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Giovanni Martini, “La Nostra Presenza”

Il quotidiano è un luogo interessante
La copertina del libro di Giovanni Martini, “La Nostra Presenza”, è la fotografia di un bambino dallo sguardo di vecchio; ritratto ovale dei genitori-avi alle spalle, occhi carichi di passato, colori virati verso il blu e lo sbiadimento. A volte le copertine dei libri sono casuali e infelici; qui invece, se casualità c'è stata, è stata molto fortunata; se scelta c'è stata, saggia è stata. Un bambino vecchio: la sintesi perfetta dei racconti oltre l'ingresso.
Otto racconti, tutti di vita. Vita comune, frammenti di. Personaggi che escono dalla pagina perché troppo veri, in un senso psicopatologico dell'espressione. Martini scrive in modalità “narratore onnisciente e invisibile”; documenta la fredda verità e non omette nulla del frammento spazio-temporale in cui i suoi personaggi si muovono. Questo include manie, ossessioni, sindromi, pensieri temporanei, frasi infelici, psicopatologie come già detto, ma tutte “normali” e familiari -- però rare da trovare in narrativa.
Ogni racconto è un ingresso diverso sullo stesso luogo. Il quotidiano, ciò che sembra di scarso rilievo mentre lo viviamo e che per questo viene filtrato, spazzato via, diventa invece il luogo interessante in cui affondare il nostro peso. Ogni racconto nasce da una frase che sembriamo ascoltare per caso: “Sì, pronto?”; “Perché piange, signorina?”; “Allora piccolo, come va?”; “Orcodio”. E va avanti a descrivere la schiavitù del reale, sempre sospeso tra paura della morte e bisogno di essere amato. Ogni racconto fa avvenire qualcosa, che non sapremmo poi raccontare una volta terminata la lettura, ma che non ci dà mai l'impressione di essere stato inutile; proprio come la vita; proprio come la sua schiavitù.
Giovanni Martini mette tenerezza in quello che scrive, anche quando prende in giro persone al margine, pensionati, scrittori, anche quando racconta con un differente punto di vista ciò che libri importanti descrivono con ben altre parole. Persone che trascinano le proprie catene in giro, ecco i suoi personaggi: e la loro esperienza del peccato, della lontananza dalla luce, li porta vicini alla grazia -- quel mistero che solo gli ultimi conoscono.
Una tazza di lava bollente
Perché Giovanni Martini scrive racconti (e non romanzi)? Credo per una sua geofisica interiore. Siamo abituati a sentirci ripetere, da decenni, che la modernità è rapidità, che le storie devono essere brevi, attirare subito il lettore, che non c'è tempo per perdersi in un bosco narrativo, e se proprio quel bosco lo si deve attraversare, che almeno non ci si perda in giri oziosi alla ricerca di laghi e caverne. Pensatori acutissimi, come Italo Calvino, hanno dato argomenti solidi come continenti a qualità del narrare chiamate Leggerezza e Rapidità.
Eppure il racconto nel mercato editoriale attuale tende a sparire, proprio nel senso di diventare invisibile. Le scritture privilegiano i romanzi, che possono essere romanzi-fiume, romanzi-ruscello, romanzi-oceano; si è persa l'attenzione verso le sorgenti. E alle sorgenti c'è il racconto.
“Geofisica interiore” per un lettore è il processo di assestamento della sua ricerca. Ogni lettore cerca e crea il suo personale spazio-tempo, le sue dimensioni ideali, mappa un universo adatto al suo incerto scrutare. “Geofisica interiore” per uno scrittore è la definizione del proprio spazio-tempo. Uno scrittore di romanzi deve spostare la materia di interi continenti, lavorando quindi su scale temporali dilatate; ha a che fare con massa e gravità che prendono forma nel tempo. Uno scrittore di racconti sa che deve manipolare un grumo di lava incandescente. Un racconto è allora, in questa metafora approssimata, lava incandescente appena sputata fuori dalle sorgenti interiori. Un racconto è vita pulsante, rossa, bruciante. Il racconto di Giovanni Martini, ed è il motivo per cui costui è uno scrittore, si mantiene per tutta la durata della lettura in quell'equilibrio perfetto tra pietra e fiume (di lava), tra stato solido e stato liquido.
La nostra presenza oltre questo mondo
Il libro finisce con un racconto più lungo degli altri, diviso in frammenti. È l'infanzia di Giò (un omonimo dell'autore, curiosamente), la sua crescita con il gioco del calcio e l'accumulo di conoscenze ancora imprecise sulla vita, sulle donne, sul mondo. L'imprecisione è la qualità migliore di un narratore, e questo suona volutamente come un paradosso: niente frasi perfette e limate, niente sfoggio di conoscenza che brilli come un diamante ben lavorato, ma all'opposto una ricerca di ciò che è vitale. E la cronaca di questa ricerca è il libro di Giò, il nostro libro, la traccia della nostra presenza in questo mondo e oltre.

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