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Pubblichiamo
in questa pagina l'introduzione scritta per i versi di Elegia, l'esordio
di Angelo Petrelli; il volume, edito da Besa Editrice nella collana Poet
Bar, diretta da Mauro Marino, contiene inoltre interventi di Michelangelo
Zizzi, Giuliana Coppola e Serena Mauro.
Elegia, Angelo Petrelli, euro 5,00,
pp. 48.

Luciano Pagano
Angelo Petrelli: farsi di un’elegia esordio.
Angelo Petrelli, dopo essere approdato
nel 2003 sulle pagine di Vertigine, il periodico di letteratura curato
da Rossano Astremo, ha esordito nel gennaio del 2004 su questo sito. Archi
di tempo che potrebbero sembrare brevi come potrebbero, invece, fornire
il tempo ragionevole per la riflessione sulla maturazione di un pensiero
poetico, su un esordio di un poeta poco più che ventenne.
Questo breve scritto raccoglie spunti di lettura, brevi annotazioni sulla
densità dei testi poetici contenuti in Elegia, esordio importante
dal punto di vista della produzione di Angelo Petrelli, che nel frattempo
ha avuto modo di riflettere anch’egli su questi testi e meditare
altre direzioni, alcune simili ai testi contenuti in questo libro, altre
totalmente differenti.
L’esordio di una voce reclama il suo status con prepotenza, irruzione,
frattura. Nell’esordio di un poeta finiscono le poesie che hanno
chiuso, a giudizio dell’autore, la fase di apprendistato necessario
alla scrittura di versi. L’esordio in tal senso costituisce uno
iato sul piano delle scritture possibili. Angelo Petrelli è di
sicuro un (giovane) poeta. Del giovane poeta possiede una delle caratteristiche
fondanti, l’incoscienza, quel sentimento che si mescola all’irruenza
che i giovani coltivano al margine delle estenuanti letture, e che si
concretizza nel possedere un’idea certa, un pensiero manifesto di
ciò che comporta scrivere, anzi, di ciò che è la
propria scrittura. E’ come se in assenza di maturità ogni
giovane poeta se ne costruisse una propria da sé, e in questa si
specchiasse per trovare i motivi della propria scrittura. Le poesie di
Elegia dimostrano come questa prima maturità sia stata costruita
e raggiunta.
Costruzione di situazioni ed ambienti che riescono ad essere delineati
e sfocati insieme, delineati nella presentazione del verso, localizzati,
compatti, e sfocati nell’intenzione del resoconto, fumosi, sfuggenti.
C’è una tendenza, diffusa in questi versi, nell’assumere
su sé i contorni dei paesaggi notturni, del tempo in cui ci si
svolge come pensiero (“quando ancora buio disperavo”, “quel
tempo ero da poco immaginario”). Questi modi presuppongono un estraniamento,
voluto, del poeta da sé come oggetto del canto e del poeta dai
suoi stessi versi. In sostanza, Angelo Petrelli, tra le varie condizioni
che va via via costruendo come proprie, instaura un rapporto di supervisione
del reale, supervisione che, certamente, è portatrice di un giudizio.
Ciò ci fa intuire, a lato, la genesi di un carattere. Allo stesso
modo l’esperienza del vissuto, amoroso elegiaco diviene oggetto
di continua riflessione, dominata da costante amarezza.
Il poeta muove i suoi passi all’interno di una città, Lecce,
“sonora/di dozzine di piccole orchestre/all’aperto[…]”
e nella ripetizione di..di si sente il distacco nei confronti di questi
luoghi, della “gente fottuta”, nell’”insidia sull’oscura/pietra”.
Una città dominata dalla propria ansia di mettersi in scena, all’interno
della quale si consuma il dramma del poeta, insofferente ad ogni convenzione.
