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Luciano
Pagano
"Kyoto mon amour"
Giovedì 11 febbraio 2005, ore 9.00, Times Square, New York, 37
gradi fahreneit.
[1] Non fa neanche tanto freddo, non quanto pensavo
che potesse fare qui a New York, mi avevano avvertito, 'a New York fa
sempre freddo', forse perché i miei amici sono stati a New York
per pasquetta e lì non fa ancora caldo, febbraio, marzo. Non importa.
Poco meno di dieci gradi e ad essere sincero non li sento nemmeno. L'aria
è secca, ha smesso di nevicare da una settimana abbondante e la
neve ha fatto in tempo a sciogliersi tutta. Siamo atterrati in piena tranquillità,
senza turbolenze. New York. Il cuore pulsante dell'impero, l'impero del
male. 'Vai a New York e prova a certificare quel che accade, se ti riesce
cerca di individuare i germi del male'. Non è per nulla facile.
Forse i miei amici sono un po' prevenuti. Sono prevenuto anch'io, prima
di partire ho letto qualche libro ed ho visto troppi, troppi film. Le
casse della redazione non scoppiano di denaro, mi hanno mandato per due
giorni soltanto. Ho fatto i conti in tasca ed ho deciso di godermi il
più possibile queste poche ore di permanenza, non sono stupido.
Il paragone peggiore è questo 'New York è la Roma dei nostri
tempi', ovvero, NY non è paragonabile al resto dei paesini degli
States, NY è tutt'altra faccenda, come Roma ai tempi dell'impero
romano, oggi, NY. Non mi importa. Secondo me i luoghi si somigliano tutti,
forse perché le persone sono le prime ad assomigliarsi, ad esclusione
del manager seduto di fianco a me sull'aereo, un tipo che coltivava a
pastiglie l'ansia d'atterraggio 'io non volevo venirci, proprio non volevo'
come se dovesse accaderci qualcosa, da un momento all'altro. Figuriamoci
se volevo venirci io. Fare un reportage da New York era soltanto una scusa,
niente di più, fare finta di essere malato per due giorni, sputtanare
un po' di soldi, fare nuove esperienze, vedere quel che accade dall'altra
parte dell'oceano atlantico in un giorno qualunque di febbraio.
Tanto per cominciare una considerazione: soltanto a Londra un cittadino
viene monitorato, volente o nolente, da circa trecento telecamere a circuito
chiuso al giorno. Terribile. Inquietante. Forse utile per le forze dell'ordine,
con una piccola constatazione, se mi è concessa, io non sono un
criminale, il mio redattore non è un criminale, i miei collaboratori
non sono criminali, o meglio, per alcuni di essi sarei pronto a testimoniare
davanti ad un giudice, forse anche una corte suprema, 'sì, non
ho a che fare con uno scrittore o collaboratori criminali, al massimo
alcuni amici si macchiano di peccati veniali, nulla di più' quindi
mi chiedo, tornando a questo concetto di supervisione, da dove giunga
la necessità di essere costantemente monitorato da una telecamera
a circuito chiuso. Ci stiamo cadendo tutti. La trappola e lì per
essere serrata, il nostro piede scalzo, assieme alla caviglia, verrà
chiuso nella tagliola, non potremo farci a meno. Il telefono è
utile, il video telefono è inquietante. Mi spiego, se non esistono
problemi (tecnici) ad intercettare una telefonata allora vuol dire che
in futuro (oggi) una videotelefonata sarà naturalmente intercettabile.
