Una bruma metallica ammanta la sera. Densa, fluida, cattiva. La cappa
del cielo è un grigioviola spugnoso e tangibile, inonda le sagome
delle cime cittadine. Mi soffoca un oceano aereo che brizzola gl’incauti
e fomenta la disordinata fuga delle lunghe lumache senza guscio.
In questo clima surreale, nauseabondo, ricevo una telefonata.
- Chiudi il conto al sergente. Sa troppo, è pericoloso.
La voce greve e afona chiude la conversazione senza attendere risposta.
Pare la notte meno indicata, penso, per liquidare un uomo, o un poliziotto:
ho già da vomitare grazie all’umidità assoluta dell’aria.
Il sergente è Sarti Antonio, lo conosco. Un ficcanaso, burocratico,
severo. Uno che non molla. Ma rimane un povero diavolo: salario minimo,
nessun privilegio, lavora come un cane, stress da vice-ispettori asfissianti,
vita rischiosa. Perché ucciderlo?
Non mi pagano per porre domande. O io o lui. Devo trovarlo. Può
essere che si conceda una bistecca e un bicchiere di Montepulciano alla
Locandaccia. Non c’è, non è qui. Maledizione, iniziamo
male. Getto via la cicca con stizza, una Diana a metà, mi si
prospettano camminate fuori programma e questo potrebbe rendermi nervoso.
Un killer nervoso, si sa, non è un buon killer. Allora compro
una birra fredda e mi dirigo sotto casa di Sarti, in via Lovecraft,
ad attenderlo. Accendo un’altra sigaretta. Siedo su uno scalino
e mi calmo, ignorando la patina di sudore sulla fronte. Sarti non è
uno stupido, dovrò stare accorto. La birra finisce in fretta,
i mozziconi crescono in numero ai miei piedi. Il sergente potrebbe tornare
a momenti, o tardare ancora per ore, magari sepolto dentro la Centrale
di Polizia o in giro per indagini. Lo aspetto comunque. Un buon killer
sa aspettare.
Sarti rientra dopo due ore. È stanco ma ancora vigile. Come me.
Mi alzo in piedi, lui mi nota, sulla soglia di casa a pochi metri di
distanza, senza tradire emozione. La tasca destra del suo giubbotto
è rigonfia della Beretta d’ordinanza. Ma non farebbe in
tempo ad impugnarla: ho il revolver in tasca, e la mano sul revolver.
Un silenzio afasico ci divide per molti secondi, lo sguardo che ci scambiamo
mediato dalla nebbiolina sospesa sotto le fronde dei lecci di via Lovecraft.
O io o lui. E Sarti sembra aver capito. Il nostro rispettivo indugio,
il mio a sparare per assassinarlo, il suo a coprirsi, difendersi, è
l’indice di una condizione non solo di subalternità, di
sottoposizione costante a doveri e ordini superiori che evaderemmo volentieri
(come me in questo caso), ma anche di uno status lavorativo economico
e sociale traballante, balordo, sempre duro, portatore di interrogativi
indigesti. Però questo è un pensiero troppo complicato
per il momento attuale. Un buon killer non deve tentennare. Io tentenno,
si capisce.
Sarti ed io siamo due vittime macilente e sfumacchianti di un ingranaggio
torbido, cigolante, travolgente. Vorrei farmi una birra con lui. Sarebbe
la prima volta, forse, nella storia: carnefice e bersaglio, sicario
e assassinando, insieme a sorseggiare, amichevolmente compatendoci.
Sarebbe bello.
O io o lui.
Estraggo fulmineo, mentre sulle mie labbra si delinea una parola di
scuse verso Sarti, e sparo.
Poi corro via con una sensazione di tristezza, di sconfitta.
Qualcosa dentro di me si è irreversibilmente distrutta. Non la
dignità, né il rispetto verso i miei principi, perché
sono felice di averlo volontariamente mancato. Piuttosto, un non più
vago, ma ora ben delineato e preciso, senso di ineluttabilità,
di impotenza.
Telefono allo stesso numero che mi aveva contattato prima.
- Ho chiuso.
- Bene Macchiavelli, risponde l’altro capo del filo, convinto
che io abbia chiuso il conto a Sarti. Chiudo la conversazione con un
moto di serenità.
Invece ho chiuso con gli omicidi, intendevo dire. Sorrido interiormente,
prima o poi lo capiranno e per quell’ora, dato che i miei mandanti
godono di un senso dell’umorismo piuttosto scarso, sarò
altrove, lontano. Getto telefono e revolver in fondo ad un insolito
pozzo. Sarti non indagherà su di me, ne sono certo.
Un qualunque espresso notturno partirà da questa schifosa città,
no?