Silla Hicks
Prima di te


Pioveva forte, questa è la prima cosa che ricordo. Pioveva forte, e il mondo sfumava nel grigio, senza più contorni, così che ogni sagoma si perdesse nella successiva, il profilo della scuola nel cielo e nell’asfalto, nelle auto grigio argento e negli impermeabili trasparenti da pochi soldi indosso agli scolari che uscivano correndo e si rifugiavano sotto la pensilina degli autobus.
Mi alzai il bavero del giubbetto e rimasi sotto il portico ad aspettare che smettesse o almeno che sfollasse un po’ la calca, ricordo lo zaino pesante sulle spalle indolenzite dagli allenamenti, avevo otto anni e il nuoto era ancora la mia vita e forse avrebbe continuato ad esserlo, se mia madre non avesse lasciato mio padre e non avesse deciso di trasferirsi e non avessi chiuso:con la piscina, con la Germania e con tutti i miei sogni e fossi stato costretto ad inventarmene degli altri, che altrimenti non avrei potuto neanche immaginare.
Ma questa è un’altra storia, e quel pomeriggio, mentre pioveva, io ero ancora un nuotatore che parlava solo tedesco, e soprattutto avevo ancora otto anni ed ero ancora un bambino: un bambino troppo alto che aveva addosso un giubbetto leggero mentre si scatenava il temporale del secolo e che sapeva di aver perso il suo autobus e che mancava quasi un’ora per quello dopo: così rientrai a scuola, mi cercai un posto nell’atrio da cui potevo tenere sott’occhio la strada, e mi sedetti in terra ad aspettare.Può sembrare strano, ma il contrattempo mi faceva felice, perché potevo starmene un po’ da solo, scegliermi un angolo in penombra per non essere beccato dai bidelli e perdermi dentro ai miei pensieri di velocità e bracciate come in una vasca olimpica: con gli occhi granati vedevo i dorsali potenti del velocista che sarei diventato e che mi volgeva le spalle travolgendo ogni record mentre lo osservavo dai blocchi opposti: sentivo le correnti create dalle sue bracciate, e il tuono del suo respiro che veniva sempre dalla stessa parte, da sinistra, perché era mancino come sono io: era –ero- il più grande nuotatore del mondo.
E io lo guardavo, lo guardavo come se fosse un film. Fu per questo che li sentii. Non stavo origliando. Erano loro ad urlare. La preside ed il mio allenatore di nuoto. Parole incongrue, impetuose, stridenti.
Per favore, per favore, non lasciarmi. Lo ascoltavo e mi sembrava impossibile che fosse lui, coi suoi pettorali fibrosi da cavallo da tiro ispessiti dagli anni e le sopracciglia troppo folte sugli occhi né azzurri né grigi, incerti, come l’acqua, Herr Schuster, che sapeva sempre cosa fare, che sapeva trovare sempre le parole giuste e la giusta bracciata, che aveva fatto parte della Nazionale nell’anno dei Giochi di Monaco qualche mese prima che nascessi, e che a lezione rendeva il suo destino un sogno raggiungibile.
Herr Schuster, con la sua voce di tuono e la sua faccia da barbaro, Herr Schuster, molto più di un allenatore, molto più di un insegnante, quasi Dio.
Per favore, per favore, non lasciarmi. I suoi singhiozzi non erano meno fragorosi della sua risata. Abissi di disperazione. Non lasciarmi.
La Preside non arrivava a uno e sessanta, eppure l’aveva messo in ginocchio. La sua voce era soltanto un filo, scarna , flebile, aguzza, come le sue spalle, spuntoni sotto i cardigan di shetland color pastello. No, questa volta è finita, non c’è più niente che puoi dire o fare per convincermi, Olli.
Non riuscivo a capire se anche lei stesse piangendo. Adesso, che ho imparato sulla mia pelle che d’amore si muore quasi sempre da soli, credo di no.
Ti prego, non è come pensi, non conta niente per me, non conta niente, te lo giuro, è stato un attimo, non può finire tutto per un attimo, non può finire così, io ti amo…
A otto anni, sotto il mio giubbetto leggero e i miei sogni olimpici, sotto la mia faccia senza sole e le convinzioni assolute che solo a otto anni puoi avere, tesi l’orecchio, ma non sentii altro che lacrime.
Fu così che imparai l’amore.
Prima di te, prima di sentirmi vivo e morto in uno sguardo o in mezza parola, quel pomeriggio.
Prima di sapere che sarei venuto qui, prima di sapere che esistevi.
Prima che cambiasse la mia vita, che cambiasse il mio orizzonte, prima che mi crollasse tutto addosso e mi svegliassi nel ventre della regina di Aliens, senza armi né niente, mentre sbucano dalle fottute pareti e senza nessuna Vasquez che dicesse adesso basta, e sventagliasse una raffica per fermarli e salvarmi.
Prima di vederti davanti all’Università il 25 settembre del 1990, a diciotto anni meno un mese e la frattura fresca del femore che mi faceva male ad ogni passo, ironia della sorte, un futuro camionista che si frantuma una gamba in uno stupido incidente prima di prendere la patente e poter guidare da solo, due operazioni e scuola saltata, è per questo che non mi sono diplomato mai.
Prima di incrociare i tuoi occhi un istante, e capire che la gamba non mi faceva più male, e di tutto quanto me e di tutto il resto del mondo non me ne fregava niente.
Di vederti coi jeans con le toppe rosse e la polo albicocca e i capelli da bambino della carne simmenthal tinti di biondo, che alzi gli occhi verso di me che sono un attaccapanni sparuto senza niente da offrirti, e trasformarmi in un attimo in quello che sono adesso, che sono da quindici anni, una specie di estensione di te che per quanto ti sforzi non riesci a tagliar via, e che non avrebbe nessuna vita propria senza di te, perché sei tu a dargli senso, forma, respiro.

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