Luciano Pagano
Un fato malinconico
appunti per un discorso su Antonio L. Verri

[Port Bou: quasi un diario] “Quale posto più ambiguo di un paese di frontiera…”. È con questa frase suggestiva che termina il reportage che Antonio Verri scrisse venti anni fa, era il 1987, dopo una visita a Port Bou, il luogo dove morì il filosofo tedesco Walter Benjamin. Il testo uscì ne “I mascheroni”, la collana diretta da Antonio L. Verri, sotto il titolo di “Luoghi di frontiera”, con scritti, tra gli altri, di Vittore Fiore, Aldo De Jaco, Rina Durante, Antonio Errico, Aldo Bello, Bruno Bancher, Giovanni Bernardini. Un testo esemplare di un metodo che coniuga giornalismo e racconto, un vero e proprio reportage postumo dal luogo dell'accaduto. Del giornalismo troviamo l’esatto riferimento delle fonti e la tensione di voler salire all’origine di un avvenimento a partire da piccoli frammenti che via via vengono collegati mediante un indagine sul posto. Del secondo racconto quell’elemento magico, che soffonde con un alone di mistero ciò che accade al cronista. Basti pensare all’episodio finale, quello in cui i viaggiatori incontrano nella libreria un personaggio al quale non rivolgono nemmeno la parola, poi pentitisi di ciò ritornano sul luogo “forse una ventina di volte nei quattro giorni che ci restavano” senza fare l’incontro sperato. Lo sfasamento del piano logico e della sequenzialità rendono la scansione dell’elemento magico. L’autore ha catturato il nostro interesse per la sua vicenda di investigazione, oramai siamo in attesa di un segnale, qualcosa che catturi il nostro interesse per trasportarci anche un pizzico più avanti nella scoperta, niente da fare, malgrado la città di Barcellona sia collegata alla vicenda di Benjamin (“un amico [si tratta di Alfred Cohn] ha dovuto abbandonare a Barcellona”) siamo lontani da Port Bou, la magia era la frontiera, il luogo dove tutto può accadere, il transito, il confine, il limite; forse soltanto il linguaggio del mistero può descrivere la realtà della frontiera. Testo chiave perché nella scrittura di Antonio L. Verri torneranno l’esplorazione dei confini tra mondo contadino e cittadino, tra nomadismo e stanzialità, in un necessario intreccio.

“Questo stupido corpo anche per me
è come una prigione con finestra ma senza porte”

