| Elisabetta
Liguori
I DIALOGHI DEL RISVEGLIO
LENTOBUS N.°1
- Caffè. –
- … -
- Uhm, cosa?…non accendere. –
- Eh, ciao… bella, bella. Stropicciati qui.–
- Sì….no…un secondo. -
- Che ora è? …uhm…-
- Caffè? -
- Tu, dai …ti prego. -
- Tu, tu…no, oggi tu.-
- …-
- Piove? –
- Sento qualcosa, fuori, sì, senti: piove. –
- Tanto devo uscire comunque. Mi ha chiamato la Tizia della scuola. Mi
ha detto: venga a trovarmi signora…appena può; devo parlarle
di sua figlia. A me. Stanno per consegnare le pagelle. Oddio, che responsabilità!
E piove pure. –
- La piccola o la grande? –
- Cosa? –
- La caffettiera dico: piccola o grande? –
- Grande. Come si chiama la tizia? –
- Non mi ricordo. Un nome quasi straniero, mi pare. –
- E fai il padre ogni tanto! Per cortesia!-
- No, è che non mi ricordo proprio. Sembrava un nome straniero,
mi pare, ma non è importante. Vucotic, Calcovitch, come quella
che fa teatro; una cosa tipo questa. Un nome da teatro d’avanguardia,
non da scuola pubblica. Ma non è così importante. –
- Chi lo dice? –
- Ti vorrà parlare di cose serie; non la devi per forza chiamare
per nome, no? Chiamala signora maestra semmai. Il nome conta poco in certi
casi. Secondo me. –
- Non puoi essere sempre così sbrigativo! –
- Cosa vuoi dire? –
- Che dovresti essere più lento. Nelle tue cose, nelle nostre cose.
–
- Vuoi dire più riflessivo, forse? –
- No, so cosa voglio dire; voglio dire più lento, più lento
nel senso di più lento. Da questo poi molte altre conseguenze,
sì, insomma, cose che hanno a che fare con la lentezza, appunto,
per esempio il ritmo della parola, dei movimenti, dei dettagli insomma.
–
- Oddiomio, quale parola? –
- Per esempio: perché già ti alzi adesso, proprio mentre
si sta parlando di cose così? –
- Non mi sto alzando. Anche se poi tutto sommato sono le otto e sarebbe
pure il caso. –
- Allora perché muovi le gambe? –
- Muovo le gambe? E sì: ho le gambe e quindi le muovo. Cerco di
sgranchirmi: è normale. Tu non ti muovi, scusa? Cosa sei, di marmo
tu? Le gambe si muovono da sole. Io non agevolo in alcun modo; è
una necessità. Non lo faccio apposta, scusa, sai. –
- No, quelli sono i movimenti che fai di solito per uscire dal letto.
Ti assicuro. Li riconosco. Vuoi che non li riconosca? Mi annunci brevemente
quello che stai per fare, cioè uscire dal letto, mollarmi qui.-
- Ma che cavolo dici? Di quali movimenti parli? –
- Punti i piedi. –
- Io non punto i piedi. –
- Sì che lo fai. Lo fai forzando i miei ritmi, per darmi fretta.
Sei sottile. Vedi?guarda qui sotto. Guarda: ma dove sono i tuoi piedi?
–
- Ma cosa, cosa??? –
- Hai i calzini? Come mai hai i calzini? –
- Sì, per forza: tu accendi poco il riscaldamento. Ho freddo. –
- Hai freddo? –
- Sì. –
- Io no, non troppo freddo. Senti freddo? E’ molto strano.Vabbè,
pazienza. Intanto bisogna risparmiare. –
- Eccola. Se io sono troppo veloce, tu sei praticamente ferma. Ferma ai
tempi in cui bisognava risparmiare.-
- Invece? –
- Invece adesso, non più. Ci sono due stipendi: è diverso.
–
- Non si sa mai. Comunque quasi non me li ricordo più quei tempi.
Come eravamo da poveri? Rimosso. La mia è piuttosto un’abitudine.
