania prima della guerra. A tutto ciò si dovevano aggiungere le perdite umane: 28 mila caduti su 800 mila abitanti e le distruzioni provocate dal conflitto bellico. La politica del Partito del Lavoro - chiamato così dopo il primo congresso del Novembre 1948 - aveva tre orientamenti fondamentali: l'industrializzazione, lo sviluppo dell'agricoltura attraverso la cooperativizzazione, un programma per lo sviluppo dell'istruzione e della cultura. Un programma che doveva essere consegnato in un leader, nell’Uomo del Destino: Enver Hoxha. In Albania gli anni '70 si aprirono all’insegna di diversi obiettivi, la maggior parte dei quali mossi dal desiderio di smascherare e individuare all'interno del Partito e dello Stato tutti coloro che erano contro il socialismo: mentre il Paese delle Aquile, sprofondava nella menzogna e nel collasso finanziario più insostenibile.
Questa è la base da cui parte l’autore. Leggiamo per l’appunto a pag. 37: “ Era l’epoca degli slanci comunisti, degli slogan rivoluzionari. Le parole d’ordine rivoluzionarie si sprecavano. In alto lo spirito rivoluzionario. Coscienza di classe. Organizzazione. Disciplina. Viva il Partito del Lavoro Albanese. Viva il Presidente Enver Hoxha. In una mano il piccone, nell’altra il fucile. L’Albania roccia granitica. Gloria al marxismo-leninismo. Studiamo-lavoriamo-viviamo-come in un assedio. La religione è l’oppio dei popoli. Il Popolo fa il Partito, il Partito fa il Popolo. Per le strade delle città principali, gli operai, con la mano destra stretta a pugno all’altezza dell’orecchio, salutavano i rappresentanti del Partito del Lavoro e applaudivano urlando. Viva il compagno Enver Hoxha con il suo Gabinetto dei Ministri. Viva la Cina Socialista. Il Vietnam vincerà.”. In realtà Spanjolli, usando i ricordi dei personaggi, sospinge la narrazione fino a un secolo prima al fine di raccontare le origini della famiglia Cialliku e le peripezie dei padri fondatori. Islam e Hysen Cialliku, vissuti a Likesh un secolo prima, possessori di una vasta e ricca biblioteca, nonché spiriti liberi e generosi, diventano gli agnelli sacrificali per eccellenza, vittime delle ire delle autorità locali e del crudele Seit Beu, perché avevano donato parte delle loro ricchezze ai poveri contadini del posto. Islam muore a causa del colera, e suo fratello Hysen (vissuto nella fede di Allah e nella tolleranza) muore travolto dalle fiamme per salvare i libri dall’incendio appiccato dagli sgherri di Seit Beu. Il diario del saggio Hysen, non più di trenta pagine, era stato sotterrato da Ramadan, padre di Meta, nel sacro luogo adiacente la casa (La Teqja – il monastero in cui vivevano, pregavano e venivano sepolti i dervisci, adepti di una confraternita nata intorno al secolo XVII. Nel romanzo è la tomba degli uomini sapienti, ritenuti santi) e ritrovato da Meta pochi giorni prima del novembre 1969. Una sera, in totale clandestinità, oltre che in piena dittatura comunista, otto persone della famiglia Cialliku, più un traduttore, si riuniscono a casa del vecchio patriarca Meta per ascoltare le parole del diario di Hysen Cialliku. Queste persone continueranno a riunirsi per nove sere di seguito per apprendere dalle parole dell’antenato, su quali basi può poggiare la santità di un uomo. Così a grandi linee la trama. Spanjolli costruisce un libro davvero eccezionale, in primo luogo perché riprende un costume che è ormai in fase di estinzione: quello dell’incontrarsi. Ma si tratta di una modalità che non è fine a se stessa, ma diviene per l’autore un modello per intessere relazioni fondate sul dialogo, sull’ascolto di vicende che partono dalla tradizione, che vengono tradotte (e non nel senso di tradire, ma trasportate) in una micro-memoria collettiva di un nucleo famigliare, e che si trasformano in uno strumento