Davide D'Elia
su "Composita solvantur" di Franco Fortini

Il libro di cui scrivo è stato pubblicato nel febbraio del 1994, pochi mesi prima della morte dell’autore, avvenuta nel novembre dello stesso anno; è difficile per me parlare di questo testo, anche e se non altro per l’alto tono che l’autore e la citazione meritano e sortiscono, ma vi è una avvinta volontà che me lo impone, ed io confido in essa affinché mi guidi e mi confidi in ciò che scrivo. Ve ne sono numerosi di libri che, fortuna nostra, Franco Fortini ha coniato in vita; segnatamente l’autore risalta nella coscienza del novecento in prima linea all’interno dell’intellettuale dibattito ideologico-culturale più acceso e radicale. Il passo è a piè pari, poesia e ideologia hanno un comune stradario e, come se non bastasse, ne percorrono le stesse vie. L’ anticonformismo di fondo dell’autore ha ricalcato la sua opera finanche nella critica marxista.
Risale agli anni d’efferata contestazione studentesca la polemica con Pierpaolo Pasolini; diatriba che ne ha marcato diacronia di veduta e che ha portato ad un silenzio tra i due durato oltre sei anni, fino alla morte di Pasolini, senza peraltro minarne la ribadita stima di contorno; ma qui mi fermerei, il tema lo richiede, riserverei l’assunto ad analisi competenti ed appropriate.
Rimestato dal fragore, il poeta Fortini, ricama l’ideologia di fondo nella sfumatura versale e nella sobria volontà poetica, nel disincanto perenne del bilico precario tra realtà ed illusione “E mai non era nostra / la schiuma dello stagno / o il ruvido lentischio, nulla avevamo compreso, / non il sentiero, non il paese chiuso / dove non c’era anima viva / e tocca invano ai selci il passo / del segnato da Dio”. La sua linea poetica, perlomeno, ripone la fiducia e la rimarca nel binario di quel modernismo novecentesco che ha fatto della consapevolezza del passato la coscienza del presente e parte considerevole della sua fonte sostenibile di rinnovamento. Nell’ultima perla che ivi cito la forza caratterizzante del poeta Fortini pare scorrere in un tulle che costringe a una lettura che permane nell’oltranza, che protrae la sua possanza oltre la riga, come se ogni verso fosse un grande trampolino che prelude a un volo nuovo.
Fortini in questo libro ci ha ribadito delle doti del poeta, colui che scrive il verso con l’occhio che si schiude nell’etica immortale della nostra grande musa, che mentre stringe la sua penna s’invola tra il complesso che lo attornia consapevole che scandagliare il dubbio talvolta vuol dire di per sé svelarne ogni recondita sostanza “Guardo di notte le bellezze eterne / e il poverino, che sono, domanda. / Che domanda?…”. Ciò vale, peraltro, anche per quel latente spasmo autobiografico che a ragguardevoli tratti percorre la raccolta; difatti se da un lato accomuna l’autore al novecento caratterizzante di poeti come Saba, Giudici o l’amico Sereni, dall’altro lo disgiunge con una singolarità accattivante, “Sopra questa pietra / posso ora fermarmi. Dico alcune parole / nello spazio vuoto preciso. / Le grandi storie / tentennano in sonno, vacillano / nelle teche i crani / dei poeti sovrani.”; appare quell’intimismo sfuggente, giammai come liricamente confessorio - di cui egli rifuggiva l’ordito - ma come canale attraverso il quale transita la sua indomabile forza critica, “per quanto cerchi di conoscere / che cosa guarda dal sereno / dove il celeste posa in sé,/ di questo sono certo e fermo: / i globi chiari, i lenti globi / templari cumuli dei venti / non sono me”, l’occhio vigile del poetante dirimente e militante nell’eversione più sfrontata ed attuale. In esso la verità è sublimata dall’idea della realtà transitante e trasposta tramite la vicenda del sé, “Le mie voglie, più sterili che belle, / Volano via. Voi lo sentite rondini, / Si dissipa il tepore, avanza il freddo. I nidi siano altrove”; in quest’ottica l’ego rappresenta un guado attraverso cui il verso (acqua o linfa) scorre in direzione della sua foce (il significato) per librarsi nell’oceano della sua piena realizzazione. L’ottocentesca istanza goethiana che mirava a liberare la poesia dagli schematismi di metodo richiamando alla creatività individuale è oramai sbalzata nel tempo e – seppur il rapporto può apparire anacronistico - in Fortini ha trovato un sobillatore contrafforte che la respinge e va ben oltre, ne libera la singolarità dell’espressione per riporla su un piano nuovo, che non disdegna talvolta del servirsi di basi classicheggianti per riporle, sommessamente e non senza la dovuta cautela, in una più ampia e cosmogonica dimensione attualizzante “Come rauche ora vociano parole / quasi laide nell’aria della sera! / Fu dolce, in altro tempo primavera. / Godono pepsi cola ignude gole.”, una sorta di gnomica e costruttiva critica che transita dall’ego per proiettarsi nella realtà contemporanea. Tutto ciò avviene con la compostezza e la misura che in poesia lo caratterizzano. Da qui, nondimeno, partono anche le aberrazioni per quella guerra nata dai tempi dei tempi e mai perita “Ora dei lordi eserciti / gli insepolti metalli / di catrami e di ruggine / dissecchino le valli”, attraverso un netto diniego, che nel testo manifesta il suo vigore anche per il tramite dell’esaltazione del sentimento che ne è veicolata e ne veicola, ed anche attraverso le gesta eroiche d’un commissario politico bolscevico che sacrifica valorosamente la propria vita per opporsi all’avanzata impetuosa dell’invasione tedesca “ << Non possiamo più, - ci disse, - ritirarci. / Abbiamo Mosca alle spalle>>. Si chiamava Klockov”; Fortini - con questa tematica - pare voglia trasmettere, più o meno consciamente, la sua personale fiducia nel genere umano le cui doti, nonostante tutto, risaltano anche nella tragicità d’ un aberrante conflitto o nell’approssimarsi di una morte, fosse anche la sua, di cui questo testo viene considerato - come egli stesso ha asserito poco prima del suo decesso - un testamento “ <<Sono, - le chiesi, - vicino a morire?>> / Sorrise come allora. / << Di te so, - mi rispose, - tutto. Lascia / quel brutto impermeabile scuro. / Ritornerai com’eri>> ”.
