Marco Montanaro
Gli ultimi giorni di martirio del Signor B.
“Vedrai che farà come Craxi, andrà
via dall’Italia”, così mi ha detto lei qualche giorno
fa, e poi si è addormentata.
Così mi ha risposto, quando le ho detto che ero teso per la campagna
elettorale.
Forse aveva sonno, e voleva solo dormire; e io non l’ho biasimata
per questo.
Certo è che manca una settimana, forse meno, all’Apocalisse.
Forse meno, perché in giro ci sono quegli odiosi calendari che
contano i giorni, dicendoti di resistere, e che sembrano andare un giorno
avanti. Improvvisamente, vorresti che ti dicessero, “coraggio, è
passata”, “si torna alla vita normale”.
Ma è su questo punto che vado in crisi. Quale vita normale? Temo
il peggio, che Berlusconi vinca o perda. Temo che non si possa recuperare
il tempo perduto, temo che tutto possa accadere.
L’Apocalisse e la vita normale. L’Apocalisse è quella
che percepisco in tv, quella che i politici vogliono farci vivere; poi
spegni la tv, esci e per le strade tutto sembra normale. La gente cammina
e guarda le vetrine, gli immigrati passeggiano per il centro storico,
arrivano i primi turisti stagionali. Forse è solo l’Apocalisse
di una classe politica. Ma questi tizi ci cambiano la vita, da lì.
La mia vita normale invece si svolge tra due città.
Una è la città in cui sono nato, più che altro un
paesone, in cui vivo dal sabato al lunedì, una città piccola
e pigra, tenuta in vita dal commercio e da un po’ di agricoltura.
L’altra città è quella in cui studio, settanta chilometri
più a sud della prima. Ci vivo dal martedì al sabato mattina,
giorni in cui passo il tempo a pensare e studiare.
Ora sono al mio paese. Domani sarò in città. Qui guardo
meno tv, e la campagna elettorale entra nelle mie vene attraverso certe
amicizie che ho contratto, è il caso di dire, quando ho militato
in un partito.
Militato. Il partito, che aveva la P maiuscola. Militare, come nell’esercito.
Poi sono fuggito. E’ stata dura, perché lì avevo comunque
contratto delle amicizie. Con loro ho festeggiato e litigato. Con loro
e tutti quelli che fanno politica nel mio paese. Forse questa campagna
elettorale sembra quella del mio paese, allargata a tutta l’Italia.
Qui al mio paese la pressione è insopportabile già da alcune
settimane. All’interno degli stessi partiti ci si guarda con sospetto;
ci si potrebbe accoltellare alle spalle da un momento all’altro.
Allora io rimango fuori. Tranne che per le mie paranoie pre-elettorali,
per queste poche righe che butterò giù nei prossimi giorni.
Rimango ufficialmente fuori, tanto più che l’unica idea che
avevo in mente per partecipare in qualche modo, metter su un sito o un
foglio per dire “che sono tutti uguali”, beh, questa cosa
qualcuno l’ha già fatta, e in più so bene che non
avrei avuto il tempo di fare nulla.
Rimango fuori ma non penso ad altro. Eventuali scenari, che prefiguriamo
tra amici; poi dopo un’oretta di discussione, avvertiamo una tensione
innaturale, dato che manca ancora un po’, ci angosciamo, ci incazziamo
tra di noi su cose che ci siamo detti e ridetti, e ce ne torniamo ognuno
agli affari propri, chi a casa, chi a studiare, qualcuno al lavoro, qualcun
altro a guardare il soffitto.
Qui l’aria diventa irrespirabile.
Oggi pomeriggio ancora; cosa farà Berlusconi se tra una settimana,
a quest’ora, capirà di aver perso?
“Signori, qui è in atto una congiura, la sinistra vuol rubare
le elezioni”
Non so. I miei amici si incazzano. Alcuni. Altri sarebbero pronti a scendere
in piazza, a lottare. Io sono solo angosciato.
E anche se lui perdesse? Se si facesse processare?
Così, questo pomeriggio, dopo aver tradizionalmente aumentato i
nostri dubbi, ci siamo salutati, ognuno verso casa sua.
