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Martina,
giovane scrittrice digitale, curatrice di un blog visitabile all'indirizzo
http://signoradelleorescure.blog.tiscali.it
, appassionata di poesia e musica, vive da sempre (e per sempre!) in Sardegna.
Collabora inoltre al blog Factory, Libero Diario sulle discipline artistiche
(www.factory.splinder.it).
Esperta di informatica, lavora nel campo della formazione pubblica. Il
suo
sogno? Vivere di solo sole.
Signora delle Ore Oscure
Miele e vino
La luce incerta del camino rischiara gli oggetti di questa stanza semi-vuota,
poco arredamento come ho scelto io, essenzialità e praticità.
Sono quasi fiera del mio divano rosso porpora.
Sta per tornare da lavoro.
Questo giorno di sole sta cedendo il passo alla sera, dalla finestra della
nostra stanza vedo il mare luccicare nel solco aggrinzito della luna ancora
timida.
Schiocco un fiammifero e accendo due candele alla vaniglia e l’incenso
dentro il bruciatore, guardo la mia stanza. Sembra avvolto tutto in un
sogno di contorni sfumati e irreali.
Sono qui e lui sta per entrare da quella porta come un marito qualsiasi,
portando nel cuore il nostro grande segreto. Ma nessuno lo sa. Nessuno
sa di quelle giornate trascorse a chiacchierare all’ombra di altre
vite, all’ombra del peccato e del desiderio. Qui nessuno sa chi
siamo.
Il profumo dolce invade la stanza, chiudo la porta su questo ricordo di
passato.
Il rumore di un motore, una portiera che sbatte e i suoi passi vicini
alla porta, suona. Ha le chiavi, ma suona. Un rituale che non ci ha mai
abbandonati da quel primo giorno.
“Posso entrare?”
“Vuoi davvero entrare?”
“Si, dai, apri”
Aprii la porta della stanza d’albergo all’emozione. E ai suoi
occhi mescolati.
Suona sempre alla porta e quando apro rivedo quella tenera emozione di
quattro anni prima, ma senza ombre, attorno a noi solo la luce.
Anche stasera è solo un tenero abbraccio di ricordi e dolcezza,
di desiderata serenità.
“Vai nella nostra stanza e aspettami là”
E’ stanco, si vede e lo so e non mi chiede niente, parla poco quando
è stanco, ma io questo l’ho imparato.
In bagno preparo un catino con dell’acqua tiepida e i sali da bagno,
l’acqua come piace a lui, né fredda, né calda, perché
ho imparato anche questo.
“Tu sei matta!”
“Perché?”
“L’acqua è bollente!”
“Si, a me piace così”
“Fammi uscire!”
“No, stiamo ancora qui insieme, tra un po’ dovrai andare via…”
“Muoio di caldo!”
Quando entro nella stanza è seduto sul letto ad aspettare, si guarda
attorno e tra i fili di luce fioca e gialla della candela cerca il passato,
lo vedo dai suoi occhi che cerca i particolari del suo passato. È
come se fosse vedovo lui. È come se fosse orfano.
Con il catino giallo in mano devo essergli sembrata straordinariamente
dolce, perché finalmente rivedo il suo sorriso, quel sorriso che
mi ha fatto innamorare, quel sorriso che mi regala il velluto e le rose.
Mi chino ai suoi piedi e gli tolgo le scarpe e le calze umide di freddo,
gli sollevo un po’ i pantaloni e lo aiuto ad immergere i piedi nell’acqua
profumata. Inchinata ai suoi piedi glieli tengo tra le mani. Lui non parla
e nemmeno io, non c’è bisogno. Si sente solo il rumore dell’acqua
e il profumo mischiato di vaniglia, cera e sali ossigenati invade la stanza
e la casa. Completamente a sua disposizione, teneramente sua.
Lavando via i ricordi, il passato. Perché è a quest’ora
che il passato bussa alla porta. Stasera ci bastiamo. Stasera non apriremo.
Noi soli al centro di questo universo, uno di fronte all’altra.
Gli asciugo i piedi. E lui mi aiuta.
Lo aiuto ancora a spogliarsi e vorrei fargli indossare il pigiama, ma
lui non vuole. Sono le sue mani lente che desidero sul mio corpo. Mi spoglia
senza smettere di guardarmi. Se potessi leggere in quei suoi occhi senza
indovinare, se trovassi la soluzione a tutte le mie angosce. È
difficile non pensare alle ombre, anche adesso che le sue mani e il suo
corpo mi desiderano. Pelle contro pelle a cercare il contatto stretto,
a cercare di fondere lo strato che separa i nostri cuori.
Baci piccoli, tanti, carezze leggere. Un fremito e un lampo negli occhi
li trasforma in occhi di briciole di cristallo e sento, attraverso il
suo corpo teso, la passione. Cerco il suo membro duro, ho bisogno di toccarlo,
di sentire che è tutto vero. Lo stringo nella mano. Forte. Mi guida
verso il letto e capisco che non c’è bisogno di tanti convenevoli
stasera. C’è bisogno di carnalità. C’è
bisogno di unirsi in un abbraccio stretto e di mischiare umori e pazienza.
Abbiamo ancora bisogno di levigare la nostra pazienza.
Non chiudo mai gli occhi, li ho chiusi troppe volte in passato e troppe
volte, nel riaprirli vuoti, ho sentito lo schiaffo immancabile e deciso
della delusione. Non chiudo più gli occhi quando lui entra in me,
voglio vederlo, voglio vedere il suo respiro sul mio viso, voglio vedere
come la sua espressione cambia in una smorfia di dolore ricercato. Voglio
vedere i suoi occhi stringersi e gli angoli della sua bocca piegarsi e
pronunciare il mio nome in un soffio di libertà. Voglio vedere
le sue mani stringere i miei fianchi fino a far diventare le unghie bianche
e la mia pelle rossa, livida e segnata. Voglio vedere il sudore che imperla
le sue tempie. Voglio vedere sul suo viso il massimo del piacere delinearsi
con contorni improvvisi e mutevoli. Non voglio perdere niente di tutto
ciò, mai più.
Ed esplodere insieme come nel fondo di un bicchiere o in mezzo al mare,
per noi non cambia poi molto. E sentire come il mio corpo si irrigidisce
e si adatta al suo, teso a cercare piacere. Senza mai dire parole, se
non il soffio del nostro nome come sigillo di un amore scomodo, ma indelebile
e sacro. Forse non lo sappiamo, ma anche questo è amore.
E i nostri umori mischiati non sono che miele e vino. E anche noi, grandi,
i più grandi, persi dopo esserci conquistati perché oltre
il mare non c’è niente. Solo un sole che si uccide e questo
amore sempre uguale come quando era nato.
Questi pensieri addormentano i sensi e levigano quest’assurda pazienza
di averti qui con me. Per sempre.
Preparo il nostro the alla cannella.
Scende caldo come uno sciroppo e i tuoi occhi per sempre dentro i miei.
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