Non ch’essa fosse una costante, tutt’altro, il testo si rivolta alla sua essenza come un sole che trionfa sulla nebbia, ma essa, la morte, compare nell’intreccio della trama come se il poeta ne avesse in mente il suo ideale celato e blasonato sin dal titolo del libro, augurale precetto e comando d’alchemiche origini e tratto dall’epigrafe posta – come asserito nelle note del libro - in Cambridge, al monumento funebre per Francis Bacon - barone da Verulamio, “Si dissolva quanto è composto, il disordine succeda all’ordine” è il simbolo e l’eversione che assume il significato della cosa giusta, d’alto motivo poetico e umano riscatto.
“Ma prossima è la morte e a una immortale / Vita, chiusa la falsa, apre le porte, / Vita di vita e morte della morte. / Chi gli agi fugge per amar naufragi?”;la morte formale del testo è necessaria affinché attraverso la rilettura esso riviva nella storia, questo sosteneva Fortini, ed è ciò che avviene, a mio sommesso avviso, nella metafora del decesso che si concretizza nella vita e nell’idea, fenice rigeneratrice dell’immortalità letteraria.
“Così non fu, non fu così, non era…”, il genio del poeta rasenta mestamente l’artistico archetipo Prometeico moderno, colui che ritrova la sua arte nella sua libertà, nella sua irredimibile creatività poetica, nella denuncia dei disvalori d’un sistema disidealizzato.
La morbidezza vellutata cui tende al più una composizione poetica trova in Composita Solvantur quella dolce accoglienza, “Le nuvole volanti e i lumi intensi! I cittadini dell’eterna vita!”. E’ questa l’alchimia. Leggere questo testo è limpido come una vita, se ne assapora la scistosità, la si conosce a fondo ma la si ignora, la si vive di versi vissuti. Il suo segreto permane versatile come il suo incedere versale “E anche tu, Giacomo, te ne sei andato via / nel vello di te medesimo impigliato. / Piangere non sai più sai solo leggere / e in tuo terrore quasi piangendo leggi”. Fonico, incisivo, leggero nonostante tutto, nonostante la transuenza degli affetti, l’indomita speranza, la rabbia, la certezza d’intonse vedute. E’ l’incisività semplice del suo timbro che si intravede nelle sue opere migliori. Talvolta pare ch’egli digrigni e strida il suo verso tra i denti, “Dimmi tu conoscevi, è vero, quanto sia indegna / questa vergogna di vecchiezza?”; talaltra pare voglia affliggere il suo pensiero su di un manifesto ai bordi delle strade “Disoccupato o in cerca di prima occupazione / infante scolaro studente / questa ecco la prova / della fragilità capillare, del secreto vaginale, del sangue / occulto”; l’apertura dialogica, l’introspezione mirata e controllata e la personale mimesi si alternano all’elegia composta in varianti metriche differenti. L’opera fortiniana, la sua ostinatezza indomabile di principio e di idee sublima ogni eccellenza, essa permane costante dall’inizio alla fine della raccolta; il poeta si pone da subito un quesito sulla propria esistenza, lo sviluppa e lo rafforza nel mentre, trova pur tuttavia una risposta finale, quella impressa nell’epitome autobiografica posta prima dell’appendice e che si conclude così, “Proteggete le nostre verità”, il fine d’esse, le nostre verità, quelle per le quali l’intellettuale ha il dovere di combattere, quelle per le quali egli vive ed ha vissuto.
L’amaggio per Fortini è una passione vibrante e tutta la sua opera vibra in questa passione tangente. Se dovere del poeta è lucere la notte, Franco Fortini è come quel bagliore d’una luce che, seppure spenta, avvince nelle tenebre peggiori.
La malia è in ogni verso. L’ elogio nelle chiuse, l’eloquio lapidario che le attinge nell’alchimia melodica che le caratterizza.
Non scrivo ulteriormente. Scrivere senza averne contezza, sarebbe - per quanto mi riguarda - una lettura tra due righe senza inchiostro. Spero pertanto di non avere oltrepassato la flebile soglia della competenza.

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