Un modo di essere. –
- Tirchia, sei tirchia e stop, quindi. Io per anni un mantenuto, finché
non ho trovato uno straccio di lavoro anch’io e tu una gran tirchiona.
Così siamo noi. –
- Caffè, allora? –
- Non superi la fase progettuale. Non dico scialare, no, ma tu ti fermi
all’analisi delle riviste del vendo-compro. Niente di più.
E cavolo!-
- Va bene il caffeeeè? –
- Uhm, un caffè e non se ne parli più. Accendi la luce.
-
- Non lo sono nelle relazioni con gli altri, però; questo me lo
devi riconoscere. Mi pare. –
- Ah, no, a volte sei fin troppo generosa, se è per questo.-
- Mai che vada bene, ovvio. E’ un fatto di misura o di miopia. Non
so, guarda non so. Chi ti è troppo vicino, alla fine non ti sa
giudicare. –
- Fatti fare allora una valutazione dettagliata da quello lì, allora.
–
- Chi? Ancora con la storia di Antonio Rende ? Ma basta! Che noia. Ti
prego. –
- Dillo a me. E’ lui che telefona ogni sera alle ventuno, non io.
–
- Per lavoro. –
- Infaticabile quest’uomo. Il fatto che scelga quella certa ora,
però, non è casuale. –
- Perché? –
- Le ventuno. –
- Perché? –
- E’ una scelta mirata. –
- E perché? –
- Perché è l’ora della sintesi. –
- Per chi? –
- Per due tizi che vivono insieme; per una coppia. –
- Non lo sapevo. –
- E’ così. -
- Rende è agli inizi sul lavoro. Ha bisogno. –
- Vuol far pratica con mia moglie. Questi studi associati creano singolari
società di mutuo soccorso. Poi non mi piace come sorride. Quegli
orribili denti. Noi rapidi, siamo gente d’intuito fine, lo sai.
Troppi denti tutti insieme. –
- Sorride moltissimo.-
- Appunto. –
- Quello, per esempio, è un tipo lento o veloce? Sono curioso come
una scimmia, dimmi. Come è? Che fa: ti consiglia per caso cosa
approfondire, come vestire, che film vedere? Lo fa lentamente? Sono per
caso questi i dettagli di cui parli? –
- No, continua a raccontarmi i suoi guai. E basta. Come faccio a tirarmi
indietro?-
- Perfetto: il racconto di sé, soprattutto se patetico e carico
di denti, è una strategia diabolica che crea legami indissolubili,
omertà, somiglianze, consigli, dipendenza. Diabolico quest’ometto.
Il peggio è la dipendenza.Tu non lo sentire, mi raccomando, tappati
le orecchie. Io lo so come vanno certe cose. Fidati. Lascia fare. –
- Non è colpa mia. –
- Cosa, questo civettare? –
- Non è colpa mia. La colpa, al più, è della natura,
della nostra natura di donne. –
- E vai così; questa è bellissima, b e l l i s s i m a!
Un ventennio di rivoluzione alle ortiche! –
- Non posso farne a meno, per una questione di stabilità mentale,
di costruzione di certezze per il futuro. Sapere sempre come sarà
domani, e pure dopodomani. Un ruolo sociale da conservare. Una cosa simile.
Da non razionalizzare. Non i chiedere di razionalizzare. Devo accettare
le lusinghe esterne; non posso evitarlo. E’ come non sapere di avere
un lavoro o se durerà.–
- Come la chirurgia plastica. –
- Forse. Ma è gratis. -
- Non ci arrivo proprio. Vienimi incontro. Mi sfugge il nesso tra il lavoro
ed il dottor Rende. Non sono così intelligente, scusami sai. –
- Hai presente il piacere di quando prepari gli abiti da mettere il giorno
dopo in ufficio? Li vedi lì appoggiati sulla poltrona, li annusi
all’altezza delle ascelle e sono pronti per il giorno dopo; sai
già che immagine avrai per te e per gli altri; sai, più
o meno, dove sarai domani ad una certa ora e come sarà la tua faccia.