Mi chiedo se l'industria del porno sia pronta ad affrontare la rivoluzione
dell'UMTS. Immagino quale differenza può esserci tra una telefonata
ad una normale segreteria erotica ed un’altra ad un telefono di
nuova generazione (archeozoico: 166 - xxx xx xx, paleozoico: 188 - xxx
xx xx, mesozoico: 899 - xxx xx xx, cenozoico: www.xxx.xx.xx, evo moderno:
telefono privato, pubblicazione di annuncio su giornale quotidiano, operatrice/ore
che ti risponde al videotelefono e ti intrattiene); quanto meno non si
porranno spiacevoli equivoci, come in quel film di Altman dove l’attrice
della chat-line dava appuntamenti telefonici e rispondeva mentre il marito
guardava le partite e il bambino frignava. Ma cosa c'entra tutto questo
con New York? C'entra, c'entra...Se non mi ricordo male avevo cominciato
dicendovi che non c'erano abbastanza soldi per mandarmi in viaggio per
almeno una settimana, abbiamo dovuto rosicare le casse fino al limite
per potermi permettere un viaggio aereo di andata e ritorno, come se non
bastasse lo scorno abbiamo dovuto approfittare delle offerte che si fanno
per San Valentino, che scadevano, puntualmente, il 12 febbraio. Ebbene,
la notte di San Valentino (precisamente alle 4 di notte) ero su un aereo
diretto negli Stati Uniti d'America. Un viaggio così allucinante
può essere soltanto paragonabile all'ipotetica realizzazione del
mio sogno più assurdo, quello di trascorrere il Capodanno su un
treno, partire alle otto di sera, facciamo da Lecce, e svegliarsi a Milano
l'uno a mattina, o a Bologna, a Roma no, non ci penso, arriverei quando
la festa è ancora in corso, non ci penso proprio, metà degli
ubriachi che stanno quasi per andare a coricarsi e l'altra metà
ipertonici a rompermi i coglioni. Meglio arrivare in stazione a Milano
o Bologna, fra le sei o le otto di mattina, il primo giorno dell'anno.
Quindi su un aereo per New York, arriverò la notte di San Valentino,
mi sveglierò il quindici febbraio in città. Mi hanno detto
che ha smesso di nevicare e mi hanno anche detto che sarà il viaggio
meno complicato della mia vita: aeroporto-taxi-albergo-un giorno e mezzo
scarso a passeggiare costeggiando un isolato perché non c'è
tempo, perché non ne vale la pena, perché non ti abbiamo
dato abbastanza libertà (Y€$, freedom)-taxi-aeroporto-milano-roma-brindisi-lecce.
Mi sono abbarbicato su un pensiero, 'sarò in grado, o meglio, che
tipo di reportage posso scrivere? Non sarebbe stato meglio spendere quei
soldi in un altro modo? Magari per stampare un libercolo in tiratura limitata
da dare in regalo ai lettori della rivista? Beh, ad essere sincero mi
andava di prendere una pausa, quindi, eccomi.'
C'è il ricordo di un film che continua a frullarmi nella testa
mentre il taxi mi porta in albergo, saranno le luci multicolore, il film
è Strange Days, non potrò fare a meno di visitare Times
Square, questo mi dico, è impossibile, affanculo le Avenues, affanculo
anche Central Park, ad essere sincero affanculo i ponti, tutti e quattro,
non posso venire a New York senza visitare Times Square. Dico al tassista
di passarci, anche solo per cinque minuti, anche se non è di strada
per andare in albergo, figuratevi se la redazione di Musicaos.It poteva
permettersi una stanza vicino a Times Square, se avessimo avuto così
tanti soldi di sicuro avremmo mandato qualche altro sfigato a fare questo
reportage, e invece no, il tassista mi dice che Times Square non è
affatto sulla rotta del mio albergo, tuttavia se proprio insisto...ed
eccoci qui. Sul palazzone che fa da scenografia naturale a tutti i film
con cui ci hanno bombardato nell'infanzia, non ultimo proprio Strange
Days, c'è incollata una pubblicità mastodontica. Mi viene
in mente l'Italia, forse la Spagna. Soltanto in Europa saremmo in grado
di concepire qualcosa di così eccessivo, dal palazzo fuoriesce
il muso di un camioncino, sarà alto almeno cinque metri, una specie
di furgone tedesco, non nomino la marca in questione perché questo
reportage è quasi totalmente anonimo, ve la faccio intuire con
una domanda, del genere che dovete memorizzare nel caso di smarrimento
della vostra password di casella postale, la domanda è "qual'è
quella marca di automobile tedesca dal cui paraurti, negli anni '90, andava
molto di moda svellere il circolo di lega/alluminio, molto somigliante
al simbolo della pace, un po' amputato, tuttavia?". Ecco la risposta,
sì, la marca è quella. Il camioncino fuoriesce completamente
dalla facciata dell'edificio e se non fosse già San Valentino e
quindi the Ash Wednesday non fosse già passato da quasi una settimana
mi verrebbe spontaneo pensare che si tratta di un residuato del carnevale,
un carro newyorkese. Ma perché non mi hanno spedito in Brasile?