per costruire un futuro nuovo, migliore, aperto. Il raccontare per Spanjolli è un’alta forma di pedagogia, di battaglia culturale da esercitarsi senza mezzi termini, perché la forza del porsi come creatore di una mitopoiesi, è centrale e addirittura iper-funzionale a divenire insegnamento per comprendere la Storia, le Storie. In secondo luogo, Spanjolli da al lettore, le consegna brevi manu, le chiavi per comprendere un mondo come l’Islam che, se non ci fossero voci autentiche come la sua, ci sfuggirebbe, perché saremmo vittime della stereotipizzazione massmediatica che vuole l’Islam un’incubatrice di estremismi e barbarie, di volontà di potenza nucleare, e attore di propaganda di evangelizzazione mondiale. Nulla di più sbagliato: “ (…) Per gli ebrei tutto finisce con i padri dell’antichità. Noè. Isaia. Abramo. Mosè. Davide. Ezechiele. Non riconoscono Gesù e non si parla neppure di Muhammad. I cristiani accettano la tradizione ebraica, ma vedono in Gesù il figlio di Dio, l’unica carne celeste, cosmica, diversa da quella umana e sono fedeli alla trinità: Padre-Figlio-Spirito Santo. I musulmani sono convinti che Muhammad sia stato l’ultimo inviato di Dio, colui che ha migliorato i concetti, ha detto il giusto universale, ha messo il sigillo della profezia. I musulmani accettano Gesù come profeta, riconoscono la verginità di Maria, ma ritengono un grave peccato il fatto di assicurarlo a Dio. Per i musulmani Dio non è stato generato da nessuno e non ha mai generato. Secondo i musulmani Gesù, nel vangelo di Giovanni, prima di morire annunciò l’arrivo di un altro Spirito della verità che avrebbe condotto alla verità piena, perché egli non parlerà da se stesso, ma dirà quanto ode. Per molti cristiani il Corano è blasfemo, nell’arco dei secoli il profeta è stato visto come un impostore e non accettano una religione che uccide il diverso in nome di Allah, che induce al fanatismo, all’estremismo, alla violenza, alla poligamia. Gesù predica in nome dell’amore e della pace. L’arcangelo Gabriele parla a Muhammad in nome di regole ben stabilite dal libro: guerra al politeismo, ai miscredenti, guerra in senso figurato, non guerra vera. E’peccato per le donne sposare i senza fede, è proibito agli uomini sposare donne atee: quelli che lo fanno sono considerati perduti. L’Arcangelo parla di far trionfare l’Islam per il mondo, se è necessario anche con la spada. L’islamismo include la tradizione ebraicae quella cristiana, mescola la Torah e la Bibbia, ma ritiene che il Corano sia l’ultima parola di Dio. I cattolici, gli ortodossi, i protestanti, i gesuiti, i francescani, gli apostolici, i musulmani (sciiti e sunniti), i sufi, i dervisci, i bektasci, gli zoroastriani, i buddisti, le tradizioni indù, i taoisti, i bahaiti, gli shintoisti, i krishna, gli shivanisti, il giainismo e le altre minoranze monoteiste sono sulla strada giusta, purchè adorino un unico Dio e purchè abbiano delle regole che non vadano contro quello che umanamente si crede giusto e positivo. Da quasi duemila anni tre libri fanno la storia del mondo: Torah, Bibbia e Corano.”. Spanjolli rispetto ad alcuni narratori italiani (come ha sostenuto in più di qualche occasione Renato Barilli sulle pagine de L’Immaginazione di Manni), non ha difficoltà ad affrontare il Romanzo, sia come prova del mettersi in gioco in quanto autore, sia come categoria della produzione scritturale. I protagonisti sono tutti ben tratteggiati, grazie ad una lingua asciutta, sobria, misurata, scandita da una paratassi plurivoca e articolata. La Teqja di Artur Spanjolli è un bellissimo esempio di come si può vedere l’Islam tra spiritualità e letteratura, una lettura in chiave occidentale.

Artur Spanjolli, La teqja, Besa editrice (2006), pp 124

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