Francesco De Girolamo
su “In un tempo andato con biglietto di ritorno” di Enrico Pietrangeli

Questo romanzo di formazione di Enrico Pietrangeli, in un ambito in cui il “Bildungsroman” sembrava ormai essere uscito dai canoni letterari correnti, ci propone sapientemente un vivo, riconoscibile ritratto generazionale, attraverso le vicende del protagonista, evocate, rivissute, non soltanto narrate, in un febbrile, e quanto mai denso e imprevedibile, percorso, interiore ed effettivo “in un tempo andato”, di cui il titolo del volume già sembra voler smentire la compiuta, privata storicizzazione , con il suo “biglietto di ritorno”.
Siamo negli anni Settanta, per l’esattezza alla fine del decennio che vide culminare una serie di ben noti frangenti sociali, politici, culturali e di costume, con il ’77, di cui si va in questi mesi a rievocare (c’è chi dice a celebrare) la ricorrenza nel suo trentennale.
Il protagonista del romanzo li attraverserà, ora da testimone partecipe, ora da involontario interprete
di drammi accanto a lui consumatisi, ora da portatore di una già ben definita coscienza critica di quanto
lo circonda, determinandone le esperienze più ineludibili e cocenti.
La narrazione dei fatti è ricca di pathos, ma sempre molto lucida, a tratti velata di nostalgia, ma non esente da un salutare, saggio disincanto, ora amaro, ora ironico. La scrittura piana e lineare rivela una scelta di “understatement”, che sarebbe sbagliato scambiare con una trasandatezza espressiva o latitanza stilistica.
La cifra della scrittura dell’Autore è, infatti, prettamente “jazzistica”, apparentemente sottotono, ma con le dovute, opportune impennate, al passaggio narrativo giusto, all’inevitabile snodo espressivo, di una classe sottile, non sterilmente virtuosistica, che un orecchio avveduto saprà sicuramente cogliere.
Non è casuale il ricorso al parallelismo con la struttura musicale, per la prosa di Pietrangeli, perché
questa è tutta intessuta di richiami e riferimenti, come una virtuale colonna sonora dei fatti raccontati, a
quella che rappresenta la vera e più emblematica cultura giovanile di quegli anni, la fin troppo mitizzata,
e direi, però, per me, giustamente, grande musica degli anni Settanta.
Chi voglia, insomma, entrare in questo spaccato di un periodo tanto fondamentale per la nostra cultura giovanile, anche per quella attuale, che, all’esperienza di quella, tanto è debitrice ed emotivamente vicina, non perda una così significativa testimonianza, tanto affabile e schietta, di un’esperienza dolorosa ma esaltante, forse anche di una sconfitta, (o forse no…), ma ricca di “piccole conquiste” di cui andare comunque orgogliosi.
Vi si troverà, certo, l’onestà di un “resoconto” profondo e coraggioso, redatto con il prezioso strumento di un lavoro di scrittura ostinato e generoso; ed in grandissima parte, a mio modesto avviso, anche di ragguardevole efficacia, ulteriormente arricchita dal lavoro di ri-scrittura di questa nuova edizione in elettronica.

Kult Virtual Press – 2007 – download gratuito
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