Dimenticavo, non c'erano abbastanza soldi. L'effetto è comunque
posticcio, nulla che non si sarebbe potuto risolvere meglio con l'utilizzo
di uno schermo gigante rutilante di immagini multicolori, peccato, credevo
di arrivare per imparare, il mio sogno era di tornarmene con idee fresche
fresche di design, e invece mi tocca di certificare il kitsch. Non sono
poi così sfortunato come credevo, avrò qualche patrono nascosto
perchè il mio albergo è proprio qui vicino, fa un freddo
tremendo, regalo una mancia al tassista, una leggenda vorrebbe i turisti
newyorkesi molto sprovveduti in materia di mance, e tutto questo perché
i tagli dei dollari sono differenti ma la carta è identica, questo
non mi succede, non mi sarebbe successo in Italia, figuriamoci negli States,
oh Y€$, do all'autista quanto gli spetta di mancia, prendo la mia
valigia da solo ed entro nell'albergo.
Non mi attende nessuno, intuisco che al piano terra dell'albergo/pensione
c'è un bar, si tratta di un'agnizione bella e buona, vado nel bar
al piano terra, il bar fa da reception, ristorante, sala intrattenimento,
il tutto senza soluzione di continuità all'infuori del fumo di
sigaretta, ma qui non era vietato fumare dovunque? A quanto pare ho scelto
un albergo malsano, poco male, fumo parecchio anche io, mi troverò
bene, comincio già a rimpiangere la partenza di dopodomani. C'è
soltanto una persona, un uomo, potrà avere una sessantina d'anni,
ne dimostra di più, sta seduto su una poltrona davanti al televisore,
fuma una sigaretta. Chiedo nel mio inglese da liceo se mi è possibile
raggiungere la stanza che mi ha prenotato la redazione, sì, mi
è possibile, soltanto un minuto. Finalmente sono a letto. Prometto
a me stesso che domattina mi dedicherò all'osservazione del popolo
americano, a partire da Times Square. Sempre che qualcosa non me lo impedisca,
sempre che io non cominci a provare repulsione per qualcosa che vedo o
per qualche persona che incontro, e così è.
In figura 1 e in figura 2, proprio vicino
agli oggetti in bella mostra del negozio di souvenir c'è una donna
con la pelliccia, da qui non sembra vera, credo che lo sia. Da più
vicino mi accorgo che è ben tenuta, intendo la pelliccia, è
proprio originale. Le pellicce non mi piacciono, o come dico sempre, non
mi 'piaciono'. La redazione in realtà mi ha spedito qui per parlare
di Christo e dei suoi Gates a Central Park, ma a me non importa, non mi
importa prenderli in giro, non mi importa di far sapere loro che con la
cifra che mi hanno dato non posso nemmeno permettermi un pranzo decente
al ristorante dell'albergo/pensione/sala da biliardo e che quindi rimarrò
qui tutto il giorno (mi bastano venti minuti per capire tutto) ad osservare
la gente che passa.
