Vincenzo Miglietta
Boogie
Rientrava a casa, tardi come tutte le sere, Edoardo Kustermann
di Forcignano, il più bel partito del paese. Ubriaco come di consuetudine,
non si reggeva in piedi. Proprio non ce la faceva a camminare. Il caldo
della notte buia e male illuminata nelle strette viuzze del piccolo centro
non lo aiutava affatto nel duro cammino verso casa come, del resto, d’inverno
non l’aiutava il freddo, quando erano la nebbia e il gelo a far
si che, circa a metà della strada che dal Circolo conduceva al
suo letto, si dovesse fermare a riprendere fiato succhiando lunghe e amare
boccate di fumo da una sigaretta. E così fece anche quella sera.
Sbucando da dietro la chiesa trascinò i passi squilibrati verso
il castello. Lì, giusto lungo il muro di cinta dell’atrio
principale, correva un passamano di metallo consumato da mille debolezze
cui aveva dato sostegno e, al termine di quello, era un sedile di chianche
alto e duro dove di giorno trovavano riposo le chiacchiere sonnolente
di pochi vecchi. Il buon sedile sapeva che di lì a poco l’incorreggibile
Edoardo gli sarebbe crollato addosso e si preparava ad accoglierne il
magro peso. Vi giunse, il bel giovane, e ci si fermò di fianco.
Lo osservò per alcuni secondi, come per prenderne le misure, inclinando
il capo a mo' di cane incuriosito, come se avesse paura di mancarlo col
tuffo che stava per fare. Appoggiò prima le mani sulla chianca
tiepida, poi un ginocchio e infine vi si abbandonò completamente,
lasciando penzolare un braccio. Chiuse gli occhi. Col fazzoletto si terse
il sudore dalla fronte. Poi, confusamente rovistando nella tasca della
giacca, tirò fuori un pacchetto di sigarette. Ne accese una e prese
a guardare il cielo nero e profondo, senza luna né stelle.
Era una notte come tutte le altre, una delle tante in cui
s’era fermato a fumare una sigaretta sotto il muro del castello.
Fumare e non pensare. Fumare e guardare nel cielo e non vedere. Buio e
silenzio. Silenzio e fumo. Silenzio, fumo e trasalimento! Si. Perché
inaspettatamente, in un momento in cui per un incredibile caso ci fece
attenzione, degli strani rumori sentì provenire da dentro la bianca
parete, una strana frenesia di graffi e di colpi e poi dei suoni, attenuati,
lontani, vagamente assomiglianti a delle voci.
Subito ne fu attratto. Tirò un lungo respiro e si mise ad ascoltare
l’aria intorno. Ancora quel rumore si affacciò dalla parete.
Finalmente lo localizzò. Pose il palmo della mano sulla calce dell’intonaco
e si mise in attesa. Nulla. Ritirò la mano ma, proprio in quel
momento il fruscio tornò a farsi sentire. Ripose la mano aperta
sullo stesso punto della parete. Una lieve vibrazione gli corse fino al
gomito. Dalla tasca prese l’accendino e fece luce. Nessun segno.
La frenesia riprese più forte e prolungata. - Chi è?- sussurrò
il giovane. Silenzio, breve. Una nuova scarica di colpi dall’interno.
Edoardo scostò la mano. Avvicinò il viso al punto sospetto
e vi accostò l’orecchio. Un movimento continuo si intuiva
sotto la calce. Poi d’improvviso l’intonaco si gonfiò,
si sollevò in una crepa, piccoli frantumi si staccarono. Dal minuscolo
foro che si era così formato, il rumore ora fluiva chiaro e le
voci distinte. Unghie che scavavano nel tufo e guaiti di cane. In preda
allo sgomento il bel giovane fece un passo indietro. Appena in tempo.
Un intero pezzo di muro grande quanto un grosso concio si staccò
dalla parete e rotolò fino ai suoi piedi. - Chi è?- gridò
facendo un balzo all’indietro, atterrito. Tremava ma le gambe non
gli obbedivano, non riusciva a scappare. Alla flebile luce della fiammella,
tra la polvere sollevata dal crollo, intravide, timidamente sbucare dalla
nera cavità nel muro, un muso di cane. L’animale lo fissava
non meno sorpreso. - ...Un cane?... Che figlio di puttana! Hai scavato
nel muro,- borbottò il signorino. Tirò un sospiro e, dopo
aver guardato un’ultima volta verso l’animale, accese un sigaretta
e riprese a camminare.
