Silla Hicks
Fiore di Stendhal tra i pini di Roma
Non è vero che non ricordo.
Posso rivivere tutto, ogni volta che voglio, senza neanche chiudere gli
occhio smettere di fare quello che sto facendo, ed è molto più
che memoria, ritornano intatti la tua voce e il rumore dei tuoi passi,
se sono fortunato, persino il tuo odore.
Da principio, in realtà, non ero io a scegliere, né dove,
né quando, mi succedevi a tradimento e senza causa, e allora tutto
il resto spariva, chi avevo di fronte, la stanchezza, il freddo o il caldo,
persino la strada.
Quando passavi, ero a chilometri di distanza e non sapevo come avessi
fatto ad arrivarci, perso come quella notte a Roma che avrei voluto ucciderti
e non l’ho fatto e comunque non sarebbe servito, a tornare indietro
e riavvolgere il nastro.
A strappare via il seme che avevi piantato,dentro me, così, d’improvviso,
in una manciata di sguardi e parole dette senza pensare alle conseguenze,
in un autogrill affollato, il nome e qualche birra, raccontarsi, senza
mettere in ordine i pezzi né batterli a macchina, così come
vengono, come se, attraverso il discorso, potessi vivere la tua vita e
tu la mia.
Qualche ora per immergerci, uno nell’altra senza neanche toccarci,
e poi qualche minuto al telefono e il progetto di Roma, la nostra notte,
l’unica e l’ultima, poi ognuno per la sua strada che il destino
aveva già deciso, due mondi diversi che non si sarebbero toccati
più.
Ma quando ti ho visto, in un secondo l’ho capito, che non era possibile
sfiorarti e lasciare tutto com’era.
Per questo ti ho fatto piangere, e ho guardato i tuoi occhi allagarsi,
spalancati sul dolore come quelli di un cane abbagliato dai fari un attimo
prima che qualcuno lo investa, stupito, incapace di scappare e salvarsi,
totalmente in balia di chi sta per travolgerlo.
Tu eri lì, ferma, con i tuoi jeans e il tuo giacchetto bianco nel
freddo della notte di febbraio, e continuavi a sorridermi tra le lacrime
che non volevi lasciare scendere, se mi avessi urlato contro – forse
– sarei stato libero, ma mentre ti facevo a pezzi tu non mi hai
attaccato, mai.
Invece, hai appoggiato la mano aperta sul mio cuore e hai detto che qualsiasi
fosse la colpa rimaneva solo tua, ma di mio potevi avere solo quella notte,
e non mi avresti lasciato portartela via.
L’hai detto con voce bassa, ferma, più dolce per via della
nostra lingua dura, le labbra ad un millimetro dalle mie dita che cercavano
di tenerti a distanza, eri –sei – l’unica donna che
abbia incontrato di sola mezza testa più bassa di me e mi puntavi
dritto lo sguardo negli occhi , e i tuoi occhi non erano più soltanto
scuri, erano verdi, dorati, iniettati di tutti i colori del mio odio,
e avevo l’impulso irrefrenabile di strapparteli via, qualsiasi cosa
perché la smettessero di riflettermi.
Ti ho urlato che non ti volevo, che non volevo buttare all’aria
la mia vita, che ti avrei volentieri cancellato dall’universo purché
non costituissi più una minaccia per quello che avevo fatto di
me: perché io non ero come te, dirlo è un conto e farlo
è un altro, io non usavo andarmene scopare in giro, io non ero
un porco, eri tu ad essere una puttana.
Non ho usato questa parola, in realtà, ho sempre saputo che le
ingiurie attutiscono i colpi, e io volevo farti male.
Ti ho ripetuto che io – e io solo – avevo una vita cui tornare,
e mentre lo dicevo lo pensavo, ero a casa e c’erano lei e mia figlia,
mia figlia così mia da rifiutarsi di parlare italiano anche se
c’è nata, qui, e lei, che da quasi quindici anni è
tutto ciò che ho, il motivo per cui resto, la prima e l’unica
cui ho detto ti amo e la sola che mi ha voluto al punto di barattare famiglia
ed agiatezza col quasi niente che potevo offrirle, e pazienza se una volta
si è guardata indietro.