Ecco infatti la mia attenzione catturata dall'uomo col cappello che in
figura 7 sta portando una valigia. La sua descrizione
corrisponde esattamente ai disegni che ho in tasca, prima di partire mi
hanno consegnato un plico di foglio, diversi disegni raffiguranti americani
tipici che avrei dovuto individuare tra la folla, questo uomo appartiene
ad uno di quelli, devo marcarlo ed attenderne il ritorno, il resto andrà
da sé. Non si è accorto di nulla, bene. Non si è
accorto che il suo paese non ha sottoscritto il protocollo di Kyoto. Non
so se siete stati mai nello studio di un avvocato o se ne conoscete uno
oppure semplicemente se vi è mai capitato di andare in tribunale,
anche soltanto per una causa civile, oppure per un sinistro, sapete che
gli avvocati interpretano la legge. Ogni legge possiede cavilli che possono
tramutarsi in capestri, basta un gesto d'interpretazione. Con la sottoscrizione
del protocollo di Kyoto ci si impegna a non oltrepassare nei prossimi
anni una soglia, stabilita a due gradi centigradi, per la temperatura
terrestre. Non che la terra disponga di un termostato, no, se ne accorge
la signora con la pelliccia e se ne accorge perfino l'uomo con la valigia
ed il cappello, 'the weather is clear', trentasette gradi fahreneit, c'è
il sole. Il problema è tutto nell'immondizia che stiamo sparando
nell'atmosfera, ebbene, l'uomo col cappello, confuso nella folla, possiede
la cittadinanza del paese che produce più inquinanti nell'atmosfera
su questo pianeta, e insieme agli inquinanti e ad altre faccende questo
signore possiede i documenti che certificano la sua appartenenza ad un
paese che non intende impegnarsi, in sede internazionale, a pompare meno
inquinanti (sei le sostanze specificate) nell'atmosfera per alzarne la
temperatura, anzi, se oggi invece di 37 gradi fahreneit ce ne fossero
39 il signore col cappello sarebbe più contento, e la signora con
la pelliccia forse mostrerebbe di più la sua scollatura. E qui
dobbiamo fare nuovamente riferimento alla figura 2 e
nella fattispecie all'uomo in basso a destra, anch'egli tipico abitante
di questo paese. Notate la sua maglietta, quest'uomo non ha freddo, indossa
una magliettina che penzola grazie alla sporgenza del suo addome, un giubbotto
leggero, scarpe da ginnastica. Se la temperatura salisse di due gradi
potrebbe tranquillamente camminare sul marciapiede indossando una maglietta
a maniche corte. Il problema non sembra toccarlo, attraversa il mio campo
visivo in un attimo, scompare. Come faremo tutti del resto, verremmo spazzati
via da ciò che noi stessi abbiamo provocato. E' interessante chiedersi
il perché della mancata ratifica del protocollo da parte di Zio
Sam, facciamo finta che non si stia parlando di Pianeta Terra, ma di un
appartamento dove abitano trenta persone, alcuni di essi sono disoccupati,
spendono tutto il giorno in giro nella ricerca di un lavoro, l'immondizia
che producono all'interno dell'appartamento è giusto pari al filtro
del caffè (che scaricano nel lavandino senza che nessuno se ne
accorga), a qualche quintale di carta, plastica e rifiuti organici, senza
contare la normale produzione delle scorie corporee. Ebbene, facciamo
finta che per qualche giorno la nettezza urbana si dimentichi di passare
da quell'appartamento, anzi, facciamo finta che fuori abbia cominciato
a nevicare, proprio a causa dell'effetto serra. Allora, ci sono queste
trenta persone bloccate in casa con tutto il necessario per vivere ad
eccezione del fatto che la loro merda viene prodotta e stipata continuativamente
nell'appartamento, per qualche giorno, tanto poi finisce di nevicare.