Il mattino seguente, a tarda ora, Edoardo aprì gli occhi nel buio
della sua stanza. Le lancette fosforescenti dell'orologio al polso gli
dicevano che era ora di alzarsi: era mezzogiorno. Cercò l’interruttore
tastando alla cieca sul piano di marmo del comodino e accese la luce.
Sudava e i fumi dell’alcool ancora gli assediavano il capo dolente
e confuso.
- Teresa,- chiamò,- Teresa -. Nessuna risposta. - Teresa; il caffè...
Ai la testa...-. Si alzò dal letto lentamente e uscì nel
corridoio.- Teresa; il caffè -. Niente. Andò verso la cucina.
Nessuno. Un silenzio inaudito riempiva la casa. Discese le scale, aprì
la porta del giardino e chiamò, ancora inutilmente. - Bah, vuole
dire che me lo vado a prendere al bar 'sto cazzo di caffè,- brontolò
fra sé. Si infilò in una maglietta e uscì. Camminò
insonnolito per alcuni isolati. Il sole era all’apice, le strade
deserte. Ma lui non ci badava. Dovunque non c’era nessuno. Il sole
spadroneggiava impavido e crudele nel cielo, il paese ne pareva schiacciato.
Lo scirocco frustava le case infuocate. - Ma dove sono andati tutti quanti?-
si avvide d’un tratto. Camminò ancora, più alla svelta,
fino al bar più vicino. Era aperto, ma dentro non c’era nessuno.
Prestò un minimo d'attenzione alle note di Mas que nada che fluivano
dalla radio.
- Ma che cazzo è successo? - iniziò a preoccuparsi. Tese
l’orecchio. In lontananza si percepiva un grave brusio. Gli andò
incontro soffermandosi ad ogni crocevia. Lo udiva sempre più vicino.
Veniva dalla piazza del castello. Strano, ci era appena passato! Attraversò
alcune vie secondarie per fare presto. Sentiva che qualcosa di eccezionale
doveva essere accaduto. Qua e là, per le strade, si erano aperti
innumerevoli buchi un po' dappertutto: nelle pareti e nei selciati, nei
giardini antistanti le case. Il giovane prese a correre. Ora il brusio
era forte e feroce come un ruggito. Giunto al castello dalla parte posteriore
si fermò. Strisciò con le spalle sudate sulla parete fresca,
fino all’angolo dietro cui era la piazza. Esitò. Poi si sporse
col capo, brevemente.
- Cazzo!!- esclamò. No, non poteva essere. Spiò ancora e
di nuovo vide l'incredibile spettacolo: la piazza era gremita di cani.
Dappertutto cani, di tutte le razze e le taglie e di tutti i colori, i
più inconsueti. Grossi cani bianchi e neri. Cani gialli, verdi
e rossi. Cani azzurri come il cielo e viola e rosa e marroni. Un arcobaleno
di pelosi mantelli occupava l'intero spazio della piazza. Nessuno abbaiava.
Eppure un vociò riempiva l’aria, come un brusio di folla
chiacchierante. Stette ad osservare. Tutti i cani erano voltati verso
il portone principale del castello, come in attesa. Ma di cosa?, si chiedeva.
E soprattutto, chi li aveva portati lì e dov’erano i padroni?
Prima cosa da fare, intuì, allontanarsi. Doveva trovare una postazione
da dove poter osservare senza essere visto e, soprattutto, ripararsi dal
pericolo che sentiva incombente intorno a sé. Tornò sui
suoi passi, badando a non fare il minimo rumore e, una volta dietro al
castello, entrò nel primo uscio che trovò aperto. Attraversò
lesto tutta la casa, arrivò nel lungo e stretto giardino. In fondo
c'era una tettoia, la legnaia. Vi si arrampicò e da lì riuscì
comodamente a inerpicarsi su un alto muro divisorio. In equilibrio percorse
il rustico crinale fino al tetto della casa retrostante e vi saltò
su con un piccolo balzo. Passando di terrazza in terrazza sulle case intorno
al castello giunse alla chiesa. Il muro era troppo alto. Ricordò
di aver visto una scala a pioli abbandonata al sole su un tetto. Tornò
a prenderla. La issò al muro e salì. Camminò accosciato
sulle gobbe della chiesa fino al ridosso interno della facciata, più
alta di un paio di metri rispetto alla copertura. Con la massima circospezione
tentò di affacciarsi una prima volta, ma non appena si sporse intravide
in un angolo della piazza alcuni cani abbarbicati alle pareti delle case.
