Beatrice Protino
Il resto della mia vita

Il primo(giorno del resto della mia vita)


Vorrei dare tutto e ho un pensiero originale nella testa stamattina, vorrei annegare sul serio, annegare senza scampo e non essere ripescato perché mi piace l’atmosfera che mi fa dentro quel voltare e rivoltare per scoprire ancora oltre: accende di speranze, che forse Nulla e Tutto sono fratelli di madre allattati dalla stessa levatrice, abituati a competere per accendere il sole nell’incavo dei tuoi occhi annebbiati o magari spegnerlo sillabando di lampi troppo lontani.

La mia cucina aveva una parete celeste e le mattonelle arancioni e poi triangoli di fumo.

‘ A volte questo genere di storie contiene più di quanto non sembri ‘: si ,credo di aver pensato qualcosa del genere mentre notavo la confidenza che avevano quei due. Dicevano di essere amici da quindici anni e di non aver mai fatto sesso. Beh. Poteva essere come le storie delle formiche raccoglitrici della Florida che scavano cunicoli fino a quattro metri sottoterra con quattro camini verticali,135 camere e formiche madre tutto compreso e tu non lo diresti mai mentre gli distruggi l’entrata con la punta dello scarpone e tristemente ti perdoni, che tanto sono laboriose e senz’altro lo ricostruiranno: Ti frega e vadano al diavolo.
Alle nove di mattina aveva chiamato di nuovo il dentista: avevo rimandato ancora e pensavo che forse se avessi smesso di rimandare sempre le cose magari avrei avuto tutto, la felicità insomma, si, magari sarei stato felice e avrei smesso di sudare ogni volta che mi sentivo osservato o magari avrei avuto addirittura il coraggio di soffrire, arrivare dal dentista e dire ecco faccia ciò che vuole da qua non mi muovo, non avrei pensato di avere il culo troppo grosso quando camminavo per strada e avrei smesso di credere che per scrivere qualcosa di decente dovevo prima e per forza scolarmi cinque sei mille lattine di birra fumare a spasso per casa come per dimostrare alle pareti quanto faccio figo con la siga in bocca soprattutto mentre aspiro che schiaccio la faccia in una smorfia disinfettata di fumo e poi pensare alle cosacce più squallide da raccontare, che lo squallido fa gridare bravo bis e più allucinogeni usi e allucinazioni racconti tanto più sei underground e fumi erba e ti scordi di domani, perché tanto oggi già sei morto. Cazzo!
C’è qualcosa che non va? Beh, si sei morto, ma dimostramelo!
La mia ragazza vuole sposarmi. Anche la mia ex voleva sposarmi.
E quando una mosca ha deciso di raccontarmi la barzelletta della giornata sono le undici.
I miei denti sono cariati fino al nervo e credo che salirà al cervello lo sputacchio e il marciume: dovrei smettere di rimandare, si, dovrei smettere di rimandare, smettere smettere di rimandare.
Dovrei rivoluzionare la mia vita. Voglio dire rivoluzione, apocalisse ora e per sempre, come dimagrire, mettermi a dieta smettere di bere e fumare, fare jogging ogni mattina al canto del sole sollevare queste merdose chiappe e correre, dovrei lavarmi più spesso tagliarmi le unghie e leggere, leggere molto dippiù, radermi regolarmente documentarmi essere aggiornato di politica estera interna, rivedere tutti quei film che fanno ‘ storia del cinema ‘ andare a teatro ascoltare musica classica rock regge jazz launge blues revival soundtrack….. dare quel maledetto esame e laurearmi, finire quello stupido romanzo stile S.Francesco che parla agli animali, che ne so magari imparare una lingua, il cinese che è la lingua di domani e riprendere a suonare il pianoforte e diventare lo scrittore colto laureato in legge aspirante imprenditore che parla il cinese suona il pianoforte fa jogging ogni mattina si sposa e va dal dentista. Una figata!
Si: smettere di rimandare.
Però rimarrò sempre molto brutto e questo non cambierà in ogni caso.

.. e ultimo ( giorno del resto della mia vita)

Se sfiorassi la morte troncherei, troncherei con tutto questo, avrei il lasciapassare per il resto, il resto che inseguo da tanto. Ma sfiorare quell’ultimo momento e poi accorgersi di esso, di quell’ultimo barlume, dell’inferno appena tiepido sul dorso della tua mano, non significa forse essere già un po’ morti, un po’ oltre rispetto ad un attimo prima? E quante volte ti sei sentito alla fine? Quante volte l’attaccatura dei tuoi capelli è salita troppo in alto costringendoti a credere che la tua chimica non ti avrebbe permesso questa volta e ancora di avere coraggio?
Cosa ci faccio qui? Se fossi un fiore non avrei memoria, non ricorderei il mio nome, se morissi non avrei terrore.
Magma lavico, ere glaciali, girini, erbe ed insetti, dinosauri polverizzati da meteore, deriva dei continenti, la scimmia, l’uomo e poi io e il resto della mia vita insieme ad attendere
oltremodo assonnati.