E invece non finisce di nevicare e la merda si accumula, tra di loro cominciano
i primi screzi, alcuni infatti ne producono talmente tanta, di immondizia,
da stimolare le occhiatacce cagnesche dei coinquilini. Finché a
qualcuno non viene un'idea per smaltire la merda, perché, cribbio,
non si può più respirare, l'aria diviene malsana, già
abbiamo deciso di fumare a turni, vicini al camino. Le tre coppie che
compaiono in figura 16, figura 17 e
figura 18 si fanno accese promotrici della discussione.
Non cambia nulla. Chi produce più immondizia di tutti non ne vuole
sapere. Kyoto. Gli Stati Uniti d'America partecipano di più di
un terzo del totale delle emissioni nell'atmosfera. Venendo qui a New
York ho provato a discutere di questi argomenti con le persone che incontravo
per strada, per me è stato abbastanza difficile, non ero premunito,
ho fatto un po' la figura dello scemo, una persona che ti ferma per strada
e ti chiede se sei a conoscenza del protocollo di Kyoto, sul marciapiede
di Times Square, fa un po' la figura di quelle persone che escono nelle
interviste del TG5, quando magari si celebra la Giornata della Memoria
(27 scorso mese) e l'intervistatore chiede "Ma sa che cosa si festeggia
oggi?" e questi rispondono, in serie romana, "Ma 'cche ne soo,
so stati li nazisti, oggi se ricorda de li campi de sterminio", oppure
"Sì, cioè, oggi se ricorda la fine de la seconda guera
mondiale, lo sbarco in normandia..." per culminare in "'cchè
non è per caso che BBenigni c'ha fatto su un documentario pure
su questa cosa", ma io stavo parlando di Kyoto e nessuno mi rispondeva,
anzi, camminavano dritti, dicono che a Central Park oggi inaugurano la
mostra di un artista impacchettatore, o una rappresentazione teatrale,
non si capisce bene, si chiama come il Messia. Ecco, ecco cosa ci vorrebbe,
una redenzione interplanetaria, qualcosa che coglie tutti impreparati,
come se trovassero un libro del Vangelo successivo all'Apocalisse e lì
dentro si parlasse del protocollo di Kyoto. In figura 41
una madre cammina tenendo per mano un bambino, in che genere di mondo
vivrà questo pupo nel futuro? La risposta è difficile, una
cosa è certa, se il pupo è americano e comincerà
a fumare sigarette vivrà in un paese dove per fumare una sigaretta
dovrà nascondersi ed il cielo sarà nero. Ora capisco, ecco
perché gli Stati Uniti non hanno firmato il protocollo di Kyoto...credono
in quel documento ci siano ancora degli errori, che i dati presentati
in appendice non siano completamente esatti, sono convinti, ad esempio,
che la grande quantità di americani che fuma sui marciapiedi, nei
prossimi anni contribuirà sensibilmente all'incremento delle polveri
sospese nell'atmosfera, quindi, facendo un rapido calcolo il protocollo
va riveduto e corretto, il calcolo reso più semplice dal fatto
che nel frattempo IBM, Toshiba e Sony hanno elaborato Cell, il microprocessore
più veloce di tutti, dieci volte più veloce del più
veloce microprocessore esistente e con molta probabilità cinquantavolte
più veloce del trabiccolo che state utilizzando in questo istante
per leggere questo racconto. Spero che almeno stiate riuscendo a vedere
tutte quante le immagini, anche perché altrimenti mi sono fatto
un viaggio inutilmente. Ed è così che comincio a pensare
che sia, seriamente, finché un evento non attira la mia attenzione,
qualcuno si è accorto di me, della mia presenza. Mi ero messo in
disparte a pensare di trovare un modo per convincere lo zio Sam di limitare
le sue emissioni di gas inquinanti, di riconvertire il suo sistema industriale,
ed ecco che qualcuno si accorge di me. E' una storia lunga, comincia dalla