Ebbe paura, si ritrasse. Ora il brusio s'era fatto boato. I cani parevano
impazziti, urlavano, ululavano, sembrava incitassero o chiamassero o acclamassero.
Ma chi? Stranamente nessuno abbaiava. Edoardo rimase immobile, paralizzato
dal terrore per qualche minuto. Di tanto in tanto si sporgeva quanto bastava
a scorgere un fazzoletto dell'enorme popolo canino adunato nella piazza.
Era terrificante. Da lassù, alzando lo sguardo, poteva vedere la
facciata del castello e il balcone degli omaggi, alto e fronzuto sopra
il portone. Era in quella direzione che parevano rivolte le urla del bestiale
esercito ammassato di sotto. Edoardo sudava freddo, tremava.
Improvvisamente si udì squillare una campana. Sulla piazza scese
un sovrumano silenzio. Nessuno pareva più interessarsi se non di
qualcosa che stava per accadere sul balcone del castello.
Con un lungo rugginoso cigolio i grandi scuri della porta vennero aperti
a forza. Attraverso le tende ingiallite comparve un primo muso di cane.
La porta tremò, qualcuno dall'interno provava invano ad aprirla.
I tentativi furono ripetuti più volte, senza risultato. Di schianto
poi, il vetro andò in frantumi, sbriciolato da una pesante sedia
in legno massello che volò giù dal balcone. I cani di sotto
si scansarono e subito dopo tutti insieme accerchiarono l’oggetto
per annusarlo. Qualcuno la marcò di orina. Poi l’ignorarono,
mentre un sommesso vocio di commenti si dileguava dalla piazza. Edoardo
incredulo e impaurito, osservava lo spettacolo con gli occhi smarriti.
La campana suonò ancora. Mille occhi canini puntarono il loro sguardo
attento verso il balcone. Allora, guizzante come un lampo, dalla penombra
dell'interno sbucò un grosso cane e balzò sulla balaustra.
Tra la folla di cani scoppiò un putiferio di latrati e ululati,
strilli e fischi, salti e piroette. Il cane al balcone si drizzava di
tanto in tanto sulle zampe posteriori e con entrambe quelle anteriori
ringraziava il popolo dell'omaggio che gli tributava. Poi d'un tratto
levò in alto la zampa sinistra e a quel segno, la piazza piombò
nel più assoluto e devoto silenzio.
Io sono Boogie, il vostro Messia,- esordì l'animale.
Parla?!! Ma… Ma che cazzo…?! Edoardo, sempre più confuso
e terrorizzato, si raggomitolò dietro la croce, le gambe gli tremavano.
Avrebbe voluto fuggire da lì, scomparire, ma era irrigidito dalla
paura, i suoi arti non rispondevano più alla volontà. Si
sentiva come avvolto in un fascio di bende gessate.
- Amici,- continuò quello,- il buon Dio ha sbagliato. Che volete?,
è vecchio…- uno scroscio di risate aleggiò sulla piazza.
- I nostri vecchi padroni son tutti morti. Era previsto che risorgessero
prima loro ma, si sa, le previsioni di lungo termine sono rischiose…
Adesso noi siamo qui, siamo arrivati per primi, forse perché eravamo
più piccolini e leggeri e meno evoluti,- disse sottolineando con
voce stridula l'ironia sottesa da quelle parole, - ci è voluto
meno tempo… per ricomporci. Ma…,- aprii le braccia, - non
importa perché. Quel che conta è che siamo qui, e dobbiamo
preparare loro una bella sorpresa…- i cani, ridendo, si scambiavano
cenni d'intesa. - Siamo arrivati per primi e, secondo la migliore consuetudine,
chi arriva per primo prende tutto quello che c'è di meglio. Adesso,
quindi, per prima cosa ci prenderemo la loro lingua, anzi,- sghignazzò,
- ce la siamo già presa! Voi mi capite, non è vero? - Siiii,-
un grido si alzò, unanime e roboante. - Bene. Abbiamo una lingua
che loro intendono ma non parlano. La sapremo usare per dominarli, per
prendercene gioco. Insultateli, denigrateli, chiamateli come si meritano,
col loro nome: "Uomini!" - i cani sempre più di gusto
ridevano. - Abbiamo qui le loro case: abitiamole da padroni e non più
da guardiani o da soprammobili - il popolo delirava di gioia. - Abbiamo
i loro campi e le loro industrie, sfruttiamoli. Abbiamo tutte le loro
comodità: le automobili, i telefoni, i frigoriferi, le televisioni,
i letti e i divani e i tappeti, i viaggi, il lavoro e le vacanze, i cacatoi
di marmo rosa e i cimiteri. Prendiamo tutto, impadroniamocene… -
la piazza era un mare in tempesta.
