Antonio Errico
su “Niente da ridere” di Livio Romano


E’ nel tempo di un uomo qualunque, tra i luoghi di un uomo qualunque, nel confronto con le storie, le occasioni, le disperazioni, le depressioni, i furori di un uomo qualunque, che si può capire con quale volto ( o maschera), quale espressione ( o smorfia), quale verità ( o menzogna), quale realtà ( o finzione), con quale essenziale sostanza ( o la più inutile delle apparenze), il proprio destino si mostra, si manifesta , si trasforma in parola, frase, scrittura sopra i fogli.
Allora Livio Romano con il suo “ Niente da ridere”, uscito in questi giorni da Marsilio, questo fa: si aggira nell’universo dell’uomo qualunque, quell’immenso, sconfinato universo in cui accade tutto il vero e il verosimile, il possibile e l’impossibile, l’insignificante e l’inevitabile, per scoprire quanti sogni di ciascuno sono come quelli dell’uomo qualunque, quante ossessioni torturano in modo uguale, quante sorti buone e cattive si rassomigliano, quante verità si nascondono dentro lo stesso armadio, quanti scheletri ballonzolano falsamente allegri davanti agli occhi, quanto la farsa e la tragedia ripongano fiducia negli stessi attori e spettatori, quanto ridere e piangere siano poi, in fondo, la stessa cosa, qual è il prezzo che bisogna pagare per sopravvivere ai progetti scaduti.
Le storie di Livio Romano intendono dimostrare questo: non c’è niente e nessuno che resti, niente e nessuno che sappia, che riesca a salvarsi dal risucchio che trascina nella voragine dell’insensatezza.
In ogni riga di questo romanzo l’uomo qualunque fa esperienza della precarietà dell’esistenza: si ritrova con il nodo dei pensieri che non riesce a districare, con la massa di eventi che gli si accalcano minacciosamente sulla soglia di ogni mattino, con l’angoscia travestita da stanchezza.
Lo scrittore mette il suo personaggio davanti al precipizio dell’effimero, al centro di una commedia degli equivoci, nel pozzo di una condizione di inappartenenza che provoca il desiderio della fuga oppure, forse più precisamente, della disintegrazione di sé, dell’abdicazione all’identità , della rinuncia alla coscienza del proprio essere e agire.
E il personaggio mette lo scrittore davanti alle stesse situazioni, alle stesse condizioni. Il gioco della specularità è antico. Ma sempre intrigante. Sempre un azzardo. Richiede ( pretende) che si riesca a mettere alla prova il pudore, la resistenza a guardarsi negli occhi attraverso quella fonte di Narciso che sono le parole: fonte che talvolta s’intorbida, smuove la melma sul fondale, deforma la fisionomia. Per cui se può anche avere un senso chiedersi se l’autore si sia cercato - e trovato, o perso – nella figura dai tratti marcatamente realistici del personaggio, certamente non ha senso darsi una risposta, neppure riscontrando alcune coincidenze tra l’esperienza del soggetto che scrive e quella del soggetto che è scritto, neppure registrando la valenza semantica del nome del personaggio che se da un lato si costituisce come iperonimo antropologico essendo molto diffuso nel paese di Romano in quanto appartenente al santo protettore, dall’altro rappresenta, nella letteratura del Novecento, la sintesi della trasformazione essendo il nome che Kafka attribuisce al personaggio delle sue “ Metamorfosi”.
Credo che la condizione che conta in questo contesto sia la finzione dell’autobiografia: ossia quello scarto inevitabile che si determina tra il fatto accaduto e il fatto narrato con la conseguenza che la narrazione si svincola dai riferimenti reali per caricarsi dei caratteri di una prolungata metafora.
L’uomo qualunque di Livio Romano libera il proprio io, lo affranca dalla schiavitù del contingente, attraverso una confessione sincera, ironica, rude, che prende spunto e materia da un’occasione, più spesso da un pretesto, per trasformarsi in narrazione. Perché in principio e al termine di ogni evento, di ogni gesto, non c’è altro che l’intenzione e la necessità di narrare; anzi: di rendere tutto narrabile, come se quello che accade può avere un senso solo in quanto e fin quando viene narrato, cioè ri -guardato, rispecchiato nella fonte di parole, rivissuto a distanza, con lo sguardo dello spettatore che analizza le scene di un film in cui il protagonista si presenta con la fisionomia di un sosia.
Così mi domando se nel continuo rimando di immagini, nel susseguirsi dei riflessi, sia l’autore a rispecchiarsi nel personaggio o se sia il personaggio a riconoscersi nell’autore. Perché il dato e il connotato autobiografico, il contesto della storia strutturato su condizioni di realtà compiuta e concreta, a un certo punto passano dalla situazione realistica a quella simbolica.
L’uomo qualunque diventa ciascun uomo che macina il vuoto in cui si ritrova, che vomita il pieno ingurgitato nel tempo, che succhia il veleno che la vipera del destino gli ha iniettato nel sangue, tentando un istintivo (e quindi incosciente e inconsapevole) atto di rivolta come ultimo e innocente espediente di sopravvivenza.
L’uomo qualunque che convenzionalmente si chiama Gregorio prende coscienza di sé e delle cose che fa e dei pensieri che ha nell’istante in cui racconta quello che fa, avverte, pensa; sensazioni, emozioni, sentimenti passano attraverso il racconto che adotta un linguaggio che mima i diversi stati emotivi, rappresenta un’interiorità e una esperienza d’esistere che trova nella narrazione la forza straordinaria di non abbandonarsi alla dimenticanza, di non tradirsi. E’ una lotta terribile; un duello all’ultimo sangue tra la vita e la parola. E’ proprio per questo che quale sia la scena, la battuta, il finale, non c’è niente da ridere. Non ci può essere proprio niente da ridere.

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