Intervento eterodosso di Agata Spinelli su
SEQUENZA ALFA-NUMERICA
di Lucio Pacifico

Non si tratta di un libro. Non come si immagina di solito un libro. È solo un quadernetto, di quelli a righi che vanno bene dalla terza elementare in poi e con i margini sopra e sotto ed i bordi che non si possono oltrepassare. Lucio però spesso oltrepassa volentieri la sottile linea viola verticale.
La copertina plastificata è nera, con una mela morsicata blu al centro. Sotto la mela vi è stato appiccicato un adesivo rettangolare, ma con i bordi non proprio dritti e regolari. E sull’adesivo vi è stata riprodotta la sequenza dei tasti, l’ordine esatto a cui il titolo fa riferimento.
In quarta c’è un altro adesivo e nessun commento ripreso da articoli inerenti, né apprezzamenti critici autorevoli. Vi sono riportate, con diversi caratteri, in ordine sparso e grandezza differente, frasi riprese dai più disparati contesti. Più la firma dell’autore. O così come era ai tempi della prima o seconda elementare. L’ultima citazione sull’adesivo (e le citazioni di Lucio Pacifico non sono di altri autori, ma prevalentemente sono frasi riportate dai muri, dai cartelloni pubblicitari, dalle targhette, dai segnali, dagli avvisi nei corridoi; sono citazioni della voce propria del mondo, della società, sono saccheggi veri e propri) arriva probabilmente e direttamente da qualche ambulatorio. L’ultima citazione dice Dona il sangue, che mi ha ricordato, però, in questo contesto, un’imprecazione tipica delle mie parti, che si usa per indicare la rabbia e la determinazione con cui si vuole fino in fondo qualcosa. Ottenere qualcosa. In questo caso mi sembrava voler richiamare l’attenzione sull’urgenza di donare gocce di sangue per ottenere poesia.
E in Sequenza alfa-numerica mi pare proprio che “qualche” goccia, dell’autore stesso, ci sia.
Manca il marchio di un qualunque editore. C’è solo quello della cartiera che ha prodotto il supporto. Manca il codice ISBN. C’è però l’indirizzo di chi ha scritto e pure la sua data di nascita.
Giovanissimo. Neppure venticinquenne.

L’ho pagato appena due euro e cinquanta. L’ho comprato non in una usuale libreria ma alla LIBRERIA DEGLI INEDITI, che poi è la costola di un teatro nel cuore del centro storico di Napoli. Da cui sta venendo fuori una Eva parecchio avvenente ed affascinante, direi.

Da dove comincio?
È la prima volta che sono alle prese con un esperimento di “critica letteraria” e siccome temo di non avere i mezzi appropriati per uscirne viva, non posso fare a meno di lasciarmi contagiare e con piacere dallo stile convulso del poeta di cui racconto. Così almeno tutto ciò che apparirà al di fuori dei canoni della critica letteraria, quella condotta con mezzi ufficiali, potrà sperare di farsi giustificare dalla contingenza. Proprio dal rifiuto di ogni ufficialità dell’opera stessa, appunto, e di chi vi ha operato.

Lucio Pacifico non è solo scrittore, poeta, ma è soprattutto performer e di notevole interesse.
La sua opera si presenta sotto l’aspetto bizzarro di un riccio, goffo e brutto, all’apparenza poco elegante, nient’affatto scattante. Ed invece lo scatto in avanti, o meglio, lo scarto qualitativo c’è ed è nei suoi aculei. Gli aculei di questo riccio sono delle esplosioni epidermiche incontrollabili ed ingestibili per il poeta stesso. Sono delle protuberanze che si manifestano a prescindere dalla propria volontà nei versi e nella voce. Sono brufoli da far esplodere. La scrittura di Lucio Pacifico è una scrittura deflagrata. O meglio è una fotografia dell’attimo immediatamente successivo alla deflagrazione emotiva, emozionale. Pulsionale. E in quella deflagrazione, in quell’attimo di staticità, se si guarda bene è possibile dividere i frammenti dell’esplosivo ingerito, iniettato, preso dall’esterno, da quelli che sono invece i frammenti interni, quelli della carne dello stesso Pacifico.
La realtà che questo poeta descrive è così abnorme e sformata che, spiega…
Non posso piangere, perché anche le lacrime vorrebbero espellere lacrime, …
Scrivere nel suo caso è una terapia di recupero dal passato, ha in se qualcosa dei processi atavici o più esattamente di un processo a ritroso nella singola vicenda umana, alla riscoperta dell’anarchia espressiva infantile e ciò si mostra non solo nei caratteri reali della calligrafia con cui ha riportato le poesie o le prose-poetiche su questi fogli (sono state trascritte proprio a mano, copia per copia, volutamente, come uno scriba), ma anche sulla scelta di recuperare, rifare, rifarsi a quell’inesauribile patrimonio di errori grammaticali ed ortografici tipici di chi è alle prime armi con la scrittura, ma anche di chi, non alle prime armi, vuole liberarla da regole eccessive. Vuole liberare sé stesso. Un modo nient’affatto anacronistico, ovvio o irrilevante di essere, fra le altre cose, anche e ancora beat, in a certain way. In 2007 way.

