Irene Leo
Versi e CAPOversi in DISordine sparso.

Brûler

Nous sommes la flamme d'une chandelle.
Claire comme le jour.
Nous sommes la même lumière.
De plus en plus forte.
Nous sommes la même chose,
âme de mon âme.

Leitmotiv

Incedere danzante nel marmoreo silenzio,
sguardo di Luna.
Scrutar orizzonti di vana fortuna.
Tornar sul sentier che conduce lontano.
Sfiorarti nel tempo la mano.
Profumo d'incanto del bramato desio,
luce d'un viso già mio.


Canto notturno

Canto la lacrima dell'usignolo stanco
che muto compie il volo di morte
nella fornace del mondo senza porte.
Canto la faccia buia del silenzio della
nuda dea Selene
che sola si contorce tra i rami secchi
che le trafiggono cuore ed occhi.
Canto l'altezzoso soliloquio della volpe
che solinga vaga nella vanità vanitàtum
dell'umana trappola,
senza colpe.
Canto l'ardimentoso canto
di chi sorride nella notte con negli occhi il pianto.

Respira

Respira tra le pieghe della sete smossa.
Reclina il capo sul cuore tremante che sussurra tra le mani.
Raggiungimi oltre i limiti divelti del sonno.
Concedimi l’anima consumata nella voce,
affondala nelle mie radici
nel languore della nostra frenesia vorace.
Passione abbranca nella pelle,
oltraggia i sospiri che sorgono,
e spezza quelli che muoiono appena.
Feriamolo, uccidiamo il tempo,
abbandoniamolo tra i campi seminati,
o viviamolo come l’aquila vive il suo cielo.
Consacrami l’eterna onda che culla,
offrimela tra l’esercito dei combattenti dell’amaro amore.
Dammi carne da mangiare, e vino da gustare.
Sia nutrimento il mio essere per il tuo esistere.
Sia il mio esistere la tua unica ragione


Amor condusse…

Giulietta non era al balcone.
In quell'istante non v'era il viso di rose e le corvine chiome delle notte, ad attenderlo.
Romeo si sentì quasi morire, non poteva crederci. Le promesse, i desideri, tutto un mondo di rose che attendevano di sbocciare, sembrarono svanire. Il suo viso s'adombrò.
Aveva sofferto in maniera indicibile, sapeva cos'era il dolore ed ora rivedere davanti agli occhi una scena familiare lo spaventava.
Il cuore si raggelò. Con rabbia e sorda disperazione, si colpì il petto con il pugno ed andò via lontano, perdendosi nelle nebbie, all'immediato.
Accadeva di nuovo.
Il fiele dell'Amore aveva colpito ancora. Conosceva bene quel sapore.
Ed una donna o l'altra, ognuna seguiva lo stesso copione.

Una voce. Un rumore.
Giulietta.
Era per le scale, correva da lui. L'aveva intravisto nel sentiero, dal suo balcone, tanto era l'amore, che decise di non salutarlo nemmeno, ma di corrergli subito incontro.
Ma lui non capì, mentre lei scendeva rapida i gradini di marmo della magione, lui spazientito era già lontano.
Giulietta, arrivò nel piazzale dove aveva visto l'amore. Ma non c'era.
Non uno spillo, ma un pugnale le attraversò il cuore colmo d'amore.
Morì all'istante.
Lui non la seppe aspettare. Lui non l'aspettò, non ebbe fiducia.
Forse era l'amore che voleva, ma non lei, nella sua persona.
Forse era la paura che lo spinse ad andare via, magari già l'aveva veduta scendere.
Non si seppe mai.
Nel giardino di Giulietta, giaceva il suo cuore tra le ortiche spinose, come una rosa recisa destinata al declino.
Amore triste anodino.
Romeo le rubò la vita. Ma lei mai lo odiò. Lo amava troppo.
Non era di Romeo la colpa. La vita lo aveva segnato, ferito sferzato.
E per troppo tempo aveva osservato i balconi alti ed irraggiungibili, da non notare quella porta aperta, spalancata per lui. Troppo spesso aveva guardato nella stessa direzione la luna, senza accorgersi che altri occhi guardavano lui.
Giulietta ebbe una colpa, non si affacciò al balcone, come usanza era per le dame della regione.
Ma non perchè non l'amasse, ma perchè lo amava in maniera diversa dalle altre.
Lui non capì.
Non ebbe volontà di attendere.
O forse coraggio di abbracciarla mentre lei veniva fuori dal suo sogno, affacciandosi a
lui, per intero, dalla porta.

Rapido attraversò l'ombra della notte Cupido, e sparì tra i viali e i roseti tristi.
Abbandonò le sue frecce per piangere, quell'Amore perso, per sempre.

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