Oggi o forse ieri, l’altro ieri un uomo è rimasto prigioniero al fondo in una scarpata e un cane in una navicella spaziale, un pompelmo ha registrato all’anagrafe il suo nome stampato sul bollino, la filastrocca della nonna ha ricevuto il nobel per la pace, il morso di un cane ha fatto nascere un albero sulla mia gamba destra e adesso raccolgo melanzane aeree, il gas di scarico delle auto di Milano è stato finalmente pescato all’amo del più vecchio pescatore del mondo e chiuso al carcere a vita, le luci di quarzo incandescente che spesso si vedono in cielo hanno eletto il loro candidato per il parlamento europeo e promettono più diritti per i consumatori impoveriti dall’euro, due puttane hanno fornicato fino all’alba con un barbone e poi, per la fame, mangiato.
Nel frattempo sono stato al cesso e ho vomitato l’inverosimile e quello che ancora rimaneva di me nelle profondità delle viscere ribollite prima di accorgermi del dolore ai denti. Ed erano le due.
Mi stendo, faccio per spegnere la radio ma poi ci ripenso. Ho un mal di denti del diavolo e sento che gli insetti carnivori si stanno riproducendo nelle mie gengive e stanno lentamente salendo su, nei nervi. Sono le quattro e sicuramente fra un paio d’ore pianteranno bandiera in qualche alveolo del mio cervello e sarà la fine, si, sarà la fine, avrò allora la possibilità addirittura di vederli con gli occhi della mente mentre mangiano e cagano e si riproducono ancora, li vedrò sfilare nei miei pensieri e conquistare la mia memoria, prenderanno possesso dell’incavo degli occhi delle narici e poi torneranno ai denti e sarà il circolo vizioso perfetto, il cerchio del dolore, della sofferenza e per ripulirmi i medici dovranno aprirmi il cranio e la faccia e scucchiaiare tutto, a meno che io non decida di ucciderli tutti respirando acqua di mare, inalandola direttamente, cioè andare proprio al mare e respirare l’acqua per rinsecchirli e poi spremermi il naso fino a svuotare tutto fino ai confini dei miei ricordi.
Sono le cinque e ho deciso: telefono al dentista e ci vado.
Faccio per prendere il telefono e all’improvviso un raggio dell’ultimo sole poetico dell’inverno mi picchia nell’occhio e mi costringe a chiuderlo, ma faccio una smorfia e mi giro di scatto e all’improvviso mi accorgo che il dolore ai denti è meno forte, rebosciato come un biscotto nel latte, si sta spegnendo come l’ultima fiamma dell’ultima candela che mi era rimasta sul tavolo due mesi prima quando mi avevano staccato la luce, e poi bum! Il buio, bum! Fine del dolore. Faccio per stringere le mandibole, piano, provo lentamente la prima la seconda volta più forte e niente, il dolore è scomparso e non sento più l’avanzata dei mongoli nel cervello. Lascio il telefono. Guardo la sedia della scrivania e mi ci siedo. Sono quasi le sei e la mosca mi sta guardando dall’angolo della scrivania, immobile. È troppo immobile. Faccio per spostare un po’ il tavolo ma niente, lo sposto vigorosamente e lei cade sul pavimento stecchita, così, morta stecchita. La guardo, mi avvicino: è morta e sembra imbalsamata. Vado per toccarla con la punta del dito e mi accorgo che è dura, come imbalsamata alla maniera egizia. La prendo delicatamente fra e dita e la rimetto sul tavolo, stile soprammobile. Nel frattempo inizio a percepire una sensazione faticosissima di pesantezza al naso, prendo il fazzoletto e inizio a soffiare un po’ una sorta di magma verdastro e immoto. Continuo e il flusso diventa incalzante, asfissiante, inizio a soffiare, non posso fermarmi, devo assolutamente svuotare, e continuo, continuo, sempre magma verdastro, sento allora come se qualcosa si stesse liberando, il cervello forse, il cervello che si liberava di un peso, quello dei ‘vermi del rimandare’, i cosiddetti ‘vermi del rimandare’, e mi viene in mente quella vecchia storia della morte dei vermi e degli insetti che cadono stecchiti all’ultimo raggio del sole poetico dell’inverno di un giorno preciso, ma non ricordo bene la storia, doveva trattarsi del giorno del resto di qualcosa credo, come il resto della notte o di un anno, credo di un anno e di un giorno ben precisi, tipo questo del reso della mia vita, si: doveva accadere nel giorno di un certo anno di una certa epoca che non ricordo quale fosse: tutti gli insetti e i ‘vermi del rimandare’ colpiti da quel raggio sarebbe morti all’istante e gli uomini affondati nel magma del rimandare sarebbero finalmente rimasti liberi, riemersi, avrebbero riavuto la lucidità di decidere e fare, fare soprattutto, sarebbero addirittura potuti andare dal dentista.
Si concluse così quel giorno, il giorno del resto della mia vita insieme ai ‘ vermi del rimandare ‘ e finalmente iniziò tutto il resto, appunto: la mia vita.

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