Bucherer l'orologiaio


[Bucherer l’orologiaio] “La città di consuma. E’ lontana. E’ vicina. Fabbriche, uffici, officine, cantieri, macchine, il corpo macchina, i corpi ciclopici, quelli essenziali, i corpi che sono solo dei cubi, una somma di nodi, di nodo in nodo – la città è continuamente generata e continuamente inghiottita dall’umore, dalla palta di un nodo gigantesco”. Antonio Verri in “Bucherer l'orologiaio” (Banca Popolare Pugliese, a cura di Aldo Bello e Antonio Errico, giugno 1995) si confronta con la terra madre/padre, noumeno onnicomprensivo, corpo terrestre e astrale.
L'autore scrive di un oggetto misterioso le cui categorie sono assimilabili alle categorie del divino e del quale Bucherer non è altri che un iniziale anfitrione, come se la sua bottega fosse una porta d'accesso. Il protagonista-monade, con Sally, Hallucigenia e Opabinia, declinazioni e suoi modi d'essere (“Questo stupido corpo anche per me è come una prigione con finestre ma senza porte”, p.82). “il CsO (corpo senza organi) non è una scena, un luogo e neppure un supporto dove accadrebbe qualcosa” (Gilles Deleuze e Felix Guattari, Millepiani), ovvero ciò che il lettore attende da un romanzo tradizionale. L'essere-monade che si scinde e moltiplica, il suo corpo senza organi (“un corpo di sole parti boccali”, “mappa visionaria”, p. 23; “tutto è sempre possibile solo se inghiottito o espulso da questo terribile corpo che pare abbia solo tonde parti boccali”, p.63) che si declina in differenti aggettivi, “Non le vedevamo più come repliche, ahimé, non più come una moltitudine di comparse, bensì come un insieme pustoloso, come un grande corpo ingoiante, come un corpo succose e scuro, e immobile”.
“Bucherer l'orologiaio” contiene descrizioni di un'ontologia fantastica del raccontare il racconto, una mitopoiesi, la fabbrica delle armonie, il laboratorio delle figure e dei concetti dove attingere per una condizione al misterioso, al sacro, della serie di elementi terrestri contenuti nel sistema elaborato all'Autore, come filtrato e residuo delle esperienze culturali e personali, nei confronti della scrittura.
Il testo può essere allora inteso come libro dei misteri “E Bucherer, che tante volte ama prendere il posto del narratore, aveva ben compreso che un qualsiasi chiarimento, o il controllo dei fenomeni o qualsivoglia diavoleria si proponesse nel suo acquario, non erano possibili senza quel solenne computare”, il catalogo delle forme procede in seguito alla dichiarazione dell'esistente, dell'Essere, principio di emanazione delle forme e degli esseri, costruito per similitudini di un dio plotiniano, quindi, in uno schema riassuntivo che dal primo capitolo conduce al quarto. C'è la dichiarazione dell'esistenza del sacro mistero di un essere, Bucherer, il guardiano, poi il narratore protagonista, omologo di Bucherer, facente parte degli individui, ipostasi, epifanie (Sally, Hallucigenia, Opabinia).
L'essere, che è corpo, è corpo molle, scivoloso, accessibile e mutante, mutevole, rappresentante di un indice di veridicità che è altissimo, sia che esso si presenti come reale oppure virtuale: Grande Snodo, molteplice e allo stesso tempo uno “in tutta questa faccenda c'è come qualcosa di vago, di allucinante” (p. 31). La congettura, con-lettura di Bucherer come testo contenente una “teoria”, con le sue tracce “per arrivare a capirlo, il mondo, bisogna stabilirne quantità, peso, se e quanto complesso [...] se a divorare le isole e le foreste è un Dio che ha i lombi di un pescecane” (p.31).
“un Grande Nodo” (p. 9), “Arca Immensa” (p. 33), “Gran Moto Irregolare” (p. 39), “Grande Corpo” (p. 86).
Bucherer lavora ad un'Opera, congegno, Sfero, Ruota. Sarebbe riduttivo interpretare ciò solo come una trasposizione dell'autore che lavora alla sua opera scritta. L'opera di Bucherer non è un'opera di rappresentazione, è un'opera di creazione del mondo; l'Oggetto è Arca, Sfera, Essere Unico, Organismo statico, con accezione parmenidea.
“Non è l'Oggetto, per quanto splendente e misterioso, ad attrarre, ad incuriosire. Sono, semmai, i linguaggi, i modi e le cose ad esso attigui. Allora non il contro di qualcosa che si ama, non il pignone più alto, non la forma più sacra, ma i segni che connotano l'intera impresa, i materiali, le bufferie, le bosse. L'angelo che danza”. (p.59)
Bucherer nel suo acquario lavora alla costruzione della sua Arca, l'oggetto nel quale saranno descritti, computati e assimilati gli oggetti del mondo, le persone, i fenomeni. Un lavoro minuzioso, i termini, Hallucigenia e Opabinia, “H. e O.”, l'Arca, il riferimento all'elemento Acqua (H2O?), dove tutto è nato. Interessanti le influenze del mondo reale, le fascinazioni della tecnologia intravista come un'ombra, i “media”, questa costruzione che “Sembra seguire un suo disegno segreto. Che poi segreto non è” (p. 61).

E' nel capitolo 10 (vera chiave di volta) che l'autore crea una frattura nell'ordine che si era creato, fatto di alternanze, cioè la descrizione dell'opera a cui lavora Bucherer e degli effetti che procura, presi uno ad uno come esempi, nelle figure che lo accompagnano (Sally, H. e O). La cesura è costituita dalla reazione del mondo, con le sue brutture, alla costruzione imaginifica di Bucherer, la quale non può che essere interpretata come delirio, e come tale repressa, arginata. E' un fato malinconico e sotteso alla narrazione, quello che 'stordisce' l'Angelo. Questo capitolo divide il testo in due. Una prima parte in cui prevalgono le immagini di costruzione e l'accumulazione dei simboli, comunicati, cui fa da contrasto una seconda parte dove prevalgono l'abbandono, il mistero, la rinuncia, la dispersione.

La costruzione dell'Arca dove finisce il mondo non è sogno allucinato di un uomo, chiuso nel suo acquario di Zurigo “Se tutto questo mondo non corrispondesse ad un qualsiasi calcolo, magari semplicissimo, il mondo stesso non esisterebbe.” Bucherer è “affascinato per quella macchina insolita, per i numerosissimi materiali” (p.62).

Antonio Verri riesce ad unire la tensione verso la pratica, l'azione, la pragmaticità di un metodo per la perlustrazione di mondi incredibili alla loro realizzazione.

Materiali

AA.VV. Luoghi di frontiera a cura di Antonio L. Verri, Errecci Edizioni C.C. Pensionante de’ Saraceni, 1991, Erreci Edizioni, Maglie (LE), con scritti di Pietro Antonaci, Aldo Bello, Giovanni Bernardini, Bruno Bancher, Fernando Cezzi, Cosimo Colazzo, Salvatore Colazzo, Aldo De Jaco, Rina Durante, Antonio Errico, Vittore Fiore, Eugenio Imbriani, Antonio L. Verri, Nello Wrona
Antonio L. Verri, Bucherer l'orologiaio, Conto Aperto, collana diretta da Aldo Bello, a cura di Aldo Bello e Antonio Errico, Banca Popolare Pugliese

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