Angela Plati
Manuela Avakian, una scrittrice testimonia l’Armenia.

Manuela Avakian, col sul romanzo d’esordio, ci conduce fra il popolo armeno.
Prende spunto dalla propria vicenda familiare, per raccontarne l’ingiustizia dell’esilio. La sua narrazione ha ambientazioni storico geografiche precise. Ci accompagna in Armenia a scandalizzarci del suo sangue, poi in Etiopia, infine in Italia, riuscendo a farci vivere usanze e mentalità di ciascuna etnia. Quasi assaporiamo i piatti armeni cucinati dalla protagonista, Siran. Con lei ci affacciamo sulle tukul in Africa. Dal suo salotto vediamo le rotonde capanne di fango, ne sentiamo il puzzo di sporcizia e malattia mentre gli indigeni ci coinvolgono nelle loro esistenze, distinguiamo le case a luci rosse ancora più sudice per la sifilide. Poi il disagio per le stagioni italiane sconosciute all’Africa e lo stupore per i suoi paesaggi di uliveti e boschetti di ginepro. Per finire ad imprimere orme sul bagnasciuga, con la certezza di calpestare finalmente la propria terra.
E con Siran soffriamo per l’inflizione di un’educazione troppo turchizzata. Non vero retaggio armeno, ma assimilazione di una cultura “nemica”. Con lei ci ribelliamo ma alla fine versiamo lacrime quando il padre ammette la sua troppa durezza.
La storia è una dei protagonisti del romanzo. Primo paese al mondo ad adottare il Cristianesimo come religione di stato, l’Armenia, anche per essa, è da sempre teatro di conflitti. È’ raccontata durante il genocidio, movente dell’emigrazione della famiglia Hagopian. Quello più recente del 1915/1916, in cui i Giovani Turchi inseguirono il mito della Grande Turchia anche orrendamente massacrando minoranze. L’Armenia ne aveva già subito uno precedente, scatenato dal sultano dell’impero ottomano Abd – ul – hamid II negli anni 1894/1896 e ne portava ancora le ferite.
Sangue. E ancora sangue. Tutt’ora sangue, in questa terra senza pace.
Il 20 gennaio 2007, la stampa ha riportato l’omicidio del giornalista e scrittore armeno Hrant Dink, già condannato per offesa all’identità turca. Lo stesso reato per i quali sono stati condannati altri due scrittori, il premio nobel per la letteratura Orhan Pamuk e la scrittrice, questa volta turca ma grande amica di Dink, Elif Shafak per il libro “Il bastardo di Istambul”. Come Dink, hanno scelto di rimanere in Turchia per amore della propria terra e dei propri avi, pronti al sacrificio sino alla morte. Si potrebbero citare anche altri nomi, piuttosto noti nel mondo, che hanno stabilito di superare la neghittosità tipica orientale ed esporsi in prima persona. In Turchia l’incognita del successo di raggiungere l’unico vero baluardo della libertà rimane l’islamismo. La sua violenza e radicalità sono purtroppo ostacoli difficilmente superabili.
Sangue. Tutt ‘ora sangue. E sangue chissà per quanto ancora.
Antonia Arslan, conosciuta scrittrice e giornalista italiana, testimonia il sopruso attraverso le vicissitudini della propria famiglia, col suo primo romanzo “La masseria delle allodole”. In tono colloquiale, come in una chiacchierata accanto al camino, ci presenta affettuosamente i suoi cari. Scevro d’odio, il romanzo narra da una situazione iniziale di agiatezza al tramonto di gran parte dei componenti della famiglia. Sempre distintasi per l’ottima reputazione ed educazione, la famiglia Agopian insegnava ai propri bambini a non mostrare dolore. L’educazione esige compostezza. Facile, quando il dolore è un gioco. Quando dura il momento di una foto. I piccoli armeni, in posa d’avanti ad una macchina fotografica, giocavano a dissimulare quello dei calci e pizzichi che si tiravano a vicenda. Chi sarebbe apparso più bravo? Ignoravano che presto ne sarebbe toccato uno terribile, solo da urlare.
Un piccolo dolore soffocato può avere impedito di gridarne uno molto più forte? La troppa educazione e fiducia nella rettitudine degli altri, può aver ostacolato il riconoscimento del pericolo e il fuggire in tempo? E nel silenzio le donne della famiglia subirono l’inquadramento in massacranti marce, pause in campi profughi, e ogni sorta di violenza. Ma a loro, alle sopravvissute, essendo gli uomini tutti sterminati, toccava accusare. La loro voce, ancora troppo poco ascoltata, incrimina attraverso una loro discendente. Donna e scrittrice.
