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Elisabetta Liguori Bella invenzione la famiglia! Questa stramba aggregazione
d’anime e di ricordi comuni di cui amava parlare la Ginzburg. A trent’anni dalla sua pubblicazione, mi è arrivato tra le mani nei giorni scorsi un libricino smilzo dal titolo “ Caro Michele”. In un fiato è andato via. Ne parlo perché mi ha colpito per l’onestà dello smarrirsi familiare, descritto senza eccesso. Per la cifra stilistica femminile che lascia perplessi come un klineex su cui si è molto pianto, ma che ormai resta asciutto e chimicamente analizzabile. Per le figure d’uomo evanescenti e per le donne così diverse che si sostengono a vicenda, senza volerlo. Per l’antibovarismo espresso. Per tutto questo. Leggete “Caro Michele” se avete partorito un figlio o qualcuno lo ha fatto per voi; leggetelo se anche non lo avete partorito. Leggetelo, anzi, soprattutto se non lo partorirete mai, per sapere quanto è lungo e spesso inefficace il viaggio che non farete. Michele è il figlio; unico maschio di una madre finta tonta, come l’ha vista Oreste Del Buono, che nella produzione letteraria della Ginzburg vedeva l’elogio della fintatontaggine, della scrittura c.d. puerile che del mondo, coglie le immagini in modo fintamente ottuso, disadorno e senza giudizio alcuno. Michele vive, mentre alla finestra resta a svernare sua madre Adriana. Una madre ed un figlio che non si incontreranno neppure in una sola delle lettere, che ciascuno scrive, fregati dai propri ricordi, fino all’inspiegabile morte del più giovane dei due: sconosciuta la vita, sconosciuta la morte, sconosciuti gli ipotetici assassini. Un vero strazio. Una serie di epistole descrivono questo stupore continuato, con una sincerità disarmante. La scrittura, così, non è mai un tradimento, mai artificio, mai espediente. E’ solo parola: una faccia senza trucco. La parola non è mai fuori, ma dentro di sé. Per la Ginzburg, generalmente, la scrittura è stata funzione: ha svelato il rapporto esistente tra realtà e società. Ma in questo testo, qui più che altrove, la scrittura si limita a disvelare, servendosi di foglietti di carta con mittente e destinatario che si inseguono e di rado arrivano a destinazione. Sono lettere che non producono mutazioni genetiche, nessuna concreta trasformazione. Sono lettere che narrano. Le lettere di una famiglia degli anni settanta, sì fratturata, ma pur sempre famiglia, che trova la sua prima corruzione molto prima di allora, nelle generazioni dei padri e dei padri dei padri. A che servono le lettere, quelle del tipo “ Caro, come stai? Caro, come sei? “. Ce lo siamo chiesti tutti almeno una volta, prima di scriverle o subito dopo averle spedite. A chiedere spiegazioni o a fornirle; a fare domande o a rispondere. A esserci comunque. Niente di tutto questo per Michele e sua madre. Nessuna consolazione. Adriana ha fallito: non ha saputo, né potuto educare, ma non sa di assistere ad un vero naufragio: ha inconsapevolmente praticato dei fori nella pancia dell’imbarcazione, non ha infilato un tappo quando era ancora possibile, e questa è colata a picco. L’unica cosa che sa di possedere, e di cui sente il bisogno, è la memoria, non conta se buona o cattiva, solo memoria da mettere su carta intestata. Una donna intellettualmente tetraplegica. Le lettere che scrive non lo sanno, ma lo comunicano ugualmente. E’ questo il mistero di una scrittura innocente e laica. Di una precisione quasi matematica. Due doverose parole sulla struttura del romanzo. Questo scritto è un corridoio. Sullo stesso si affacciano alcune porte, che aprono su stanze, alcune delle quali hanno altre porte che aprono su altre stanze, solo un po’ più piccole. A momenti incontri finestre spalancate su episodi del passato, quadri appesi alle pareti, ante di armadi aperte a rivelare stagioni trascorse. Le lettere che si susseguono, intervallate da testi brevi quasi come respiri, aprono queste porte. Di rado sono l’una la risposta all’altra, piuttosto lettere solitarie a firma di personaggi solitari. Bisognosi, che di bisogni parla Natalia; che di bisogni è costituita ogni forma di conoscenza o amore. Si tratta di una tecnica trascinante, che contamina il ritmo del pensiero con quello della parola. Musica. Manca però la materia essenziale in questo