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Ricco di ossimoriche immagini esistenziali, di una metaforizzazione del reale che ne sfuma i confini in un languido torpore, percorso da un tono evocativo e sommesso il romanzo di Panait Istrati, I cardi del Baragan, Argo 2004, sorprende il lettore regalando una molteplicità di sensazioni che riescono nell’intento poetico dell’autore com’è precisato nell’introduzione “distrarre gli uomini ma per istruirli fraternamente”. Attraverso le avventure di un giovane adolescente che abbandona la muta e rassegnata miseria paterna inseguendo i cardi dell’ostile e al tempo stesso meravigliosa terra del Baragan, Istrati narra la storia stessa della Romania alla vigilia della rivolta del 1907. I cardi, nella sua scrittura, diventano poliedrica metafora delle terre della Romania, dei suoi cojan (contadini) oppressi da un’ atavica lotta con una terra sterile, da uno Stato malamente organizzato in favore di pochi ricchi possidenti, gente misera che lotta fino allo stremo delle forze sferzata dal crivat, il forte vento che annuncia l’arrivo dell’inverno, della pioggia, della neve da cui non c’è riparo, i cardi raccontano la loro miseria, ma anche la loro bellezza che Istrati rende in immagini liriche, come il suono del flauto del padre che intona motivi tradizionali, nella figura della giovane Tudoritza “dai capelli sciolti sulla camicia bianca” che chiede affondata nella neve, i responsi del suo futuro marito secondo le antiche usanze, nella figura di Stana che si ribella al suo padrone con una foga umana intrepida e generosa che la riscatta dal tradimento della sua gente. Ma i cardi sono anche metafora dei boiardi, “i cardi- carnefici! – li definisce uno dei personaggi- le lebbra onnipotente che infierisce sul nostro troppo paziente paese”, piante che il vento sospinge disseminando per la terra il loro seme cattivo. Queste piante, inutili e brutte, “dall’aspetto di una minuscola palla, di una spugnola, di un fungo”, per un ulteriore prestigio metaforico, diventano, agli occhi del protagonista, la metafora della libertà e della speranza così parla il ragazzo “ah! Quanto desideravo chiacchierare con qualcuno che raccontasse delle follie, che mi mentisse, ma che mi consentisse di sognare un po’, di osare! E i cardi non erano che sogno e audacia, invito a mutare ciò che si ha con quel che si potrebbe avere, fosse anche la cosa peggiore, perché non c’è niente di peggio che la stagnazione per coloro che amano tutta la terra”. La vita vera del ragazzo ha inizio con la sua corsa frenetica e incosciente dietro ai cardi sospinti dal vento. Quest’ episodio è reso dall’autore con pennellate di colore, immagini visive di un’intensità tale da disegnare d’incanto la tela di un quadro, evocatrici di miraggi, è pare davvero, a chi legge, di essere trasportato a seguire questa corsa verso l’ignoto. Tutto il libro è percorso da una sagacia descrittiva palpitante mai asettica che fonde insieme i due piani: naturale e della coscienza umana facendoli divenire uno lo specchio dell’altro. Questo interscambio, questa capacità dell’autore di osservare la realtà attraverso un prisma di cristallo che proietta la luce in diverse direzioni, è forse ciò che gli permette di rappresentare una solitudine che non è abissale, una crudeltà temprata dal cameratismo dei contadini poveri, una durezza di vita che ha anche momenti di gioia, una rassegnazione che non istupidisce, una natura tenebrosa e accogliente se riesce a stimolare la fantasia dei ragazzini che inseguono i cardi a piedi nudi in una terra deserta. Con una grazia malinconica e sommessa Istrati raggiunge il suo intento: “insegnare l’autenticità” in una pagina in cui vibra e traspare tutta la sua esperienza umana, ma prima ancora la sua stessa umanità. Pamela Serafino è nata a Lecce nel 1972. Ha una laurea in lettere moderne e una in Filosofia, insegna italiano nella scuola media. Giornalista pubblicista dal 2000 scrive su riviste locali nelle pagine culturali. Da diversi anni collabora con l’Università di Lecce nell’ambito degli studi linguistici e letterari. Ha pubblicato un libro di racconti Balenii d’esistere. |
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