figura 34. Finalmente sembra che qualcuno sia interessato
al mio discorso. Una ragazza, quella con lo zainetto rosso, si avvicina
ad una cabina telefonica, compone il numero, chiama, dall'altra parte
sembra che nessuno risponda. La ragazza tenta diverse volte, ne conto
almeno tre, si scoraggia, non vuole più chiamare. Il fiume della
gente che passa qui vicino a Times Square è inarrestabile, anche
se alle nove di mattina mi aspettavo più persone, a quanto pare
qui l'impressione è data più dalla quantità della
costanza, sarebbe a dire che se passate da questo incrocio alle tre di
notte vedrete scorrere lo stesso quantitativo di automobili, taxi, camion,
pedoni, no, i pedoni sono un po' di meno, perché qui lavorano tutti,
anche di notte, e se uno di notte lavora se ne sta al chiuso, sul luogo
di lavoro, oppure fa il tassista. Insomma succede questa cosa strana,
succede che questi quattro ragazzi mi notano, chiedo se sono infastiditi
dalla presenza della mia telecamera, mi rispondono che non gli frega un
cazzo della mia telecamera. E' la figura 49 che sancisce
questa mia nuova alleanza con il popolo americano, questi ragazzetti sembrano
svegli, potrò usarli per i miei esperimenti, potrò chiedere
loro di rispondere alle mie domande, finalmente farò ritorno a
Lecce senza le solite mani vuote, anche se ripeto che la redazione poteva
farmi stare qui almeno una settimana, succede sempre che per ambientarsi
in un luogo ci vogliano almeno quattro giorni.
La prima domanda che faccio ai ragazzi è semplice, diretta, serve
per catturare la loro attenzione, chiedo loro se conoscono l'Italia, ed
in particolare se conoscono Lecce. Mi dicono che conoscono l'Italia e
Berlusconi, Milan, Sheva, sanno che l'Italia è un paese amico,
fedele, che appoggia ogni loro scelta politica, però non conoscono
Lecce. Evito la solita lezione di geografia che si fa all'estero, quando
si incontra qualcuno e per spiegargli dov'è la nostra regione si
deve più o meno fare così "you know that Italy has
the form of a boot, Lecce is the end of the boot" a cui si aggiunge
il gesto molto poco comprensibile di toccarsi il tallone della scarpa.
Dopo una spiegazione del genere diciamo che l'ottanta percento degli interlocutori
ha capito da dove venite ed ha capito che siamo un popolo di giocherelloni,
a meno che non ve la caviate dicendo, semplicemente, che venite dal sud
est dell’Italia. Dopo aver sciolto il ghiaccio chiedo se sanno qualcosa
in più del nostro paese. "Conosciamo alcuni italiani, in effetti
non è difficile, qui ce n'è tanti davvero, tutti abbiamo
amici italiani o italo-americani, a scuola insegnano lo spagnolo, lo spagnolo
è simile, prova a dire qualcosa in italiano", accenno ad una
frase "l'utilizzo dell'ossimoro in certe poesie di Cosimo Ortesta
è sicuramente inusuale...", fanno finta di non capire, mi
lasciano perdere, non mi considerano più loro amico, forse volevo
prenderli in giro, si fanno le facce tra di loro come se avessero capito
contemporaneamente che volevo prenderli in giro. In figura 53
due di loro indicano un negozio dall'altro lato della strada, da quel
momento in poi la comunicazione è interrotta, è bastato
pochissimo per dilaniare un filo così sottile come la comunicazione
tra culture differenti, ed io ho fatto davvero una pessima figura. Non
so cosa fare, non mi resta che improvvisare. Potrei far visita ad una
biblioteca pubblica, oppure ad una libreria, potrei vedere quali sono
i libri sugli scaffali delle novità, comprarne uno, tornare in
Italia e scriverci sopra due righe, sarebbe un gesto interessante. Non
ne ho voglia. Non voglia di pensare ad altro. Times Square, non ho nemmeno