canto alla vita e l’autrice ci dice, senza vergogna, quello che è: una melodia grigia e fluttuante, ripetitiva e codarda, che rende i giorni vissuti solo in apparenza un po’ più facili da vivere. Orecchiabile come una nenia, ma di natura deteriore. Musica dentro cui le uniche parole che contano, quelle forse illuminanti, non vengono mai pronunciate. L’obiettivo della tecnica narrativa è solo in parte quello della ricostruzione della memoria episodica, autobiografica, anch’essa un labirintico incrociarsi di porte, finestre e piani in chiaroscuro. Niente a che fare, in altre parole, con l’intento dell’ultimo Eco, ad esempio. Ben diversa l’operazione compiuta. Qui l’obiettivo primario è la descrizione del disgregarsi lento di varie esistenze, a causa dell’incomunicabilità dei bisogni e delle emozioni. La perdita di contatto, prima del buio. Ogni personaggio ha il suo personale blackout. Infatti ci sono molte altre esistenze annunciate accanto a quelle di Michele e Adriana. Un alveare ronzante. Gli altri personaggi di questa famiglia si scansano, ti inciampano tra i piedi e poi scappano, e mai, dico mai, che si svelino di un oncia. Sorelle, amiche, zie, datori di lavoro, conoscenti, passanti. C’è persino un marito – padre, che acquista immobili scomodi, che non sa trasformare, ma che gravano sull’asse ereditario più di un debito. Personaggi inutilmente umani e mediamente noiosi. Potrebbe sembrare un problema di linguaggio. La Ginzburg pare, infatti, fortemente legata al tema. Quale lingua parla la famiglia? Il lessico familiare per la scrittrice è un fossile che riemerge dal passato, come certi graffiti preistorici nelle grotte. Per lei quel lessico è ciò che sopravvive al disfacimento, ma vegeta in stato comatoso, preservando solo alcuni fonemi, alcuni timbri antichi. Orgasmi multipli per studiosi polverosi: a null’altro sembra poter servire la parola in famiglia. Ma poi c’è Mara. Quanto detto fin qui può valere per tutte le facce sconosciute ed invitate al funerale di Michele, ma non vale per Mara, né per il suo nome da fumetto. Lei sa. Lei esprime giudizi e colori, dall’interno delle sue vignette leste. Mara è l’amica di Michele, madre di un figlio di pochi mesi, un figlio vero, non una fantasia, un neonato che strepita e beve latte a litri. Lei è l’unica che appare consapevole della vanità delle parole, che grida la sua insufficienza con la stessa carica vitale ed umoristica di un cartone animato. L’ha disegnata così Natalia, splendidamente orrenda ed incapace. Lei sa che è tutto perso e che l’unica cosa che conta è sposare un uomo di cui non aver pietà. La pietà ammazza senza sangue. Michele da sua madre riceve vagonate di pietà, tonnellate di inutile pena per un figlio ritenuto balordo o oscuramente savio. Riceve coperte eleganti, sciarpe di seta, una stufa nuova per i tempi freddi e pena infinita. E questa pena li allontana. La compassione non mette in moto neppure il meccanismo perverso della dipendenza. Tu non sei autonomo, io ti aiuto, ma in cambio desidero opere di bene, oboli, gratitudine eterna. Neppure questo. Tu non sei autonomo, io ho pietà di te: non seguono azioni, ma solo improduttivo sconcerto. Sono terribili le donne che provano pietà. Ne ho conosciute un paio anch’io e sono come vecchie, compassionevoli, streghe in pensione, oltremodo lesive. Mara si innamora di un uomo con la faccia da pellicano che non suscita pietà perché ricco e misterioso. Lui non la sposa, però ne riconosce la lingua, le motivazioni, i desideri, e già questo deve ritenersi un successo. C’è allegria nella delusione di Mara. Al contrario, nelle altre lettere galleggia solo falso coraggio, simile a quello di colui che giunge in ritardo ad un appuntamento, per non aver voluto infilare al polso un orologio. Mi sono chiesta: nel buio collettivo ci sarà pure un merito, anche uno soltanto, per la madre di Michele? Sì, una virtù rara, che è di Adriana, come forse della Ginzburg donna e scrittrice. La capacità di accettare il destino. Non da tutti; mica facile. Quello che è stato è stato, ma senza amnesia. Una scommessa ardita, un azzardo. Il viaggio è senza ritorno. Quindi, non lo fate questo percorso, per cortesia, se non avete le palle per arrendervi quando è il tempo. |
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