Ma è arrivata la primavera. In auto avevo un disco di musica country,
e pensala come vuoi, io il country tra gli uliveti pugliesi ce lo vedo
bene.
Ho fatto un giro tra le campagne limitrofe, lo dovevo a me stesso, era
da tempo che non lo facevo; ho fumato una sigaretta, ho tentato di non
pensare. Il sole di questa stagione è strano, non mi rassicura
del tutto; mi prepara al grande caldo, ma intanto mi dona poche certezze.
Però mi piace sull’erba, la rende verde, mentre tra qualche
mese la farà appiattire su un giallo che non mi ha mai convinto.
Ho pensato che cinque anni fa, quando ho votato per la prima volta, il
fatto che fosse arrivata la bella stagione era predominante. Non c’era
altro. Si andava a mare con gli amici, a guardarlo soltanto, perché
era ancora freddo per fare il bagno, come tutti quelli del mio paese.
Mi sentivo come tutti gli altri. Oggi invece voglio sapere questi altri
cos’hanno in testa, cosa faranno il giorno dell’Apocalisse.
Eppure per le campagne, vicino alle case, ho trovato gente in motorino,
ragazzi che giocavano a pallone. Gente per cui questa è stata una
normale domenica di inizio primavera. Sembra che l’Italia non sia
cambiata.
Sembra che l’Italia non sia cambiata. Ma che frase
è?
Io penso che l’Italia sia cambiata, io di sicuro, ma anche l’Italia.
Io tutti questi ragazzi in motorino poi li vedo per strada, li vedo in
tv che si specchiano negli occhi di qualche personaggio famoso. Cinque
anni fa non c’erano tutti questi personaggi famosi.
Cinque anni fa non avevo questa sensazione, che il mondo dovesse arrotolarsi
su se stesso, che tutti dovessimo vivere un supplizio insopportabile,
che tra una settimana la mia percezione delle persone, delle strade, della
piazza, dell’erba, dovesse cambiare.
L’altro pomeriggio leggevo la prefazione di un fumetto
inglese degli anni ’80, scritto nel periodo in cui la Thatcher era
al governo in Inghilterra. In quella prefazione ho trovato frasi che in
questi giorni sono banali luoghi comuni. O forse sono frasi rese tali
dalla lettura di quella prefazione, in cui l’autore del fumetto
dice di non poterne più di quell’Inghilterra, di quei sentimenti
di sopraffazione, di intolleranza… Il tipo scrive che se ne sarebbe
andato dall’Inghilterra se le cose non fossero cambiate.
Eppure la Thatcher è passata, e l’Inghilterra di oggi è
più civile.. almeno penso… della mia Italia. Quel fumetto
parla di fascismo, di grande fratello, di rivoluzione…
Così le frasi che oggi noi pronunciamo assumono un carattere così
relativo. Allora forse non ci sarà alcuna Apocalisse?
Poi sono andato a una festa. C’era un concerto, suonavano
degli amici. Insomma, un ambientino di sinistra. C’era il tipo che
cantava il suo disagio, probabilmente lo stesso immutabile disagio di
quando aveva sedici anni, e ora ne ha ventisette, e lo fa ancora allo
stesso modo, urlando a ogni schitarrata cose del tipo ”veleno”,
“muoio”, “sangue”, “inutile”, “ucciso”
. Poi il gruppo dei miei amici, giovanotti in gamba che fanno finta di
suonare per migliaia di persone anche se suonano in una sala prove. Nel
bene e nel male.
Ebbene, queste persone, più il pubblico, vivevano tutto in maniera
normale. Bevevano, si facevano le canne, qualcuno limonava, qualcun altro
si innamorava. Altri vomitavano nella terra. Tutto molto divertente. Ma
queste persone non avvertivano nulla di diverso nell’aria, nemmeno
loro che… che sono come me. Di sinistra intendo.
Tutti tranne i miei amici con cui discutiamo ogni pomeriggio in questi
giorni in cui sto al paese. Beh, loro come me continuavano a pensarci,
che manca una settimana, che se perdiamo, se vinciamo…
Lo vedevo nei loro occhi. Tra un sorso di birra e una battuta, lo sguardo
ricadeva nel vuoto e si pensava al 9-10 aprile. Dopo la festa abbiamo
concluso la serata in auto a parlare di eventuali scenari, ci siamo angosciati
come da tradizione, e siamo tornati a casa, terrorizzati.