Tema ricorrente è la morte, il distacco, vissuto per lo più
come terrore del distacco dalla persona amata che si traduce in amara
considerazione di irreparabile perdita, a prescindere che questa sia reale
o puro appoggio di finzione. L’amore è questa cosa su cui
si è costruito l’episodio, l’antecedente, che si risolve
nei versi di Angelo Petrelli come assoluzione (“che tutta la fatica
risarcirai/…/la mia soluzione”). Continuo il richiamo ad un
‘non morire’ presunto, culmine negativo di un amore epico,
se con questo aggettivo traduce il sovraccarico tensionale del quale il
poeta investe ogni situazione raccontata. La vita e la morte sembrano
volersi scontrare in questi versi, lente di ingrandimento voltata all’indietro,
sulla coscienza del poeta, che ingigantisce ogni piccolo avvenimento,
fino a farlo divenire un appuntamento con il nulla, una partita di scacchi
con la morte (“you are to kill me today -/(,…)/as though me
drowning/within your last play”), trasformandosi da lente di ingrandimento
in specchio ustorio. Questa vena sotterranea, figlia dei crepuscolari
e del D’Annunzio di Alcyone affiora poche volte, ma è presente,
anche tenuto conto del fatto che i riferimenti più vicini di Angelo
Petrelli giungono fino alle soglie della poesia del novecento, senza sconfinare
nella contemporaneità più dichiarata e qui è necessaria
una precisazione: lo stile della propria poesia, la scelta di seguire
alcuni suggerimenti e alcune letture, tutte queste sono le componenti
che fanno un esordio differente rispetto ad un altro, e qui potremmo inserire,
senza timore di inferire ai versi del Petrelli soluzioni non sue, autori
come Pavese o Rilke. Sono i versi questi, dove si riconoscerà l’ordito
delle letture, l’utilizzo di soluzioni culturalmente mediate, di
sicuro effetto, nonostante siano esse esenti da ogni ricercatezza (“dove
dolgono le mani suonare, m’è morta tutta/intorno la risposta”,
“noi tale fu la voglia che un’invenzione, et forma d’una
fredda”). E’ nell’apparente tortuosità di certe
soluzioni che vanno rinvenute le tracce di influenze letterarie. A proposito
dell’idea di soluzione, va aggiunto che proprio in contrapposizione
di questo discorso poetico, la cui dominante cromatica è il nero,
nel testo che da il titolo a tutta quanta la raccolta è contenuta
la soluzione, il perché di una luce assente a questi versi.
In questi versi si delinea la forma di una religiosità aliena da
ogni divino, se non come simulacro di parole (“nel nome del suo
nome”, “da Dio stesso capirò la storia ridicola/della
genesi[..]”,”la breve croce”), non v’è
alcun conflitto con il divino, che non si pone in alcun modo come alter
nel discorso poetico di Angelo Petrelli, chiuso tra il sé del poeta,
con se stesso, e la donna alimento d’elegia.
Rien Nul è la silloge, all’interno di Elegia, nella quale
si ritaglia lo spazio di un breve canzoniere, il cui pretesto è
dato da una relazione d’amore interrotta. Va notato che Angelo Petrelli
riesce a non incappare in un errore comune agli esordienti, quello cioè
di riempire con filosofemi le proprie poesie. Il suo non può certo
dirsi un dialogo a due voci. Il poeta prende spunto da quanto accaduto
con la sua (reale e distante) interlocutrice, per ri-versare in poesia
l’astio nei confronti delle convenzioni sociali e dell’amore
concluso. Queste poesie sono dense del rimpianto di ciò che è
stato, al punto che per brevi attimi l’aderenza tra l’immagine
di sé che il poeta ha costruito in altri luoghi della raccolta
cede il passo all’immagine reale, all’autore in carne ed ossa,
carico del suo vissuto sentimentale ed emotivo. Certo, la bravura dell’autore
consiste nel non cedere il passo ad alcun sentimentalismo, nonostante
uno scarto linguistico evidente. La realtà diviene esploso dell’intimità
(“[…] come/alla finestra ansiosa, pronta”), fino a tendersi
in forme volutamente piane (“giocavamo all’amore senza/fuggire
– e sincero ti chiesi/puerile d’amarmi per sempre,…”).
Se in questo verso non ci fosse stato quel “puerile” difficilmente
avremmo potuto considerare seriamente come poesia il resto della costruzione.