E io ero a casa – a casa - tra le nostre cose comprate a rate e
le nostre parole, i soli momenti in cui credo di avere un senso, e me
ne accorgo con un’emozione così estrema che mi fermo e le
guardo, sono la mia famiglia, non sono più un bambino spaventato
e solo.
Mentre la tua mano non si muoveva dal mio cuore e non mi riusciva che
di odiarti a morte, non so come ma tu potevi vederle attraverso la mia
rabbia, ed erano loro – noi insieme, anzi, - a farti più
male.
Ho sentito la tua sofferenza nell’aria, il sudore pungente del dolore
che non poteva commuovermi allora e che torna intatto a straziarmi adesso,
anche più forte della tenerezza per le tue unghie rose a sangue
e per il tuo vissuto da equilibrista senza certezze né difensori.
Mi hai chiamato “Ferrari”, posso risentirti dirlo, ma senza
la pretesa di farmi diventare un altro.
Ti andavo bene così, coi miei vestiti di seconda mano e il mio
tatuaggio senza faccia, io che ho scritto el riesgo es sempre vivo sul
cruscotto della mia motrice dopo averlo letto sul cannone di Vazquez di
Aliens.
Non t’importava se i film e la strada fossero stati la mia sola
scuola o se non volessi diventare qualcuno.
Sapevi tutto quello che ero senza che dovessi scusarmene.
Ti bastavo.
Anche mentre ti vomitavo addosso la rabbia e la paura di staccare le mani
dal volante della mia vita per lasciarle scorrere sopra alla tua pelle,
e mordevo a sangue le tue labbra per non sentirne il sapore, continuavi
a guardarmi per potermi ricordare.
Me l’hai detto, nella stanza della pensione con la carta da parati
tirata via a unghiate e il copriletto macchiato dal piacere di sconosciuti,
senza i vestiti il tuo corpo era fragile, livido, indifeso, imperfetto
e umano.
Avevi –hai – una lunga cicatrice sulla coscia, simile alla
mia.
Posso vederla, adesso, bianca sotto la luce che mi avevi supplicato di
non spegnere, condannando me, al ricordo: ma sono soprattutto i tuoi occhi
che si rifiutano di smettere di trafiggermi più ferocemente, credimi,
di quanto possa aver fatto io con te, su quel letto e quella notte che
dalla finestra vedevo i pini di Roma.
Ti volevo, e ti vorrei ancora, se solo avessi due vite e potessi regalartene
una.
Volevo te e la nostra storia che non è vero che non potrà
mai nascere, perché io sto qua, e continuo a riviverti, non mi
sono più fermato all’autogrill di Tarsia, né lo farò
mai.
Ho una vita sola ed è loro, ma tu ci sei, esisti, sei i nostri
discorsi e i nostri film, ho visto Lady Vendetta in un cinema vuoto e
ti ho sentita, sedermi accanto e prendermi la mano.
E ho camminato da solo, davanti alla cattedrale del Multisala all’uscita,
ho camminato nei tuoi passi e dentro al tuo odore, ti ho respirato, impregnato
di tutto quello che sei, è poco, lo so, ma è tutto il me
stesso che posso darti, e non per loro, ma per me, perché io senza
loro non esisto.
Non so se davvero sei impressa ogni fotogramma e ogni parola per riguardarlo
e portarmi con te.
Non so dove sei, né cosa fai, se lavori o no ancora lì,
se porti ancora tutti i tuoi orecchini e se guidi ancora la tua vecchia
Honda.
Ma so che sei in me e con me, e che ci sarai sempre, qualsiasi cosa possa
fare io.
L’unica persona che ho visto sporgersi sul ciglio dell’abisso
abbastanza da sfiorare il fiore di Stendhal con le dita, sfidando la vertigine
e i miei muscoli di gigante egoista.
Non sei stata una botta e via.
Te l’ho gridato, ma non ho mai pensato che potessi esserlo: ci ho
sperato, soltanto.
Per qualche attimo, prima di capire che già un secondo dopo aver
incrociato il tuo sguardo era tardi.
Prima di svegliarmi sentendoti sotto la pelle, una mattina qualsiasi,
senza bisogno di nessun motivo.
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