Avakian si associa alla Arslan nel traghettare la sua famiglia dall’inferno dell’Armenia alla salvezza in Italia. Entrambe descrivono atrocità senza falsi pudori, perché la guerra non merita veli. Narrano gli abusi che si accavallarono sommergendo un popolo nell’asfissia del dolore, togliendoli ogni traccia d’umanità. Lo denunciano tutti i personaggi. Ad uno secondario, Heripsime, Avakian dedica i versi di Primo Levi
“Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e il grembo
come una rana d’inverno …..”
Heripsime nelle forzate marce della morte. Heripsime nei campi di concentramento. Heripsime, nel dolore e nel silenzio. Chi grida per lei? Chi piange per lei? Chi l’ha conosciuta? Chi sapeva del suo martirio? Sofferenza e solitudine. Un popolo malvagiamente offeso e circondato dal silenzio, nonostante l’impietoso spettacolo dei suoi cadaveri ammucchiati ovunque. Vittime su vittime.
Un emblema.
È’ così che succede sempre. Il genocidio è solo un’amplificazione del quotidiano. La sofferenza è vissuta fra l’indifferenza di tutti. La sofferenza educata, quella che si ha pudore di manifestare, non viene colta. Quella gridata rompe temporaneamente il muro dell’indifferenza, giusto il tempo di farsi compatire. Ma rimane sempre sola. Unico vero possesso incondivisibile. Diventa il modo di sentire, il filtro attraversato dagli avvenimenti della vita che ne dimensiona la gravità. Rende succubi. Come il padre di Siran.
Affronto su affronto. Genocidio e silenzio. Conosciuto quello degli ebrei. Ancora soffocato dalla magistratura turca quello armeno. La ribellione dell’autrice per l’ingiustizia è esplicita. Persino gli ebrei sono da invidiare. La loro tragedia, in ogni modo commemorata, esalta la loro sorte. Gli armeni sono a tutti sconosciuti e la loro sciagura addirittura negata. In effetti Avakian, del tutto incapace di distacco, non racconta con freddezza cronografia gli avvenimenti che hanno influito pure sulla sua vita.
Al contrario dell’Arslan, che incentra il suo romanzo sul genocidio, Avakian oltrepassa la travagliata odissea dei progenitori e ci racconta il presente in Italia. Siran, vive tra noi, insegna, decide di divorziare, si apre ad un’intramontabile storia d’amore, si riconcilia coi genitori e, soprattutto, ritrova se stessa. È una donna in cerca della propria identità. Per conoscersi percorrere a ritroso la propria esistenza, sino a gridare, alla fine del romanzo, “sono armena!” finalmente consapevole del significato.
Per tutta la vita Siran è vissuta da esiliata, in cerca di una patria accogliente. “Quale mai sarà il luogo dei miei sorrisi. Ma io sono stanca, stanca di girare, di cercare un posto che forse non c’è”. Sogna di far parte integrante di una ben determinata società, dai confini fisici prestabiliti. Invece, troppo spesso “Siran si sentì sospesa in uno strano spazio/tempo che non apparteneva a nessun luogo. Per una come lei che aveva quel profondo bisogno di appartenere, la sensazione era insostenibile. Appartenere ad una terra, ad un popolo. Avere delle origini”. Nel corso del romanzo questa necessità si esterna con espressioni sempre diverse. Siran si percepisce esiliata. Figlia di gente strappata alla propria esistenza, di rimpianti trasmessi per generazioni, straniera priva di connotati distinguibili fra gente indifferente. L’unico riconoscimento della propria identità le viene dall’uomo che l’ha veramente amata. Vittorio, solo leggendo il nome sul registro delle presenze dei docenti, sa tutto di lei. Dal suo arrivo in Italia, Siran aveva avuto moti di stizza per l’ignoranza palesata da chiunque e dalla superficialità nel non volerne sapere di più. Vittorio, colto e informato, si distinse da tutti. E la cultura, tanto amata da Siran, fu freccia e linfa del loro amore.
Il romanzo ha due dimensioni. Accanto alla narrazione troviamo Siran che si espone in prima persona scrivendo tenere lettere. Nel confronto liberatorio con il foglio bianco riversa la sua vera essenza, permettendo ai suoi sentimenti di fluire sinceramente. I pensieri scorrono cercando di convergere nella sua dimensione. Si racconta, si analizza, si ricorda, versa lacrime nel tornio della propria mente per forgiare la sua armonia. E ci riesce. Siran diventa consapevole di se e trova la forza di camminare verso il futuro nella terra che finalmente sente propria.

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