la più pallida idea di quante volte ho pensato di visitare questi
luoghi, ho addirittura cominciato a scrivere un libro, da più di
un anno, la cui parte iniziale è quasi tutta ambientata a New York,
una sorta di fantathriller politico, ebbene, tutta questa preparazione
sciupata in una presentazione e in una domanda di cazzo agli indigeni
del luogo. Già, gli indigeni americani. Se appartenessi ad una
popolazione extraterrestre, se provenissi ad esempio dal pianeta Monod,
e sbarcassi sul pianeta terra, qual'è la prima città dove
andrei? Forse proprio New York, facciamo finta che invece io non sia atterrato
qui in virtù di un piano prestabilito, facciamo finta che io sia
giunto qui, a Times Square per caso, come il Marziano a Roma di Flaiano
(non quello di Pippo Franco, drugat!). La prima cosa che noterei di questo
luogo e la totale dissimiglianza con le visioni che ne avevo avuto sui
miei visori, mentre mi avvicinavo al vostro pianeta. Il risvolto più
inquietante è che questi visori non mi mandavano indietro un'immagine
con la differenza di un anno luce, o anche di più, sui miei schermi
le immagini arrivavano con una differita di appena cinque minuti. Come
ha fatto il mondo a stravolgersi in così poco tempo? Questo luogo
mi era stato favoleggiato come capitale di un impero, e invece? E invece
se leggo i libri e i romanzi mi convinco che questa è realmente
la capitale di un impero, se invece sto fermo a Times Square per un quarto
d'ora non mi succede nulla. Non succede davvero nulla. New York è
un paravento, è una copertura, è un telo che nasconde qualche
altro marchingegno, questa mi sembra essere una spiegazione plausibile.
Gli indigeni newyorkesi percorrono i marciapiedi senza pensare di avere
una testa sopra le spalle, sanno dove vanno e basta, si muovono per moto
inerziale, guardate la figura 87, ogni tanto qualcuno
si accorge della mia presenza e si diverte a fare un gestaccio. Siamo
tutti fondamentalmente uguali. Ecco perché i popoli provenienti
da un altro pianeta hanno definitivamente abbandonato l'idea di porre
fine alla nostra vita, ci stiamo pensando da soli. Avevo cominciato questo
reportage da Times Square intitolandolo "La fine del mondo",
poi ho cambiato idea, come sempre la prima idea è la più
tracontante e meno ricca di possibili sviluppi, come sempre cambio traccia
per poi accorgermi che la seconda scelta è forse peggio e che la
prima rendeva il senso.
[2] Questo servizio costituisce la mia forma di protesta
nei confronti dell'obbligo di scrivere qualcosa di interessante, che tocchi
argomenti interessanti, che svolga un percorso interessante, e tutto con
i pochi mezzi a disposizione dalla redazione, me la pagheranno. Una cosa
è certa, da qui non passano mai le stesse persone, chiudo gli occhi
a causa della brezza fresca, li riapro e non vedo le stesse persone. La
mia esperienza newyorkese non può finire così, senza la
visione di Christo, accompagnata alla paranoia di Christo. La paranoia
è questa. [segue Paranoia di Christo]
[3][Paranoia di Christo] Tu sei l'artista
più rivoluzionario di tutti i tempi, altro che Andy Wahrol, tu
non hai cambiato colore alla Monroe, che forse ci vuole genio ma trent'anni
dopo basta il Paint, e tu non hai neppure ripreso l'Empire State Building
per ore e ore consecutive, che poi se vuoi diffonderne un solo fotogramma
devi pagare persino i diritti d'autore, no, tu Christo hai fatto di più,
tu hai impacchettato l'impossibile, a Parigi, a Berlino, dovunque, hai
impacchettato la natura e hai impacchettato l'architettura, un oggetto
lo hai reso più importante e visibile con un gesto naturale, un
gesto di nascondimento, tu Christo sei eccezionale, ed occupi la mia paranoia,
