Matteo Chiarello
Poesie


( I )

Ci troviamo nell’atrio infimo dell’aria
con le braghe calate e i singhiozzi
frammisti a fango
e un’ esplosione di poltiglia esplode
in materia postuma e ritmata
di vertebre e ritmi.
Come arpeggi continui in sera tarda
fatti di continuità imposta dal fare vicino,
si ride e si piange di cose e persone,
sbadate e sbadiglianti,
offuscate.

ARMONIA , o come tu voglia chiamarla;
leggiadria del fare e delle rose, dipinte
su flauti doppi ellenici
e satiri a minare una fanciulla
legata con un cordame di canaglia
all’albero più forte.

DISLESSIA fantastica
di una realtà confusa
e carica di sentimento
di magma florido e furente
di colori e di materia fusa
di sensi portati dal vento
diffusi al mondo intero
senza imposizioni
che siano confini o geometria
che siano antiche morali
fuori luogo da millenni
o prigioni dell’anima mia
intrecciate nel vaso
di coltivazioni amiche.


( II )

Quanto ci vorrebbe
una rinascita della tragedia
andata nei tempi del fulgore
più acceso:
di virtuosi e fanciulle
innominati , eterni
nel loro darsi sembianti
plurimi,
nell’ere e l’epoche successesi,
sull’orma di chi
colto di sorpresa
festeggiò la vita e le sue cose.

PAGANO!
finalmente dopo l’abominio
che gli ha stretto alle tempie una falce
ad impedirgli di ruotare il collo

ARMONICO! senza religioni
che siano altra vita
o scienza inventata,
né spuma di luce imbiancata
da mani scaltre , nell’usare il pennello
e plasmare flussi, rincoglionire masse
ad alto pericolo d’infiammazione,,, idrocarburi
liberi in attesa di legarsi... “donne”
della peggiore specie
malferme e comunque abili all’imbroglio
di anima musica e corpo al servizio della malattia
di facile e plasmata poesia per tanti, usurpati del loro diritto
di scegliere tra gioia e agonia, tra preghiera di carne e poesia delle cose
di fare secondo il piacere , accettando la vita e la morte di uno...
uno...colpevole solo di novità
senza contemporanei a capirlo e schermaglie di folli a tradurlo secondo i propri insani . scopi
secondo le critiche mosse da un vento di fama ,
concesse dall’insistente vociare,
riammesse al pensiero cardinalesco
dopo l’ assenza di secoli,
-impolverati dal trasfigurarsi d’occasione-
che macinava soluzioni a lungo sguardo
con fame e guerre pronte da tempo
a schermare il potere e la vita
e minestre calde nell’inverno
a richiedere fede assoluta
sacrificio straziante e continuo
di tutto il godere
degli attimi tuoi e tuoi solo
in cui chiudi gli occhi e credi di poter spiccare un salto che divenga volo e viaggio
che sarà di conforto sicuro
nel passaggio tra
periodo nero e giu di lì,

Che ti trasporti dalle selve fantastiche ad un qui che si tocca,
da luoghi esotici alla bocca:
sapori,
che ammaliano la lingua e gli altri sensi.

§

Traggo energie tra le tue perdite
di potenza feconda, e soprattutto
vuota che ti svuoti per riempirmi
mi assecondi , e sbagli, e ti consumo.
E tutte le paure tue mi danno forza
e fanno di una secca un’isoletta
e credono alla morte finalmente
tristi
dopo ere di sorrisi
e stati d’animo
leggeri.

§

La mia lussuria si nutre del tuo pudore
come il ragno ha bisogno della mosca
del tuo negarti e credere all’inferno, a dio
che tutto vede e nulla può, a un pazzo
che lasciò suo figlio, a un credo sconcio
e travisato.
Liberamente scelsi il mio peccato
ovunque fu piacere là ero io
tentando carni tenere col rosso,
rosso fumante, scoreggiando dolci vini
riempiendo i calici del primordio
chiedendo indietro l’anima di chi
subiva conàti e già s’avviava al bagno.
.
Pronto sempre a far rischiare contro
l’evidenza.
All’avventore giunto intero
e poi ridotto a pezzi
dalle mie offerte
che prenderanno presto una condanna .
poiché finora annovero
decine di suicidi.

“E dai fallo per me, per noi che singoli
muoviamo destini di cose e pensa
che un giorno, anche tu sarai pittore
di tuoi quadri, e non boccheggerai
soltanto al loro ascolto,
che già ti mostra i germi
-seppur velati- dell’arte tua
che porterà all’indietro
il tuo sociale stato
di invidiabile.

§

Quando ero piccolo , c’era una camera da letto , quella dei fratelli piccoli
praticamente una stanza dei giochi.
Di nuova costruzione,
(nel progetto originario non c’erano tanti marmocchi)
il posto rimaneva ancora semivuoto.
Un armadio enorme, incassato,
di fronte a due cullette
accanto l’una all’altra,
accostate al muro di destra
e poi il tappeto
un tappeto grigio e peloso
un tappeto grande al centro della stanza,
segnava il regno fantastico quando era sera.

C’era una palla di qua
e altri giochini sparsi dintorno,
nel posto della finzione
nel luogo del gioco:
palestra dell’anima e dei bracci,
rifugio del bambino
che si sta per fare.

E si facevano capriole, a sera,
e mio padre elevatore
ci girava in aria
e io ridevo
ed aspettavo il turno.

Ricordavo delle regole
imparate tempo prima
sulla vita , la vita, la forza
lo spazio.

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