Una certezza così. -
- Non è che vuoi comprare qualcosa? Non che ci giri intorno, chè
non hai il coraggio? Un tailleur? -
- Anche madre è d’accordo, anche se lei, invece dei vestiti,
compra medicine, perché è in pensione da cinque anni e non
ha più un ruolo sociale da difendere e opporre. Capisci? La stessa
idea. Abbiamo bisogno di piacere. Biologicamente. E di compiacere. Un
po’ tutti: il padre, il compagno, la suocera, il condominio. –
- Anche io voglio piacere. –
- Ah, non lo sapevo. Anche tu? Che strano. Come mia madre? -
- La vecchia nemica? Quella che sa come volersi bene? La madre e la figlia:
siete due folli, magari non pericolose, ma folli.–
- No, ha ragione lei, se ci pensi bene. –
- Chi, tua madre? Per favore!–
- Forse. -
- Il male sta nelle radici, quindi. Ci posso scrivere su un articolo di
taglio scientifico sperimentale in università. Ci faccio un figurone.
La storia non insegna nulla, anzi non vi dà speranza. Molto interessante.
L’immobile oggetto del desiderio: un articolo di rottura.-
- Guarda che il problema è mal posto. Non è la natura femminile
che incide sulla storia, ma il contrario. Le nostre teste sono un fatto
storico. Pensaci. –
- Molto avvincente. Ma Rende, come ci entra, dico io…? –
- Ah, siamo destinate a soffrire. –
- Oddio, pure gli stessi verbi, sempre gli stessi verbi; non dico altro,
ma almeno trova dei sinonimi, ti prego!! -
- Davvero: è così e tu lo sai. Non scherziamo. Allora, vediamo:
perché sei così gentile con mia madre, allora? Lo sei perché
lo sai come stanno le cose. -
- Non è male tua madre, infondo e poi ci tiene Giulia il sabato.
–
- Pure la domenica, a volte; spesso. -
- Se è così, ci scrivo sopra un articolo lungo almeno dieci
cartelle. E’ fatta. Si svolta professionalmente. -
- Non lo dire a Giulia, però. Di questa cosa qui delle donne, della
storia, delle fregature. Saltiamo almeno una generazione. Forse la freghiamo
noi la storia per una volta. -
- Menomale. Dunque? Che vuole la tizia che insegna? Come è questa
tizia? Che vuole da noi? Che già ci abbiamo i nostri di problemi.
–
- Ecco, infatti. –
- E allora? -
- Niente. Vuole parlare con i genitori dei suoi alunni, con tutti; dice
che instaurare un buon rapporto è costruttivo. Non è che
sia una cattiva idea in astratto. A riuscirci!–
- Dovrai raccontargli di noi. In astratto. Dei fatti nostri. –
- E perché c’è qualcosa di non rivelabile? –
- No, che c’entra. Era che mi chiedevo che tipo di colloquio sarà.
Quelle cose tipo: tale madre tale figlia; tipo: le fate vedere troppa
televisione. Oppure cosa mangia: verdure, legumi. Cose così? -
- Vieni anche tu, allora. –
- Lo sai che devo partire oggi pomeriggio. Non posso. -
- Lo so. –
- Quindi. –
- Quindi, niente. –
- Non siamo mica sceme. Né io, né tanto meno la tipa che
insegna a Giulia. Ti devi fidare e basta. Parlo io per entrambi. Funzionano
così le famiglie. -
- Sì. Adesso caffè. -
- Ma non siamo ricchi comunque! –
- Eh? –
- Dico: non siamo mica diventati ricchi, come dici tu. No. Due stipendi
da statali: no, non siamo ricchi. –
- Sì, invece, perché adesso scegli cosa comprare. Certo
che lo siamo. Ti da fastidio? Chiedi a Lucia se siamo ricchi. Vedi lei
cosa ti risponde dopo. –
- Che c’entra Lucia, che ha un mare di problemi. –
- Economici, sì, infatti; di conseguenza sa riconoscere i poveri
dai ricchi. Chiedi a lei cosa ne pensa; forza chiediglielo!–
- Noi le diamo lavoro, intanto. Ha problemi anche con il marito, con gli
avvocati, con le assistenti sociali. Un vero casino. –
- Sei ore a settimana a trenta euro, questo le diamo. –
- Con i contributi, ad ogni modo. –
- Con i contributi, due figli e nessuna scelta. –
- Si è messa contro il mondo intero. –
- Cosa è la tua: solidarietà femminile? Ancora? Voi donne,
che spreco. Deve essere per questa vostra lentezza storica, antica, un
ritmo che vi allontana, che vi isola. Complimenti vivissimi. E meno male
che state lì ore a chiacchierare, invece di spolverare, tu e Lucia.