L’atmosfera della breve silloge (19 testi, di cui non sono state riportate le date) è surreale, proprio per la negazione degli strumenti espressivi tradizionali, in favore degli automatismi psichici che vengono invece quasi sempre registrati con prontezza, ma è pure contemporaneamente naif e dark, anche se questo è un dato forse dovuto più alle origini napoletane del poeta e all’atmosfera stessa della città o agli stereotipi che la affliggono, sempre a metà fra il teatrino vivente e il carcere a cielo aperto ( basti vedere, per fare un solo nome del pur ricco panorama letterario partenopeo attuale, Giovanna Marmo e la sua macabra ingenuità poetica ).

La scrittura-voce di Lucio Pacifico è…
un oscillare mediatico e stanco tra due o più situazioni opposte: …
…è mediatico perché al centro dell’attenzione vi è l’appagamento.
è stanco perché la debolezza faccendere il televisore; il talk show. lo zapping.
Appunto. La scrittura è ortograficamente mostruosa e lo si vedrà ancor meglio più avanti (anche grammaticalmente), ma il nodo fondamentale è in quell’ oscillare, parola chiave per l’intera raccolta. Parola che torna anche sull’adesivo in quarta di copertina, al secondo rigo, con… Le persone oscillanti appaiono in modo virtuoso… parola che riassume e concentra in sé la natura di questo artista e dei suoi testi, una natura tipicamente BORDERLINE, a metà strada e perfettamente in equilibrio, come io sostengo, fra il suo emisfero destro ed il suo sinistro. Fra la sua sacca rettale e la sua erezione, per cui… La genialità gradisce collocarsi negli stati intermedi.
In questo, il paragone con la beat generation è più che altro un aiuto a render l’idea, sebbene in modo parziale, e di sicuro non è un tentativo di circoscrivere in categorie passate la materia poetica del suddetto, per renderla più maneggevole. Alla portata. I soliti noti sostenevano che quando si scrive bisogna in qualche modo cercare di farlo mossi dall’onda del piacere vero, in fase di sincera eccitazione, perché solo così, qualunque forma si stia usando, l’energia si trasmetterà direttamente al lettore/ascoltatore. E qui, l’energia arriva. Diretta. Pura, distillata. Goccia dopo goccia (vedi in alto): Le gocce come schegge sulle cosce… , sempre perché di un’esplosione si tratta.
A volte diventa snervante, in alcuni passaggi meno brillanti e più svogliati (come l’inizio de L’INCOMUNICABILITà ), meno lucidi e meno feroci, nelle sue fasi masturbatorio-ossessive, ma in quei passi Pacifico stesso s’accorge e riconosce la perdita di mordente e spiega, quasi a volersene scusare, subito dopo…
scucciat pecché nun Kant?
In verità sono terribilmente stonato.
In verità sono terribilmente stonato. In verità sono terribilmente scontato.