Qui si riconnette, semplicemente, la condizione biografica da cui la silloge
è scaturita, il poeta, almeno in ciò che gli compete, i
versi, cerca di recuperare lo scarto sulla vita vissuta, terreno sul quale
l’interlocutrice (assente) si è dimostrata sicuramente più
abile.
Il tempo, in Rien Nul è luogo della disfatta, nel quale si consuma
l’amarezza del vivere il leit motiv del “ho ingoiato”
come quello delle ripetute negazioni: “[…] tutto l’amaro/che
non importa deve essere una/via del cuore”, “[…] il
tempo/feroce che non finisce” e ancora “[…] del giorno
che pensai/un domani e l’avevo già visto”
Il poeta si assesta nel mezzo del tempo con forme di completa di negazione,
“non posso più credere” diviene, in sostanza, la formula
di queste poesie. Il poeta non può “morire tra le tue braccia”.
La silloge si chiude, nuovamente come si era aperta, su quell’”amaro”,
altra chiave di questa sezione di versi.
Si è parlato dello specchio che viene costruito utilizzando i richiami
ad esperienze poetiche complete (Thomas, Celan), in alcuni luoghi il poeta
sembra disporre di mezzi inaspettati, basti leggere questa strofa, una
delle più riuscite e che vale la pena di riportare:
Mi lamento per ogni grazia ricevuta
perché la breve croce sotto muta – la donna
che sembra disciolta nel mio seme
è donna perché mi cresca come radice
assai più profonda del mio cancro
di questo Dio dal cuore troppo inesauribile.
Ma c’è un altro elemento che affiora da
questi versi, sia che esso voglia solversi in un estetismo reiterato e
onirico, con l’utilizzo di immagini prese dalla poesia macabra,
con riferimenti chiari a Baudelaire, dove il macabro è inteso come
autocompiacimento nell’osservazione del male, della cattività
generata dal distacco e dalla perdita, miste ad un’ammirazione della
propria, crescente, angoscia. Questa influenza, che può ascriversi
a buona parte della raccolta, costituisce un elemento dal quale, il lento
distacco è già presente nell’ultima produzione di
Angelo Petrelli. Avere posto il proprio io e la propria esperienza al
centro di tutte le tematiche di questa raccolta è il motivo per
cui Elegia, nell’equilibrio degli elementi fin qui esposti, si presenta
come esordio notevole. La città, le persone, Dio, sono figure lontane,
fanno da sfondo; la morte, il distacco, l’amore, anche se a volte
tradito da un amore di sé più spiccato, sono tutte sfaccettature
di un unico piano.
Cosa resta dunque, al termine della lettura di questa raccolta? La prima
domanda, legittima, è quella relativa al titolo/genere scelto dall’autore
per il suo esordio, un’indicazione chiara. Elegia, se intesa come
‘lamento funebre’ in senso lato, non sostiene nel caso di
Angelo Petrelli una poesia che centra il proprio fulcro sul tema della
morte. Rifiuto dell’eros d’essere elegia può forse
voler significare il contrario, l’eros, in tal senso, può
salvarsi, può essere la variabile che non dipende da tutto quanto
detto riguardo l’angoscia, il desiderio di non morire, l’amarezza
dell’esistenza. E’ proprio l’ansia di elegia, “questa
mia sete d’angoscia t’ha fatto morire”.
Angelo Petrelli riesce, riesce nel tentativo di non affrontare le tematiche
dell’amore e del distacco senza essere scontato, si pensi ad esempio
alla breve sezione intitolata Death and love song, il cui titolo potrebbe
essere tranquillamente posto come sottotitolo ad Elegia.
Riesce, nonostante la giovanissima età, a non essere affetto da
giovanilismo del verso, e quindi a poter interloquire con la materia che
si è scelta senza soccombere ad essa.
Quello che adesso necessitano, le poesie qui contenute è il dialogo
con i lettori.
Certo, è presto per cogliere tutte le coordinate di questo esordio.
Una nuova silloge, già in lavorazione racchiude ulteriori soluzioni
a questi quesiti e questa introduzione sarebbe capziosa ed ingannevole
se non fosse riuscita a racchiudere, anche marginalmente, quanto c’è
di Angelo Petrelli in Elegia.
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