Ma cosa cavolo vi dite, cosa comunicate? Di cosa, di merletti? Procedete
lentamente è vero, ma non mi sembra che questo ritmo produca comunicazione
reale. Voi donne siete destinate alla solitudine. Non c’è
niente da fare. Dimmi: in sei anni di onorata professione legale, sei
mai riuscita a concludere una sola transazione con una collega? Mai? Lo
sapevo. A Lucia, è chiaro, manca la famiglia. Non si deve essere
per forza un tecnico in materia per capirlo. La società non offre
alternative alla famiglia in senso classico. E’ un ritorno. Non
conta la velocità o la lentezza. C’è un ritorno alla
famiglia, qualunque sia il ritmo. E’ così. –
- Quindi se io non avessi te al mio fianco, non avrei alternative. –
- Più o meno. –
- Stai pensando alla storia del cancello d’ingresso? Ti senti eroico?
–
- Quella sera ho risolto il problema comunque: ti ho mandato Luciano a
chiuderlo. L’ho mandato o no? Il problema l’ho risolto sì
o no? E allora.–
- Io volevo che lo facessi tu, non un tuo sostituto. Non il factotum dell’università
con la passione per le casalinghe tristi. –
- Potevi farlo tu, allora. –
- Non ci riuscivo; ho provato, ma non ci riuscivo. E non è colpa
mia se non ci riuscivo. Non mi rompere. Ci sono dei limiti fisici e non
mi rompere. –
- Io ero a chilometri. Ragiona: non potevo farci nulla. –
- Dovevi prevedere. Devi rendere sicura la casa in cui vive la tua famiglia.
Hai degli obblighi. Potevi, che ne so, mettere dell’olio negli ingranaggi
una settimana prima, togliere le foglie dei binari di ferro, cogliere
le prime avvisaglie, prendere contatti con la Sveviapol. Consultare qualcuno,
fare delle prove tecniche. Io volevo poter fare da sola e tu me lo hai
impedito. –
- Come cavolo facevo a saperlo che si rompeva il cancello? Ma sei matta?
Vai in palestra rinforza i bicipiti. –
- E’oggettivamente pericolosa una casa con un cancello rotto. Non
è una mia mania. Non si sta senza cancello. Allora a che servono
i cancelli? E i mariti a che servono? Io ci dormo con Giulia in una casa
così. –
- Non è stato per colpa mia. Ho fatto quello che potevo. –
- Così mi impedisci di essere autosufficiente, perché,…
perché sei senza fantasia. –
- Vuoi un solo uomo, quindi? Uno solo, ma fantasioso. -
- Come Lucia, no? –
- Boh, non so. Forse come lei. Hai i piedi freddi. Spostati. –
- Effettivamente quando non ci sei, qualcosa cambia. Fermo un secondo.