Edoardo, sbalordito per quanto vedeva accadere sotto i suoi occhi, si
sforzò di rianimarsi. Doveva fare qualcosa. Percepiva la follia
vicina, la sentiva farsi largo nel suo animo, impossessarsi del corpo
e voleva combatterla, scacciarla. Non poteva restare ancora nascosto,
immobile e passivo. Doveva entrare in scena da sé, prima che lo
scoprissero. Doveva smascherare il Cane Messia. Non era vero che erano
tutti morti. C'era ancora lui e poteva parlare, spiegarsi e trattare da
cani i cani e pretendere d'esser trattato da uomo, da padrone, unico vero
padrone del mondo. Si alzò e si sporse dall'alto della chiesa.
Subito il Cane Boogie lo vide. - Ah,- esclamò indicando la sommità
della chiesa - eccolo lì il primo arrivato. Fatto buon viaggio?-
chiese rivolgedosi al giovane verso cui tutti guardavano. - Vieni, carino,
vieni qui. Scendi, su, da bravo -. La folla canina era straziata dalle
risa. - Forza, bello. Cosa aspetti? Vieni qui, non ti faccio niente di
male, sai? -. Edoardo esitava. Se ne stava lassù mezzo imbambolato,
facendo rimbalzare lo sguardo tra la piazza e il balcone, senza riuscire
a prendere una decisione. Ma cosa doveva decidere? Se parlare ai cani
e dire loro che quel Messia era un impostore? Ma era una cosa da pazzi.
Doveva allora scendere in piazza a farsi prendere a calci in culo da un
popolo di bestie sragionanti alle quali migliaia di anni di sottomissione
avevano fatto venire una voglia matta di maltrattare quelli come lui?
Forse doveva solo fingersi rassegnato, far credere di essere d'accordo
col Messia e cercare di limitare i danni. Forse doveva fare così.
Andò verso il campanile e, passando da sopra al cornicione, giunse
fino alla balaustra del balcone. Due cagnoni fulvi, la scorta del Messia,
lo aiutarono a scavalcare. - Bene,- proclamò Boogie,- ma che bell'uomo
ubbidiente che sei! Non è un bell'omino?- domandò alla folla.
- Siii,- risposero in coro. - E' proprio un bell'uomo, si. E come si chiamerà
questo bell'uomo?- Edoardo fece per rispondere. - Ah! Ah! Ah! Ah!- rise
il Messia,- vuole parlare. E parla, dunque, parla. - Bau, bau, bau,- abbaiò
Edoardo. - Dice che vuole chiamarsi Baubau,- scoppiò a ridere il
Cane Messia,- vuole scegliersi il nome. E no, caruccio, no. Il nome te
lo sceglierò io, che sono il tuo padrone. Ti chiamerai… Ma
cos'hai qui?- s'interruppe notando una catenina d'oro pendere dal collo
del giovane,- una medaglia? - Estrasse con l'unghia la medaglia dal collo
della maglietta. - Edoardo Kustermann di Forcignano… Ma guarda un
po', proprio un bel nome! Ma è troppo lungo… Vediamo…
Ma si, lo faremo scegliere a te: come preferisci essere chiamato: Edo,
Kuster o Forcino? - domandò irridente il Messia aizzando le burle
del suo popolo. - Bau, bau,- abbaiò il ragazzo. - Bau bau?- domandò
ironicamente il Capo, - hai detto "Bau bau?" Ah, ah, ah, ah,-
rise fintamente contando i "bau" sulle punte delle unghie, -
mi sembra che abbia risposto: due, la numero due. Bene. Dunque ti chiamerai
Kuster, e non se ne parli più. - Bene, bravo, buono è Boogie,
Cane Messia,- osannava la folla. - Ora mi ritiro insieme al mio omettino.