Ancora a proposito dell’equilibrio, dell’oscillazione, del presunto funambolo, uno dei momenti più intensi e sorprendenti è SILENCE (silenzio). Il titolo appare sul margine alto a sinistra del foglio. Poi il foglio è quasi del tutto immacolato. Resta bianco fino alla linea che separa, contando dall’alto, il dodicesimo rigo dal tredicesimo - quindi appena sotto il centro - dove è scritto BAU BAU. Il verso del cane interrompe il silenzio. Il silenzio del foglio. Il silenzio cerebrale, interiore. E non in uno dei due righi indicati, ma a cavallo fra questi. Almeno nella copia che io ho acquistato. È lì che l’impressione va ad incastrarsi, nitida. Sul filo sottile del rasoio. E lì resta. Come una nota sui righi e non fra gli spazi. Come su una corda vibrante, che passa e divide i due emisferi appunto e poi scivola giù lungo tutto il corpo e lo lascia tremante. In una quasi impercettibile, ma continua, oscillazione, un po’ di qua ed un po’ di là…
… è stata messa in scena “la differenza tra il corsivo e lo stampatello” nello scroscio improvviso della pioggia…
esattamente: ad essere messi in evidenza non sono né il corsivo, né lo stampatello, ma la differenza, lo scarto, lo scostamento fra i due, come per ogni altra coppia di valori assoluti. Lo scroscio improvviso della pioggia, poi, come l’orgasmo che detta alla mano che scrive e che mette in scena, come dicevo all’inizio, proprio quell’attimo esatto di confusione, in cui però i due poli d’attrazione sono ancora riconoscibili, sventrati ma rintracciabili, e l’essenza intima dell’artista o dell’uomo non è in nessuno di questi. Forse solo a metà. Nella sospensione continua.
Il bisogno di Lucio Pacifico di deflagrare nella scrittura, di far esplodere la propria voce è causato esattamente dalla ricerca di quel sottile, impercettibile stato dell’essere che è l’essere impalpabile, irrintracciabile dalle altre logiche, dunque invulnerabile…
…è rimasto uno strato sottile del tuo burro cacao con la tua bocca appiccicata su…

Essere fra i due poli è per l’autore condizione di invulnerabilità, perché sembra che lo consideri uno stato – paradossalmente per una poesia così corporale - di assenza di carne, quindi assenza di vanità e di degradazione o putrefazione. Lo scrive espressamente ( a mo’ di claim pubblicitario) in ANORESSIA, della sua intenzione di sfrondare la scrittura da ogni eccesso, da ogni cosa superflua…
…per cui ABBANDONARSI AI PIACERI DELLA CARNE inquina…
eppure la contraddizione è evidentissima: più che un autore anoressico, Lucio Pacifico è vistosamente un autore onnivoro e bulimico, che si ciba di tutto ciò che ha intorno, che non può fare a meno di rischiare quell’inquinamento psichico, emotivo, stilistico, che ruba ogni suono, che ingloba ogni voce ed ogni timbro, ogni pensiero altrui e dà un posto a tutto ciò fra le sue pagine, perché solo così, solo lungo questo percorso in cui sporcarsi, egli riesce a ritrovarsi. Ad individuarsi ancora. A portare a compimento la propria liberazione. Nella stessa poesia dice…
…SUDOvomito…
ossia la sua scrittura trasuda di tutto ciò che mastica, dell’aria che respira, ma che non riesce ad inghiottire fino in fondo. A metabolizzare. Che non vuole fare proprio. La scrittura serve a ripulirsi…
Scrivere sulla carta igienica e poi usarla per detergere il cerume…

È inevitabile che ci sia del misticismo, più o meno celato, ma il richiamo all’essenza è subito richiamo alla spiritualità…
La scrittura eora il modo diretto per parlare con dio, il dio minore, sisa.
Per quanto riguarda gli errori, questi sono appunto un’arma di autodifesa, selvaggia, ma anche naturale, lungo questo percorso. Come enzimi o meglio, come anticorpi che il cervello produce automaticamente al passaggio, al suo interno, di tutto questo (voci, rumori, input continui alla militarizzazione dalla violenza e aggressività esterne). Sono una specie di reazione chimica, una pura difesa ontologica, volta a preservare le modalità più vere dell’essere, attraverso lo scaricamento della violenza sulle strutture ortografiche (È questo uno dei molti aspetti di somiglianza o comunque di vicinanza che mi è parso di poter scorgere tra il lavoro artistico di Lucio Pacifico e quello di un altro poeta/performer indigeno, un altro illustre “terrorista ortografico”, quale Tiziano Serra.)…
Non è importante stampare frasi collegate tra loro e nemmeno complementi e predicati, per questo ci sono le congiunzioni.
Forse, proprio il foglio, lo spazio cerebrale dell’autore, lo stesso autore qui sono la congiunzione. Ecco perché non c’è bisogno di averne altre. Sono il collante che ingloba così tante proposizioni imperanti e aforismi e ritornelli.