Ohi, stai fermo?–
- Lo vedi. E spostati, fatti in là, che sto scomodo. In là,
in là. –
- Sì. Sono come in pausa, quando non ci sei. In una bolla. E l’hai
creata tu. Ti ho reso essenziale. Che coraggio ho avuto! –
- La coppia. –
- Che strano: la coppia. Non so. Allora gli altri? Ci sono i gruppi, la
gente, i singoli o le categorie. Che fine fanno gli altri? -
- Che ne so? Mi sembra che i gruppi non contino niente. Quello che produce
qualcosa, che alimenta, è la coppia. Il resto è solo una
scatola. –
- E’una teoria. Già. Una teoria, come un’altra. –
- Sono sicuro. Coppia; mica sesso. Anche quello, comunque. Però
principalmente la coppia. –
- Niente sesso adesso. –
- Non dico mica adesso, no, dico in generale. Sesso in generale. –
- Non si parla mai in generale per davvero. Si parla solo e sempre di
sé. E tu lo sai. –
- Vabbè. -
- Non parli d’amore? –
- No, ma l’amore che c’entra? –
- Come che c’entra? -
- La coppia funziona a prescindere. Vedi Alcide e Tonia, mica si sono
ripresi quei due. Eppure ci sono chilometri in mezzo tra un lavoro e l’altro,
gli avvocati, le stronzate dei parenti, ma loro è la coppia che
rivogliono indietro. Prova a farglielo capire che devono cambiar casa,
che è finita, stop, che non hanno mica sei anni: quelli si ammazzerebbero
pur di rivedere come prima la tv insieme la sera, anche se su due divani
diversi. Intorno alle ventuno, appunto. -
- Vedi che sei troppo veloce. Per te il cambiamento è passare da
una pagina ad un’altra. Ti perdi i passaggi intermedi. Solita roba.-
- Sembra niente, invece la tv la sera è importante, il buio, le
luci dietro, le briciole sulla tovaglia, le cuciture da rifare. –
- Non mi ascolti? Fatti più in là un attimo, che mi giro.
-
- Sì, ti ascolto. Ma io almeno una teoria ce l’ho. Ma va,
va…–
- Non mi fai pensare così; procediamo con calma. –
- Ma che ti ha preso oggi? Non capisco questa enfasi da cartone animato.
Sembri Minnie. -
- Io parlo di ritrovare il tempo. Non riesco a farti capire. Perché
non ci riesco? Che ne so. Di prima mattina, non si può, non ci
riesco. Non so neanche io con precisione. E un po’ come sentire
delle note su registri musicali differenti, una batteria che rulla male,
sgraziata, più o meno. Ma il suono mi arriva di solito più
preciso la sera, non la mattina presto. Sai suonare tu? no? lo vedi che
non puoi capire. –
- E da quando ci hai pensato a questa cosa? Proprio scema, sei. Sono anni
che si vive insieme e solo adesso viene fuori la batteria. Guarda che
sei strana. A te il sabato mattina ti fa male alla salute. Non è
affatto una cosa sana! Per niente. –
- Ne parliamo stasera. –
- Tanto lo sai che poi non ne parliamo. –
- E perché? –
- Guarda che, se mi alzo, è finita. –
- Che fai? Mi minacci? –
- Poi mi lavo, mi vesto. E basta: non si parla più. Poi devo fare
la valigia. Non c’è più tempo. –
- Quindi a letto c’è tempo, fuori dal letto niente. Lo vedi
che hai ritmi tutti tuoi. Glielo dico alla tipa della Giulia che sei troppo
veloce per la tua famiglia; che se la Giulia non vuole studiare è
colpa tua, che non apri le orecchie e non sai aspettare il tempo che ci
vuole. E sei pure contagioso. –
- Sei scema? –
- Scherzo. -
- Io contagio chi? Siamo sposati da dieci anni ed il tempo non è
mai stato importante. All’improvviso…-
- Che c’è? –
- No, che c’è lo dico io a te? Qui si balla una danza che
non conosco. No, così non vale, bella mia. Mi devi dire altro?
No, perché se non mi devi dire altro, vado a fare il caffè.