Devo prendermi cura di lui e ho tante cose da insegnargli. Non abbiate
paura, presto troveremo una femmina e li faremo accoppiare. Ce ne saranno
per tutti. - Bene, bravo, evviva il Messia, evviva Boogie.
Edoardo fu trascinato dentro. Nell'oscurità del salone venne subito
denudato.
- Avanti Kuster, avanti, vieni qui. Che cos'hai? Ti vergogni? Vieni, su,
da bravo. Presto ci farai l'abitudine. Avrai fame, no? Vieni di là,
qualcosa per te troveremo...
Da ogni stanza sbucavano continuamente cani servitori che tiravano carrelli
carichi di vivande, di lenzuola fresche di bucato. Ad ognuno di essi Edoardo
cercava di dire qualcosa. Ma ormai non parlava più, abbaiava e
basta; e subito qualcuno era pronto a rivolgergli un perentorio: "Stai
zitto, uomo di merda!"
Fu condotto in cucina e gli fu ordinato di stare giù in un angolo.
Di tanto in tanto riprovava a parlare, a spiegarsi, ma non ci riusciva.
L'unico suono che gli nasceva in gola era un roco ineluttabile abbaio.
Boogie fu buono con lui, generoso. Gli getto in pasto sostanziosi avanzi.
Poi, quando ebbe finito di mangiare, gli si avvicinò, lo accarezzò
sulla fronte e gli disse:- Ora sta buono, Kuster, che noi andiamo a riposare,-
e dopo avergli bagnato la fronte d'uno schizzo di fredda orina, sparì
lungo il corridoio.
Appena fu solo, Edoardo prese ad agitarsi. Si torceva, si dibatteva, tirava
e strattonava ma non riusciva a spostarsi dall'angolo dove gli avevano
ordinato di accucciarsi. Girò più volte su sé stesso,
ma niente, non c'era verso. Senza che se ne avvedesse, gli avevano piazzato
al collo un robusto collare, e una catena lo teneva legato al pavimento.
Dopo lunghi e infruttuosi tentativi di liberarsi, si rassegnò esausto
e, finalmente, quand'era sul punto di abbandonarsi al sonno, si sentì
accarezzare il viso, dolcemente, dolcemente, si sentì sfiorare.
Si guardò intorno ma non c'era nessuno, era solo nella stanza.
Udiva una voce lontana, lontana ma ora più vicina, chiamarlo, esortarlo:
- Edoardo, signorino Edoardo, Edoardo… - e farsi sempre più
viva, ogni momento più presente e viva…
Aprì gli occhi. - Teresa, la catena… sciogli la catena,-
disse. - La catena? Quale catena, signorino? Vi sentite bene? - rispose
Teresa accucciata accanto a lui ad un angolo del sedile. - Eh?!- si smarrì
il bel giovane,- che cos'è? Che fai tu qui? - Io che cosa faccio
qui? Voi piuttosto cosa fate, signori', con questa abitudine che vi siete
presa di dormire all'aperto… Vi siete ubriacato un'altra volta,
eh?! Ma ve ne accorgerete fra qualche anno, quando vi prenderà
una bella cervicale… - Stavo sognando!… - E ci credo! Son
dieci minuti che cerco di svegliarvi. Vi ho pure spruzzato l'acqua in
faccia, ma niente…
Edoardo si tirò su incredulo. Frastornato sedette. Il sole già
alto gli balenò fra le palpebre incollate di dure squame. Si strofinò
gli occhi. - Va' a prepararmi un caffè, Teresa, che non mi sento
tanto bene,- disse alla domestica. Si alzò dal sedile, sudava.
Un alone umidiccio restò sulle chianche assolate. A fatica trovò
l'equilibrio sulle gambe. Lentamente si avviò verso il castello.
Percivald, il suo bel cane da caccia, guizzò a corrergli incontro
da un angolo d'ombra, allegro e scodinzolante come sempre e venne a stendersi
ai suoi piedi a panciallaria, deferente e sottomesso.
- Vai affanculo, cane di merda!!- inveì Edoardo e gli mollò
un calcione sul muso. Il povero cane, sgomento e dolorante, si allontanò
guaendo, con la coda tra le zampe. Sotto l'arco del giardino si fermò
confuso a guardare il suo padrone che saliva le scale incurante, volgendogli
le spalle.
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