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Rossano Astremo
L'occhio poetico
1.
Attraverso il cielo infuocato aurore mistiche s’insinuano brucianti.
2.
L’occhio poetico s’indemonia nell’etere, s’incendia
nello spazio,
fissa malato il torpore dei giorni che scorrono
come foglio unico di una telescrivente infervorata.
È solo, mai come questi anni di stallo, afferra lame acuminate
e si apre le vene, con movenze sincopate da danzatrice del ventre,
sprigiona zampilli ritmici di sangue, si lascia cadere senza morire.
L’occhio poetico è stanco, ha smesso di vivere, con residui
di forze cumulate nel tempo osserva la realtà nel suo svolgersi,
ne capta i latenti significati e si appunta le assonanze, gode, poi,
della comparsa delle storture, con foia smarginata aziona
le mani sulla tastiera per non sfocare dettagli, ama l’accumulo,
ama il profluvio di segni ammassati in un file che non ha fine,
ama rubare, impossessarsi di suoni che non gli appartengono,
gode del furto, lo compie sistematicamente, non ne ha vergogna,
non si mostra, è recluso, è condannato ad una povertà
di contatti.
3.
Dita bendate dove avvolte sono le abrasioni di questi giorni,
occhi perpendicolari che si rifrangono su uno schermo a cristalli liquidi
che non mi appartiene (mi trovo per caso in quest’orgia di glandi
e clitoridi).
Ho visto un uomo rinchiuso in una gabbia, avvolto da catene luride,
alle spalle mura che toccano il cielo, le sue parole s’incuneano
tra gli atomi.
Questo è l’ultima involuzione dell’odio tra uomini
e tutto ha il sapore tintinnante di spiccioli.
4.
Il magma creativo è sempre ed in ogni luogo, è l’immagine
che diviene parola,
è ossessione che sprigiona semantiche, è percorso ovattato
di idee sfinteriche,
è il suono che riverbera tra le pareti ossee dei vostri crani in
agonia,
è l’ultima idea di salvezza, oltre la quale si sedimenta
il baratro di giorni
che identici si replicano e che spasmodici si consumano.
È chiuso nel suo eremo, non ama attenzioni, distilla perle fonetiche
che si imprigionano in un cielo gotico privo di stelle,
è squamato, animale selvaggio che non teme nulla, s’inebria
mordendo il male,
è putrido, in decomposizione, stupido e monotono vocalizzo,
assapora il vasto silenzio della neve, la morbida aria dorata che scheggia
il duomo,
le panchine dei viali della stazione, i marciapiedi dove ardono travestiti
che inghiottono rifiuti,
i luoghi che splendono per la loro enormità e le mongolfiere che
si gonfiano nel cielo pencolante.
5.
Anticaglie di odi, di spade affilate su pelli a brani,
di fedi issate sul banchetto del tutto è lecito perché scritto
in testi sacri, rilegati in edizioni raffinate, con fogli sottili, velati,
stampati in preziosi caratteri minuscoli e dorati.
Il potere si ciba di sfarzo superfluo, mentre in Africa
bambini gonfi leccano come bestie acqua che stagna nelle feci,
il potere nasconde la propria sete di denaro dietro
discorsi affogati in retoriche parole castranti.
L’inferno è vuoto, il marcio scorre su di noi, viaggia al
nostro fianco,
come arabeschi svenati dietro una luna illanguidita.
6.
Cielo grigio che inghiotte polveri, s’inarca all’orizzonte,
si fa scudo contro raggi striati dal sole, s’inabissa per giungere
in basso, in preghiera laica, in capriole sbalzate, tra visioni spiumate.
Cielo grigio che sfonda i limiti, s’intossica e s’avvelena,
singhiozza pallido, si squarcia l’addome, scompiglia i suoi organi,
per la cattura di terrestri fluidi, nella sconfessione di riti inodori.
7.
Nelle pieghe delle mie dita incrostate lo strazio dei giorni,
di caffè ingollati come si sbrana un vitello in feste pagane,
come luce di novembre rappresa in foglie di alberi senza rigoglio.
Nelle pieghe del mio ventre rigonfio e incurvato il martirio
di bevute quotidiane, di cibo affossato tra le sacche dello stomaco,
per la voglia di riscaldarsi per poi riassiderare.
Inchinato con ginocchia che sfiorano la terra, con mani giunte
come nell’ultima preghiera prima dello scioglimento,
chiudo gli occhi per inalare lo sfinimento di questa esistenza.
8.
Lascio la mia professione di artista della sopravvivenza,
i fosforescenti escrementi metallici della città,
la stirpe di marciapiedi per la strada,
il bisbiglio di una finestra buia per le vie di Lecce,
l’odore di spogliatoi di slip muffosi,
lascio i coltelli di pane nel cuore e le ricette di morfina,
gli anni della peste bovina e le case costruite su palafitte,
le ceneri di sigari che creano spirali e merletti di ortiche lungo le
pareti,
i lavori sino al tramonto e gli indiani telepatici,
le cliniche per spine dorsali e i pantaloni aperti a cattivi odori,
le fiche di milioni di ragazze tremanti,
le tue ambizioni di essere Presidente Cattolico,
lascio chiusa la porta a chiave per spiare dalla finestra i vicoli bui,
lascio i poeti ciechi e gli aerei che rombano nell’aria,
gli occhi rossi senza lacrima e i fulmini del cielo,
i poveri fiori morti, gli scheletri spessi del girasole,
lascio perdere il tempo trascorso
senza nessuno a cui mostrare le mie biblioteche piene di lacrime.
9.
L’ispirazione si sperde tra gli atomi, urla contro le polveri alzate
da suoni barocchi,
urla contro i corpi intrecciati con i peli flaccidi della perversione,
contro i panieri di glosse nelle quali sprofondare,
contro la solitaria ironia di linguaggi che subiscono l’onta della
censura,
contro i glutei di donne con le quali mescolare i liquidi del corpo,
contro le torri ansimanti che si stagliano nell’aria rossa,
contro il vento che muove e modula ogni azione gonfia di fole,
contro lo sterco che si annusa nei banchetti enfiati dal potere
e fanciulle con vesti d’argento che prendono il volo nello spazio,
e Dòdaro folle creativo che mescola le arti per produrre vibrazioni
genetiche,
e la rotta ecolalia che si snoda rugosa sotto i nostri piedi nocchiuti,
e le mille eresie sputacchiate dalle bocche dei politici del disincanto,
e i cinema che fioriscono a dismisura trasformandosi in supermercati dell’immagine,
e le librerie che ora gorgogliano, un tempo croste della brodaglia della
terra,
e le gallerie che si chiudono su se stesse, perché la vera pittura
si consuma nelle strade,
e i teatri che eiaculano e donano il loro seme di azione e parole all’eternità.
10.
Ogni volta che ho voluto dare una struttura solida ad una mia poesia tutto
è franato.
Io, vittima del frammento sonoro appuntato su carta straccia, vibro, divampo,
mi sfaccio.
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