Irene Leo
Intervista a Remo Bassini

"Sono uno scrittore di ritmo. Il mio più grande pregio è che quando inizi a leggermi poi prosegui, ma questo deriva proprio da quanto ho detto prima: che mentre scrivo mi leggo e mentre mi leggo pretendo ed esigo di stupirmi. O è così o butto via" R. Bassini.

Siamo con Remo Bassini,  persona di gran  pregio morale,  giornalista e scrittore.Ha pubblicato “Il quaderno delle voci rubate" (La Sesia, 2002), Dicono di Clelia (Mursia 2006), Lo scommettitore (Fernandel 2006) e alcuni racconti in rete.
Un incontro “fortuito” il nostro avvenuto sulle pendici della poesia di Pessoa, un dì. Un incontro piacevole.Ho avuto modo di conoscere Remo, grazie alla  partecipazione di entrambi, in funzione di co-redattori presso la stessa e-zine letteraria.Penna mirabile, e sincera. Proprio in virtù di questo suo modo schietto e spontaneo, siamo qui per un amichevole botta e risposta con uno scrittore che vi invito a conoscere. Anche attraverso queste righe a seguire, che hanno se non altro, lo scopo di mettere in luce, seppur parzialmente , una bella anima. Ma non aggiungo altro, vi lascio il piacere della ri/scoperta. Questo il web-site dell’autore: http://www.remobassini.it
A voi. 
 
Irene L.-Bentrovato Remo, cominciamo…
Remo B.-Grazie. Grazie per penna mirabile e sincera. Una bella anima, però, non credo, sai Irene. Penso di essere fatto piuttosto male; una mescolanza - di generosità ed egoismo - che oscilla, pericolosamente. 
I-Sono diverse le vie che portano alla materia letteraria. C’è chi scrive per un’esigenza radicata, chi per liberazione, chi per ispirazione, chi per… Ma in tutte queste facce dell'espressione "scrivere", c'è un sempre un centro che parte dal profondo, come si fa a sapere che sta avvenendo? Come avviene in te il "concepimento"?
R-Non posso che ripetere ciò che ho già detto in altre interviste. Scrivere per me significa viaggiare, allontanarmi da me, esplorare altri mondi. Flaubert diceva che bisogna vivere come dei buoni borghesi e pensare come dei pazzi. Sono d'accordo con lui, e aggiungo che si scrive anche per non impazzire, per tenere a bada i propri fantasmi. Si viaggia, quindi, ma si esplorano anche luoghi bui, tenebrosi. 
 
I-A volte, un’illuminazione cambia il mondo e la vita. Lo scrivere ha sortito questo effetto, in te, per te? perché si, o perché no?
R-Prima la scrittura era un sogno, un sogno che si ha a vent'anni e poi. Poi un giorno succede - ed a me è successo così - che sono riuscito a raccontarmi una storia. Insomma, mi piaceva, per la prima volta, ciò che vedevo e, forse, quello che scrivevo e poi vedevo, non era la mia mente a suggerirlo, ma la mia mano; e chi dettava alla mia mano erano le mie viscere. Sia chiaro: non sempre è così. La scrittura spesso è razionalità. Ma io mai e poi mai riuscirei a scrivere un libro facendo prima una scaletta. Io scrivo e basta. Senza sapere. Succede così che in poche ore io riesca a scrivere cinquanta pagine, succede il contrario: giorni e giorni di vuoto assoluto, di nebbia. 
 