Ma non mancano anche momenti, riuscitissimi, di lirismo e “poesia in senso più classico”. Poesia all’osso:
Qualcosa cadrà
dell’albero di melo;
forse il vento,
forse il peso maturo…

Uno degli aspetti che trovo più intriganti della poesia di Lucio Pacifico è il suo essere vitale, nel senso di andare completamente oltre la pagina e la sua bidimensionalità, nel senso ancora più preciso di prestarsi così naturalmente alla lettura pubblica, LIVE, più che a quella privata. Sottaciuta. Questa è una scrittura che l’artista distribuisce sulla pagina non come poesia visiva (pur ricorrendo a mezzi visivi) ma piuttosto in modo sonoro. Gli artifici grafici non corrispondono ad altro che ad una segreta legenda per dare aspetto alle parole utilizzando lo strumento Voce. Questa poesia urla la propria richiesta di sonorità. Il foglio stesso, seppur foglio di quaderno a righi da scuola elementare, altro non è che…
…il pentagramma dentro cui sgolare…
contenitore che raccoglie, per quanto sia possibile, le emozioni che fuoriescono e per cui la voce ed il suo ritmo sono liquido fluente che trascina fuori. Molto meglio delle mani che scrivono.

Il modo stesso in cui riporta, “disegna”, le parole, i segni sul foglio è congeniale ad una lettura interpretativa, ad alta o altissima voce, a seconda che tutto sia maiuscolo o meno…
…Sono un pessimo scopatore, io. Scrutatore di bassa qualità, sono io.
MESTRUAZIONI AL MARE,
ASSORBENTE INTERNO,
NON SI BLOCCA IL CICLO;
il timore di macchiarvi, LA PAURA DI MACCHIARVI, perché anche noi siamo un po’, donne, non trovi?

E quando taglia le parole con i trattini, le sega in due, vuol dire forse che allora il fiato va tagliato, segato al centro. In modo brusco. E quando invece lo fa senza trattini vuol dire che il fiato si interrompe lo stesso, ma in modo sommesso. Meno brusco. E quando al centro di una parola, una lettera è racchiusa, ingabbiata fra due parentesi, probabilmente è perché Lucio sta solo trascrivendo una melodia e ce l’ha chiara in testa e quelle stesse lettere sarebbero superflue.
…Re si d(u)o. Sa-bbia, So-le, Te-rra,
Vento, Acqua, Pelle…
Le parole di Lucio sono animate. Timide o sfrontate. Non sono gli eventuali punti o le virgole da cui sono precedute a dettare loro il modo in cui presentarsi, se la prima lettera deve essere “grande” o “piccola”.
Taglia, Lucio, taglia perché lui stesso è pieno di tagli (banale?); ri-acconcia il linguaggio, gli rifà la messa-in-piega, così come trova più opportuno e di sicuro, non è di una eleganza sobria questa Donna-Poesia che Lucio presenta. Non è un bicchiere d’acqua. Con quelle cadenze e clausole e riposi, gli accenti rifatti…
Sappia teche siete le sole a conoscere
dov’è che si terrà, la Nascità.
La donna di Lucio, è una ragazza kitch, svitata, schizoide o una vecchia puttana marziana, un’aliena. Grottesca. Un bambolotto parlante con il nastro incantato e che ripete sempre le frasi sconce ascoltate nei vicoli dei quartieri. La donna di Lucio è nient’altro che Napoli. La Napoli incontenibile ed ingestibile. La Napoli che infetta, che sporca, contagia ed è impossibile tenersela dentro tutta quanta. La Napoli eterna e la Napoli Post-post-moderna.

Infine, ovvio, la poesia che io preferisco. E che dà conferma della mia teoria sul bisogno di Pacifico di insistere e scavare esattamente al centro del suo cervello, come di ogni altra cosa. Di sentirsi punto di sutura ma anche momento di pausa, di sospensione. Di vuoto.

SICCITA’

un solco riarso in mezzo alle fauci,
e qualcuno, qualche minuscolo folletto
scava con vanga e piccone.
terra dura e fredda.
simmetricamente al centro.
ed anche oggi non piove.

Agata Spinelli

  indietro musicaos