Domani tornerò in città. Non avrò
intorno tutti questi amici invischiati così da vicino. Mi tranquillizzerò.
Ne sono certo.
II
Ogni volta che chiudo la porta della mia stanza, nella casa della città
dove studio, trema tutto, e si sente il rimbombo della cassa della chitarra
acustica, lasciata lì sul muro a prendere umidità.
In questa città tutto è umido. Le case, l’aria, i
muri, tutto sembra sudare, soffocato dal barocco, è come se fosse
sempre estate, come se ci si dovesse sforzare per respirare.
Ma non mancano i momenti di tranquillità. Specie in primavera.
Con i miei amici di qui ci si ritrova sempre in primavera, come se fosse
tornata la voglia di vivere, improvvisamente, dopo mesi di freddo piovoso
ed esami a valanga.
Ci si trova in villa comunale, l’unico posto con un po’ di
verde, in cui il barocco sembra solo un ricordo di un’altra stagione;
la villa è messa lì a caso nella zona più metropolitana,
pensi di essere in un altro posto, pieno di giocatori di borsa, ricche
ereditiere, giovani imprenditori rampanti.
Qui mi faccio più… qualunquista, forse. Sono meno identificabile.
Non mi attrae la politica dei collettivi universitari, pronti a salvare
il mondo con un volantino o un’occupazione, men che meno quella
dei partiti; ho il terrore che qui possano perdere persino quell’anima
folkloristica che in fin dei conti li rende unici al mio paese natale.
Vivo la politica di riflesso, qui, tramite la tv. Poi per fortuna la spengo.
Mi sentivo più tranquillo, oggi quando sono arrivato.
Poi la tv l’ho dovuta accendere, c’era l’ultimo duello
tra i due candidati.
E’ andato bene per noi -noi chi penso, ma mi sta bene il noi-.
Ma quel “noi” è importante. Ho visto il Prodi che volevo.
Ha in testa un’Italia diversa, migliore, più educata e rispettosa.
Lontana da quella che è oggi, lontana da quello che siamo oggi;
oggi siamo divisi, dobbiamo lavorare per non esserlo più.
Un discorso encomiabile, fatto da un politico vero. Chi non vorrebbe che
le cose migliorassero?
Dall’altro lato c’era lui, Berlusconi. Oggettivamente orribile,
per ciò che diceva e come lo diceva, sembrava una televendita.
Poi ho pensato.
Berlusconi ha fatto Berlusconi. Ha dipinto l’italiano per quello
che è, un po’ arruffone, approssimativo, deboluccio, con
la paura che tutti ce l’abbiano con lui, che di politica vuol saperne
quanto basta, non una parola di più. Condendo il tutto con i suoi
colpi di teatro, rilanciando con promesse inaudite, tendendo la mano verso
l’elettore alla fine della trasmissione.
Quel gesto mi ha fatto prima ridere. Poi mi ha spiazzato. E’ come
se avesse bucato lo schermo, se fosse uscito a toccarci, darci uno strattone,
dicendoci che lui è vero, è come noi, dalla nostra parte.
Che l’Italia è lui, che siamo noi se siamo come lui. E siamo
come lui.
E siamo come lui?
Prodi è sembrato un politico capace e retto, Berlusconi è
sembrato un italiano.
Non credo sia più il tempo di pensare che se gli italiani scelgono
il Cavaliere vuol dire che sono stupidi. Gli italiani lo hanno capito
bene, forse. E se lo scelgono, è perché gli va bene quel
modo di essere, in politica e soprattutto nel resto.
Berlusconi ti fa sentire parte di qualcosa. Le promesse inaudite sono
quelle di Prodi, perché scommettono su un impegno per un futuro
che non c’è; Berlusconi ti dice che oggi siamo così,
tutti insieme, nessuno verrà a cambiarci, possiamo stare tranquilli.
Altrimenti devi arrenderti all’idea che siamo spaccati, complicati,
annoiati. Questa non è più l’Italia di Rino Gaetano,
che sapeva includerci tutti in un solo cerchio, tutti amorevolmente coi
nostri tic.