I-Esiste un libro che vorresti aver scritto tu? Se si, quale?
R-Un Saramago qualsiasi... 
I-Sei lettore di te stesso. Giudica il tuo modo. Come ti vedi?
R-Sono uno scrittore di ritmo. Il mio più grande pregio è che quando inizi a leggermi poi prosegui, ma questo deriva proprio da quanto ho detto prima: che mentre scrivo mi leggo e mentre mi leggo pretendo ed esigo di stupirmi. O è così o butto via. 
I-Qual è la "missione" di uno scrittore,( se missione è)? Qual è la tua quando scrivi?
R-Scrivere un libro è come scrivere una lettera; una lettera la scrivi a una persona che conosci, un libro a gente senza volto. Io scrivo storie per degli sconosciuti sperando che possano provare almeno un'emozione forte, sperando insomma che viaggino con me. Questo è il punto di partenza. Poi, dietro, metto altre due priorità. La prima. Scrivere, parlare sempre di sofferenza, di debolezze. Di sensibilità calpestate. La seconda. Scrivere in modo che tutti capiscano, cercando insomma la semplicità (perché - come dice Popper - Non c'è niente di più facile che lo scrivere difficile). 
I-Com'è cambiato, dal tuo punto di vista il rapporto editoria-scrittore-lettore rispetto a qualche anno fa? Si sta muovendo qualcosa verso gli esordienti?
R-Questa domanda, Irene, meriterebbe un capitolo a parte. E' un mondo difficile, diciamo. No, peggio: è un modo bastardo, dove c'è gente che sgomita e gente che piange e gente che fa o soldi e gente che pur di arrivare è disposta a vendere l'anima al diavolo. Non dico nulla di nuovo. Dico questo però: quando si scrive guai a pensare all'editoria e ai suoi meccanismi spesso perversi. 
I-Ed il lettore  che ruolo ricopre oggi?
R-Un ruolo difficile. Spesso non è il lettore che sceglie il libro ma è il libro a scegliere il lettore. Mi spiego: se vai in libreria trovi solo certi autori di certe case editrici; se leggi giornali e riviste, trovi interviste e pubblicità solo di certi autori e case editrici. Giocoforza si è condizionati da una pubblicità assordante. Tra Ammaniti e don Luisito Bianchi chi è più famoso, oggi? Ammaniti, chiaro. Peccato che don Luisito Bianchi sia una della massime espressioni della letteratura contemporanea che però è pubblicato da una casa editrice, parlo della Sironi, che è medio piccola. Una volta ho scherzato nel mio blog e ho detto: quando vado in libreria e guardo nella lettera B, per vedere dove sono i miei libri, trovo sempre Biondillo, Biondillo, Biondillo. Lui mi ha risposto, in modo scherzoso.  
I-Un consiglio per chi vorrebbe affacciarsi sul mondo della "scrittura"... ed una premessa a chi vorrebbe leggerti.
R-A chi vuole scrivere dico sempre tre cose. Ricordarsi di Vittorio Alfieri, Volli, fortissimamente volli, la prima; leggere libri, informarsi, la seconda; leggere la vita, la terza. Su di me preferisco non dire cara Irene. Non "mi sono mai consigliato" a nessuno. 
I-“Il quaderno delle voci rubate”-“Lo scommettitore”-“Dicono di Clelia”. Un aggettivo per ognuno di questi tuoi libri.
R-Il quaderno delle voci rubate: perplesso (di fronte all'animo umano)
Lo scommettitore: virile (di fronte al potere)
Dicono di Clelia: femmile (un inno alla sensibilità).
I-Dal tuo racconto pubblicato on the web “Tamarri”,  come tu stesso affermi, si  può trarre esempio della  tua scrittura: brutale quando serve, comunque vera e dalla parte di chi soffre. Dunque lo scrittore dovrebbe assumersi un ruolo salvifico e o di denuncia?  Ed in tal caso come deve colorarsi la “brutalità” per essere ascoltata?
R-Va solo svelata, nel modo migliore. Senza enfasi né occultamenti. Per dare una mano - se possibile - a chi è brutalizzato.
I-C'è un tema a te caro? Mi rivolgo a te oltre che come scrittore, come lettore.
R-Più che un tema uno stato d'animo. Stupirmi. Stupirmi di ciò che leggo, stupirmi - ma questa è una scommessa - su ciò che scrivo.
I-Hai avuto un colpo di fulmine “letterario”? Mi spiego, un frammento, uno stralcio poetico, un aforisma che ti sono nel cuore, per un motivo ben preciso.
R-Un articolo di giornale, tanti anni fa. Era di Beniamino Placido. Diceva che in Italia manca la letteratura popolare. Raccontare, insomma, storie. Di altri, uscendo da sé.
I-“ Non sono niente. Non sarò mai niente. Non posso volere d'essere niente….”Continua tu con tue parole questo celebre frammento Pessoniano.
R-Proseguo con un altro poeta, sconosciuto, Ernesto Ragazzoni.
Ogni fiore si sente un po' rosa
ogni fiume si sente un po'Po.
Mi riconduce a Pessoa. Non siamo niente. Siamo dei contenitori di sogni e ricordi. Inseguendo la fama e la gloria - sentendoci rose o popò, insomma cacche - perdiamo di vista la vita. Mi spiego meglio: la bellezza dello scrivere non è pubblicare. E' scrivere.  E' più bello sognare di pubblicare che pubblicare. Basta guardarli in faccia gli scrittori: son quasi tutti tristi, incavolati. Ieri lo erano perché sconosciuti, oggi perché troppo poco conosciuti. L'importante è sognare, sempre. Scrivendo. 
I-Pregi e difetti della rete?
R-Più pregi che difetti. Ci sono utili scambi di informazione, ed è il grande sfogo, che non sottostà a regole, della scrittura. 
I-Pregi e difetti della realtà cartacea?
R-Il pregio è il fascino della carta. Ha un profumo, un fascino che nessun pc o mac avrà mai. I difetti sono che è un meccanismo altamente imperfetto. Succede che arrivino alla pubblicazioni dei mediocri, succede che ci sia gente valida ingiustamente esclusa. E' per questo motivo che, spesso, faccio fatica a definirmi scrittore. Perché mi domando: e se ci fosse qualcuno che ha nel cassetto qualcosa che è più valido e valido almeno quanto le mie storie? Non è forse anche lui o lei uno scrittore? Torno a Pessoa e dico, non sono niente. E questo è un pensiero ricorrente quando vado - sempre malvolentieri - a presentare i miei libri. Guardo tra il pubblico. E immagino che il vero scrittore non sia io, ma sia piuttosto qualcuno in disparte che non farà domande, ascolterà, e sarà triste, di sicuro; perché ogni scrittore vorrebbe dar vita, cioé far leggere ad altri,m ciò che ha scritto. Non sono niente: sono il disagio, sono in disagio. 
I-Grazie Remo per averci dedicato un po’ del tuo tempo. Ma in fine cos'è il tempo per chi scrive, come te?
R-Passato, presente, futuro e morte. Il tempo è interrogarsi, sempre, guardano il mare di notte, ascoltando cosa ci dicono le onde.

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