FRAMMENTI
Alessandro Canzian

Macera il cielo contro un ceppo
di cirro, sterrato, tracima
al piccolo uccello senz’ira
che se ne parte dal vigneto.
Tornerà, poiché tutto torna
alla memoria del Padre.


FRAMMENTI

Cos’altro era il cane al tuo braccio
se non scheggia di vita
-di pioggia sparuta, di luna
che presagivi a venire-, una notte,
un falso orizzonte
d’uomo o guerra che sia.

§

Della mia infanzia ho il ricordo
d’una spilla arrugginita,
e d’un ragno di ramaglie
alla deriva –eri tu
la troppo assolta-, e d’una vita
come colpa, troppo mia.

§

Una schiuma di sera sciaborda
in nebbia di fari, in tronchi
agglomerati ai tuoi sguardi,
come storia di uomini sfatti.
La vita è principalmente attesa,
da questo esilio il Dio.

§

Ma l’uomo cos’è? La querela
in fondo è sempre questa: può essere
l’uomo simile ad un carro
macerato da uno sguardo? –frattanto
la scheggia d’un gatto salta
contro il muro d’una notte-.

§

E nel gesto attonito d’esistere
una stufa accesa riscalda
appena il vuoto che ci riempie
-non che l’atto possa salvarci
nella sua breve cecità
d’una notte senza parole-.


VERSI ILLUSORI

Pare impossibile che di te resti
meno del tutto, dice il poeta.
Un insetto radente sull’acqua,
qualche fascina
di peli, pochi resti insomma.
Eppure la memoria non basta,
quieto l’insetto si rinserra.

§

L’istante che di te mi sovviene
più caro, fu quando
con un cenno della mano togliesti
quel capello dal mio cielo.
“È mio”, divertita dicendo.
Presagendo che il tempo
non è che un difetto
tra le pieghe d’un bacio.

§

Spesso mi chiedo perché scrivo,
perché spero di lasciare
una così labile
ombra di me. E sorrido.
Sorrido di quell’amaro sorriso
di chi ha un grande vuoto dentro.

§

Vana infine ma delicata e gentile
la tua immagine mi torna
tra la neve e la pioggia. Ascolta
teso l’orecchio il gatto
il tonfo che più non romba.
Tornasti un giorno ed io t’amai
come s’amano le rose
d’un giorno terribile.

FRAMMENTI

Il giardino che dietro la casa
ghiacciava un poco tra i radi
filari di neve
e i cachi -distanti-, m’era
una chiara immagine del male.
Un gatto che oltrepassa le scaglie
d’una siepe, sospinto dalla fame.

§

Questa vita disserrata ha il senso
della cagnetta smagrita che a lato
della casa s’avvolge
di gelo ogni notte.
E che a un piccolo straccio s’attorce
come se fosse il suo mondo.

§

La crepa sul muro che divaga
nella stanza
ove tanto soffrimmo -perché la vita
è da sempre sofferenza- ritorce
se stessa alla mia sera.
E fa il mio cuore questa scheggia
che si spegne sulla cenere.

§

L’orologio che mi regalasti lo misi
tra le cose che non rividi
più -sebbene l’avessi
per tutto il giorno al polso-.
Tale è la vita. Nemmeno la grata
del cuore vi sfugge.
Piano anche il tutto si stinge.

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