Il corridoio antistante l’area parto era inondato di luce e le
poltroncine verde acqua mettevano allegria.
Mio figlio l’avevano portato “di là”, mi avevano
detto.
Il suo approdo “di là” era avvenuto dopo alcuni minuti
in cui era stato preso per i piedi, palpato, incannulato.
Cose che lui sopportava abbastanza tranquillo.
Io, nella mia incapacità di padre spettatore, avevo assistito
un po’ stordito a tutto questo ipnotizzato dai gesti sicuri di
una procedura sincronizzata.
In questo stato di sospensione in cui cercavo di capire che cosa provavo
ero uscito fuori nel corridoio per procedere alle telefonate rituali.
Prima che potessi farlo, il cellulare suonò facendomi sussultare.
Suoneria standard, metallica, volume esagerato e poi la sua voce dall’altra
parte, sempre gentile: “ Scusami se ti disturbo…”.
Dentro di me rispondevo: La tua dolcezza in questo momento era proprio
quello che mi ci voleva. Ho il cuore che va a mille, non so se per la
violenza, la prepotenza di vita, il sangue che ho appena visto, la mia
donna stravolta, il suono eccessivo del cellulare o perché ho
sentito la tua voce.
Non lo dissi perché mi bastava dirlo a me stesso
Lei mi aveva chiamato per lavoro, le dissi del lieto evento e, di nuovo
scusandosi, mi fece tanti auguri, lei ama tanto i bambini.
Era come se mi avesse chiamato mia madre.
No, le madri sono oppressive, gelose.
Un’amica?
Le amiche in questo caso sono quelle che non vedono l’ora di parlare,
parlare, parlare. Sia che abbiano figli o no sono sicure di avere comunque
voce in capitolo e poi le amiche non ti chiamano proprio nel momento
in cui diventi padre.
Certo, lei non lo sapeva ma io penso che ci fosse stata una sorta di
telepatia.
Era una sensazione strana.
Il fatto di aver sentito la sua voce anche in quel momento mi fece mettere
a fuoco il legame speciale con questa donna conosciuta per lavoro e
con cui mi ero ritrovato a parlare persino dei miei pomeriggi alle medie.
Nessuna attrazione sessuale, se non quel pulviscolo che chiamano erotismo.
Mi spiego: con lei non ho bisogno di mentire perché non sono
spinto dal bisogno di conquistarla e parlo e so che mentre parlo lei
vede il bambino che è in me.
Non in maniera materna ma contenta di vedere una persona che si butta
nella vita senza sovrastrutture.
Così mi disse una volta. Come faccio a non volerle bene?
Me lo disse poi senza piaggeria.
Avremmo potuto conoscerci da bambini (abbiamo abitato anche più
o meno negli stessi posti) e scoprire la vita insieme.
“Ciao, ci vediamo”.
Chiusi così la telefonata e guardai fuori dalla finestra.
Una splendida giornata di sole stava cominciando.
C’era anche mio figlio in quella giornata.
Andai subito da Elisa, mia moglie.
A me le donne appena hanno partorito sembrano più vecchie e lei
aveva un’espressione indefinibile, come se avesse affrontato un’esplosione
cosmica
Mi avvicinai e mi sembrava scostante.
“Come ti senti?”.
“Distrutta.”
“Ma felice, si dice così in questi casi, no?”.
In quel momento ci portarono Luca.
Lei non l’aveva ancora preso in braccio, quello non era uno di
quegli ospedali dove ancora tutto sanguinolento te lo mettono addosso.
Lei per lui, lui per lei.
Si erano ritrovati.
Lo spavento (si, penso proprio di aver visto spavento negli occhi di
Elisa, appena ero rientrato da lei) aveva lasciato il posto a una luce
che non avevo mai visto prima se non una volta, una volta sola: quella
volta che, dopo aver fatto l’amore con lei avevo sentito che in
quel preciso momento avrebbe fatto qualsiasi cosa per me.
Riferendomi a Luca dissi :“Sai che mi piacerebbe essere al suo
posto” con quel fare da bambino che tanto piaceva a quella che
mi aveva appena telefonato ma non a Elisa che disse:
“Non cominciare con la classica crisi post parto del marito abbandonato”.
Ecco, quando faceva così, che poneva paletti, sapevo che di lì
non si schiodava ed era inutile continuare.
Ma ero troppo contento.
Li baciai tutti e due con un bacio schioccante da bambino.
Mentre uscivo dall’ospedale per andare a svolgere i compiti del
capofamiglia cioè le pratiche di registrazione del pupo che è
il grosso del lavoro che il padre svolge in questi casi, pensavo che
ero proprio fortunato.
Non ero solo, avevo trovato una donna che mi capiva.
Si, io pensavo a lei, alla mia amica che mi aveva chiamato.
Amica, non riesco a chiamarla amica.
E’ qualcosa di più.
No, non è l’istinto del cacciatore per la preda attraente
perché sfuggente, ne sono sicuro….forse.