–
- E alla tipa della scuola che dico? –
- Digli che stai cronometrando tuo marito. Ecco, dille così. Che
poi vediamo. –
- Si cambia, sai. –
- Da un giorno all’altro; così svegliandosi? E poi parli
tu di velocità. La verità è che il tempo lo batti
tu, secondo i tuoi comodi, e poi, magari, lo comunichi agli altri. –
- Buono. Così ti sale la pressione. –
- Appunto. –
- Non facciamo come l’altra sera al cinema, per carità. –
- Che, per il diuretico preso prima di uscire, sono stato sempre chiuso
al cesso? Ti ho fatto ridere, eh? Per non passare tra le gambe della gente
ogni quarto d’ora, permesso, mi scusi, permesso, di continuo. Che
roba! Non mi avevano detto che i diuretici ti riducono ad una fontana.
Ho preferito vedere la fine del film in piedi per non disturbare gli altri.
Tutto qui. -
- Mi hai fatto morire dal ridere. Appare, scompare, appare, scompare…-
- Ridi, ridi. –
- La misuri oggi? –
- La misuro prima di partire, una volta. Forse devo solo mangiare in modo
diverso. Così non va bene. E’ chiaro che così non
può andare.–
- Forse è il caso di dimagrire. Come diceva quello. –
- Meraviglioso. Meno carboidrati. Andiamo da quello che dice Mario, andiamo
subito dal dietologo napoletano. Sì, è meglio che andiamo.
Tanto per dire che si fa qualcosa. Che tanto, c’è bisogno
che me lo dica lui che devo dimagrire! –
- Niente pizza. –
- …
- Niente carne rossa. –
- …
- Niente grassi di nessun genere. -
- Divento bellissimo. E pure magrissimo, finalmente. –
- Bellissimo come quando eri un uomo lento? –
- Mi fa le prove allergologiche quello di Napoli, sai quelle con il campanellino
che suona quando il mago pronuncia piano il nome di una sostanza tossica,
bzzz bzzz, stupendo, e chissà cosa scopro a quaranta anni. Scopro
che sono diventato un mostro e non tollero i latticini. -
- Giulia dice che sei un mostro. Lo dice di già. –
- Come? –
- Dice che non dovresti partire per lavoro di sabato. –
- Chi lo dice? –
- Giulia. –
- Tu o Giulia? –
- Entrambe. Siamo d’accordo su molte cose. Perché partire
di sabato, se c’è di mezzo la domenica? Perché non
dedicare alla famiglia il tempo che sta nel mezzo? –
- Oh, finalmente. Adesso si spiega tutto. –
- Aspetta un attimo…-
- E già: è questo quello che ti dava fastidio. Potevi dirlo
subito. Il tempo, il ritmo la batteria. Balle. Menomale. Non è
il tempo in generale che ti rode, ma questo tempo preciso, questo qui;
il tempo di questo fine settimana. Beh, guarda: devo partire per forza.
Non ci provare, eh! Questa volta non mi freghi. –
- Perché? –
- Devo guardarmi delle cose in santa pace per lunedì. Un articolo
di uno bravissimo, avrà trent’anni. Mi sembra che se uno
non fa il botto entro i primi trenta anni, poi non ha più nessuna
speranza, quindi io sono già fuori tempo massimo. Comunque. Mi
fa schiattare quello. Io rodo. Questo qui è gia associato, un mostro
davvero, beato lui; e me lo devo leggere piano, piano. Assolutamente.
In solitudine. In un albergo: il luogo più lento dell’universo.
Infatti. Ecco. Seduto sul letto ad una piazza e mezzo di un albergo a
tre stelle, in una grande città, che raccolga rumori nuovi dalla
strada, quelli strani, che non sono abituato a sentire. Ecco cos’è
la solitudine lavorativa per me. Solo così riesco ad essere lento.
Che ne pensi? –
- Sei ostile. -
- No, solo questa settimana, ti prego. Solo questa settimana. Che ti costa?
Ti supplico. Mi devo mettere in ginocchio? Mi metto. –
- E chi te lo nega.-
- Ah, no?Tutto a posto, quindi. Finito. Caffè? –
- E io? –
- Tu? Avvicinati, che ci riscaldiamo. Tu, che? –
- Che faccio? Lo sai che poi…–
- Domani, appunto. Solo domani, sei sola E poi lunedì, al massimo.