e adesso stai per compiere il tuo gesto più alto, una tua opera
nella capitale dell'impero, a Central Park. Il tuo è un messaggio
epifanico, caro Christo, perché forse il polmone verde nel centro
del cuore dell'impero non può essere impacchettato, perché
probabilmente il polmone verde deve respirare ed essere attraversato dalla
vita, dal sangue, dal respiro, dalle persone. La mia paranoia epifanica,
Christo mi porta a concludere che hai approfittato dell'occasione per
dare un messaggio che non è più in messaggio sull'occultamento
della verità, il tuo è un invito a percorrere la vita, settemila
volte, col vento che svolazza ed invita a ricostruite là dove Bush
distrugge, dove Bush non ratifica, dove l'antico mercimonio si mescola
in matrimonio con il delirio dell'antimonio, dove tu Christo getti la
moneta nello stagno invitandoci a riflettere, tutti abbiamo un polmone
verde da preservare, un cielo sotto il quale essere identici, l'epifania
di Christo dice, in una parola, non distruggere! [fine della paranoia
di Christo]
[4] E' qualche tempo che ho cominciato a rileggere libri
che non leggevo da anni, a vedere film che non vedevo da tempo, frequentare
persone e indigeni americani, ebbene, mi sono reso conto che ne ho basta.
Mi sono rotto le scatole di vedere servizi telegiornalistici dove si accusano
gli abitanti del sud est asiatico di speculare sulla catastrofe del terremoto
e poi, recandomi dopo nemmeno due mesi - un giorno come gli altri - in
edicola, vedere un libro intitolato pressappoco così "Tsunami
- il fenomeno delle onde anomale". Ma non sono un extraterrestre,
ho mescolato troppo i piani, confondo il sogno con la realtà; la
realtà è che sono stato a due giorni a New York nel mese
scorso, la seconda realtà è che sono bastati due giorni
trascorsi a New York per desiderare di tornare indietro e non fare in
tempo a provare un po' di nostalgia che già sentivo dentro la ripulsa
per alcuni aspetti del mio vivere quotidiano. Nel frattempo c'è
una donna che è andata a lavorare come giornalista in Iraq ed è
stata rapita davvero, mentre io al massimo sono stato catturato da quattro
immagini stronze osservate e congelate in un pomeriggio di pigrizia. Per
poi accorgermi che il mondo sembra essere uguale da dovunque lo si osservi.
Un terremoto è diverso se la casa in riva al mare è la tua,
un servizio in una zona disastrata dall'importazione di democrazia è
più pericoloso, se avete una fotocamera in mano e non sapete chi
si nasconde dietro l'angolo, un milione di posti di lavoro lo abbiamo
visto, scommetto che nel vostro condominio tutti sono stati assunti, almeno
tre volte nell'ultimo anno. Nel frattempo, se siete anche voi dell'opinione
che nel titolo dell'ultimo libro di Vespa sia inspiegabilmente nascosto
il germe di un suo possibile fallimento (da Mussolini a Berlusconi) e
se siete riusciti a leggere fino in fondo questo racconto allora potrete
anche leggere questo documento qui sotto, sono soltanto trentanove pagine,
anche per un lettore non troppo allenato possono sembrare poche, non vi
fate sviare dal gergo, dai numeri e dal linguaggio troppo simile a quello
che si trova nei codici, in fondo si tratta sempre di un documento ufficiale,
insomma, se ne avete l'intenzione leggetelo attentamente, prima che qualcuno
vi dica che era un sogno, un'ipotesi impossibile, uno specchio per le
allodole, divertente da ricordare quando la linea di desertificazione
avrà oltrepassato la linea gotica.
scarica e leggi qui il Protocollo
di Kyoto
visita anche tu Times
Square a spese della nostra redazione
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