Stefano Donno
su "Parole Invadenti" di Elena Cantarone

Parliamo in questo caso di un’esordio. E quando si ha a che fare con un’opera prima, soprattutto poi se si tratta di poesia, occorre avere soprattutto orecchio, e munirsi di pazienza, tanta pazienza, a maggior ragione se per proprio costume si sceglie la via più dura, difficile, aspra che è quella di chi scrivendo intorno ai libri, li legge, li smonta, rimonta, e ne discute. La questione dell’onestà intellettuale, lasciamola ammuffire, risulterebbe una questione annosa, noiosa, e archeosemantica. In fondo nessuno è esente dalle logiche del mercato editoriale. Elena Cantarone, si fa conoscere con questo suo libretto dal titolo Parole Invadenti, nella collana Poet/bar diretta da Mauro Marino per i tipi di Besa editrice, ed è già un modo per esprimere al mondo in maniera inequivocabile, la propria vocazione. Ma scrivere dei versi oggi, sembra veramente alla portata di tutti. Magari un attento lettore di versi, chi ha macinato magari le opere di Ungaretti, Montale, sino a Pasolini, Sanguineti, Erba, Luzi, è in grado di assorbire lessico, ritmo, e una certa abilità da prestigiatore nel combinare musicalità e scelta semantica, tanto insomma da scoprire quei “tre/quattro trucchi”, da confezionare un discreto prodotto da immettere nel mercato. Non trascurando poi l’habitus del poeta, curarlo come nella migliore tradizione teatrante, prendendo il cipiglio del vate, che fulmina, saetta e sbraita, non sdegnante nemmeno la derisione, la facile battuta denigratoria, o peggio rivelando una rabbia inaudita, con la bava alla bocca, chiunque professi ingenuamente in sua presenza, di aver pubblicato un libro di poesie. E la prima opera poi bene o male inganna, e talvolta anche l’occhio più attento. Non rimane quindi che uscirsene in punta di piedi, quasi vergognandosi di esprimere frasi del tipo “… non ci resta che aspettare la prova successiva…”. Fortunatamente non è un discorso che vale per Elena Cantarone. Lei non vuole svelare con i versi, la sua vita, non vuole raccontarla, portarla alla luce, ma desidera legare le sue emozioni, attraverso un nodo saldo che non la faccia scendere in un profondo dis-equilibrio, in bilico perenne tra stabilità e oscillazione. L’obiettivo primario di questa raccolta sembra essere una gioiosa ricerca del ritmo, della parola giusta, non sublimante, ma deflagrante, quasi materia molecolarmente instabile. “Ci sono parole leggere/ svolazzanti, invitanti/ parole irruenti/ scattanti, taglienti/ parole che arrivano/ in volo radente/ parole che giocano/ e finiscono in niente. Ci sono/ parole puntute/ parole pennute/ parole grottescamente biforcute/ parole banali/ parole come tante/ parole miserevoli/ dietro un bel sembiante/ parole ingannevoli/ da commediante. / Ci sono parole vecchie, usurate/ parole nuove, non ancora scartate/ parole affilate, ruffiane marrane/ parole scontrose, infingarde riottose/ parole dense, vischiose parole lievi, smorfiose/petulanti, accidiose.”. Mi piacerebbe però provare a spiegare come tanta leggerezza e ludica/lubrica voluttà nel sentire la parola come non propria, funzioni a meraviglia nel corpo poetico di Parole Invadenti. La Cantarone, abolisce l’io, divertendosi a rendere sempre più elastico e variabile un Me poetico esuberante, che è palesemente richiesta di incontro verso l’Altro. E’ un sorriso grande, largo, generoso, mai da intendersi come soggetto di enunciazione monodirezionale, ma un Me plurale, festa musicale, pura solarità, invenzione senza condizioni: “Lo scriteriato scricciolo scriveva strane storie con strappi strappalacrime/ e straordinarie baldorie strabiliando straziato l’intero uditorio./ A maggio, sotto il faggio, l’odore del foraggio misto a quello del formaggio./ Sul poggio, un pigro scarafaggio è colto da un miraggio: / davvero ha visto un raggio che insieme a un vecchio saggio/ tentava un ammaraggio? Che gaggio!/ A luglio, in mezzo al loglio, ho trovato un capodoglio,/ leggeva un vecchio foglio che parlava di uno scoglio/ sul quale c’è un coniglio che rumina del miglio e ammalia una maliarda che…”. Elena Cantarone, percepisce la Poesia, e la piega a suo piacimento, come Tempo che non divide, che sa assaporare la dimensione del domani, che non si incendia per un perduto amore, ma perché l’Amore congiunge come azzurro stordimento, che non azzittisce mai, che nutre come una dolce canzone, che fa venir voglia di tremare, che schiaccia le faglie notturne del silenzio e dell’attesa, che grida a gran voce le sue parole invadenti, mai mormorio, ma profumo che porterai sempre addosso. Scrive bene Teresa Ciulli nella nota introduttiva: “C’è una logica pensa, anche così. È nello stordimento che provoca. Le cose sono unite da ragioni di contiguità di prossimità e niente altro. Dal loro fisico fortuito incontro e dal gesto che li ha abbandonati solo un poco. Sono quelli, sono loro quegli sfridi accumulati negli anni a ridosso di una parete a costituire l’opera poetica di Elena Cantarone. Cosa accumula una persona che si allena per anni, costantemente, tutti i giorni, come una impiegata dell’arte all’esercizio della voce della parola da mettere in bocca a un attore più importante di te in una sala di doppiaggio? Cosa accumula un’attrice nel corso della sua esistenza dentro i testi degli altri? Certamente l’abitudine a vestirsi rapidamente e a svestirsi con più velocità ancora. In cosa consiste alla fine il corpo di un attore? Mi viene in mente una conchiglia vuota. Tu l’avvicini all’orecchio e quel corpo anche quando è muto, suona. Di tutta la risacca del mare di tutte le onde anche di quelle che sono state prima molto prima di lui, tanto prima. E questo libro di poesia è come il guscio di una conchiglia se lo accosti al tuo orecchio senti le molteplici voci e l’ingorgo di parole che tuttavia cercano di organizzarsi prima di risalire la spirale di questa ripida scala. È solo l’inizio lo sai vero? Perché tocca a te adesso farle scendere”. Elena Cantarone, custodisce per i suoi lettori, una splendida analisi del Soggetto poetico, dei diversi soggetti comunicativi che contribuiscono per tutto questo libro, a creare una sequenza simbolica, un nucleo di sentimento, veramente delizioso e godibile. Un esordio che merita di essere letto e apprezzato.

Elena Cantarone, Parole Invadenti, collana Poet/bar, Besa 2006

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