Il cancello è a posto. Quindi, va tutto alla perfezione. Pensa
a te. Chiama qualcuno al telefono. –
- Non vale. Cazzate, per fare qualcosa per me, ci vogliono le condizioni:
mi manca l’albergo, la stanza, il letto. Pure io. Voglio i rumori
strani pure io. –
- Vuoi i rumori? Si può fare. Mi cimento io subito, subito.–
- Smettila. –
- Bacino? Bacio, bacino. -
- Lo sai che Angela mi ha raccontato la storia di una coppia di suoi amici
di Milano. Lui è finito in carcere. –
- Angela dovrebbe scrivere un libro, così la smettere di rompere
e diventa famosa. –
- Li conosci anche tu. -
- Cioè? Lui è per caso quello che suonava la tromba? Parla
sempre di quello la tua Angela. Sembra che conosce solo un uomo. Il Jazzista?
Un vero musicista in carcere: pazzesco, lì ci sono solo tossici
disoccupati e extracomunitari. –
- Sì, quello. –
- Angela parla sempre di questi due, ti ho detto. Il prototipo della famiglia
sfilacciata. Solo esempi negativi. –
- Droga. –
- Quindi c’è di mezzo la droga. Lo sapevo. Ma non è
confrontabile il jazz con l’università, la tromba con un
dottorato di ricerca, scusa, la droga con l’Aulin. Io non sono mica
Woody Allen. Ragioniamo. –
- La moglie gli ha confessato, mentre stavano a letto, che se ne sarebbe
andata con un commercialista, quello che gli aveva consigliato gli ultimi
investimenti; che si portava via i due figli minorenni, che voleva una
vita normale e lui le ha dato fuoco con la benzina. –
- La coppia. Il letto poi è un arnese micidiale quando si tratta
di coppie.–
- Qui è saltata in aria tutta la famiglia. -
- La famiglia è importante; e chi lo nega che è importante.
Ti assicuro. Comunque io non faccio uso di sostanze stupefacenti; neppure
in albergo, lo giuro. -
- Dai! Che dico alla tipa allora? –
- Dille che stiamo cambiando. Che siamo una coppia che cambia. Ci deve
perdonare. Dille che anche Giulia sta cambiando e deve avere pazienza
anche con lei. E’ il suo mestiere, in fin dei conti, la pazienza.
Hai visto come ti guarda o come non ti guarda: Giulia crede di avere dei
segreti, quella santa ragazzina lì, e questo mi sembra il primo
segnale. Hai visto come tratta le parole?
- No, come le tratta? –
- Ieri mi dice: papà che significa chiappa? Io le spiego e lei
dice: è una parola che fa schifo, chiappa. Decide lei. -
- Otto anni? –
- E perché no, scusa? -
- Vorrei avere più cose anch’io. Cose nuove e segrete. –
- E pensare che ci sono quelli che credono che si possa fare lo stesso
mestiere tutta la vita, che ne so, per esempio l’avvocato. Che non
si annoiano. Sono pazzi. –
- Parlo sul serio, dai, smettila! -
- Giulia lo sa, per questo cresce così. Si rende conto che quando
le parli, le parli sul serio. Dio ci protegga. –
- Da chi? Da me? –
- Va troppo di fretta alla fine anche lei; velocemente anche lei, comunque.
Che sia proprio tua la colpa alla fine?, non è che ci rendi così
fulminei, quasi senza coscienza. Tu fai una cosa: datti una calmata, a
prescindere, chè le dai un cattivo esempio, con tutti questi desideri.
–
- Che tu non desideri niente? –
- See, buonasera! –
- Io desidero il tempo. Beh, che c’è di male. Il Tempo. Anche
tu, non credere, hai i tuoi di problemi., comunque. –
- Solo domani, giuro.-
- Caffè? Meglio svegliare anche Giulia, che si fa tardi. -
- Piove ancora, porca la miseria. -
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