Gli italiani non sono stupidi. Lo hanno capito. Hanno capito che il mondo
va così, l’Italia pure, è difficile, che è
tutto un gioco, ma è meglio tenersi uno che in fin dei conti è
come te, uno che non ti fa sentire in debito con gli altri.
Del resto, non sono anch’io così? So cosa voglio ora, e mi
tengo il ruolo migliore che posso interpretare al momento. Giovane con
l’aria finto addormentata, sguardo distratto, finto ribelle, innamorato
premuroso.
E poi cambiare ancora, con tutti questi stravolgimenti, cambiare cultura,
impegnarsi, per cosa? Solo ora capisco davvero cos’è Berlusconi?
E, forse, ne sono tentato.
Meglio rimanere così. Sappiamo che le cose vanno male, ma il gioco
ci piace così com’è. Berlusconi gioca bene. E poi
quest’aria assurda di Apocalisse… meglio restare così,
non ne posso più, l’importante è che la smettano.
Tutto questo guardando la tv. Forse la conclusione più amareggiata
che trarrei dalla vittoria di Berlusconi sarebbe che si governa con la
tv. Che la tv è la nostra principale guida spirituale. Bella scoperta.
Ma non voglio arrendermi a quest’idea. Perché poi la tv la
puoi spegnere, puoi uscire e vedere da te com’è la vita.
Non dico che sia disastrosa come si rimprovera al Cavaliere, ma allora
spero che tra sei giorni venga abbattuta almeno l’idea che la tv
è così importante per noi italiani.
Credo che tutta l’ansia che sento venga dal momento
della scelta.
E’ preferibile vivere nel limbo dell’indecisione. Ha il sapore
di una culla, è come la notte prima di un esame o di un colloquio
di lavoro. Sai che la tua vita potrebbe cambiare, dovrai andare ad impegnarti.
Ma intanto sei al sicuro nel tuo letto, e nessuno verrà a toccarti.
Così io mi sono rinchiuso in questa vita in cui posso permettermi
di scegliere poco, o per nulla. E’ assurdo vivere qualche giorno
qui in questa città, poi tornare al paese e poi di nuovo qui. Lasciando
scorrere il tempo. Senza fastidiose decisioni. Senza far crescere progetti,
che porterebbero responsabilità e obblighi, senza dare continuità,
perché sarebbe già una scelta. Compiuta.
Ogni lunedì io devo ripartire. Al venerdì tutto si sgonfia
nuovamente, e al primo sentimento di frustrazione, segue una breve esaltazione
perché pensi che al tuo ritorno qualcosa –che non dipende
da te- potrebbe esser cambiato. Poi il torpore, perché è
chiaro, è tutto come prima.
Così mi ritrovo a scrivere, qui, in una settimana in cui tutto
sembra ancora più bloccato. Mentre lei dorme. Tranquilla. Senza
porsi problemi. Penso, a volte, che è lei la mia salvezza. Perché
lei è semplice, conosce il tempo meglio di me e sa quando e come
muoversi, sa che non c’è fretta.
Ma io poi riparto. Incapace di scegliere. E lei lì non interviene.
Per fortuna, o per sfortuna.
Intanto ho dovuto riprendere a disegnare. Erano dieci anni
che non lo facevo. Avevo deciso di partecipare a un corso di fumetti.
Ho passato la scorsa notte a disegnare, mentre lei dormiva, raffreddata,
col naso che fischiava di tanto in tanto. Fare riquadri, scegliere lo
stile, creare qualche personaggio. Uno sforzo innaturale.
Mi sono perso una parte di me per strada. In questi ultimi anni mi sono
messo a scrivere e persino a suonare. Mi sono anche esposto con questi
tipi di espressioni. Senza esagerare, spero, e ancora arrossisco quando
qualcuno legge o ascolta qualcosa che ho prodotto. Ma disegnare, ora,
è proprio fuori luogo.
Non voglio disegnare per gli altri. Quindi queste tavole, mi spiace, le
strapperò. Non voglio imparare un’altra cosa, andare a capire
come funziona il fumetto, e martoriarmi ancora l’anima. Non ho tempo.
E intanto mi affino. Perché perdo una parte di me, consapevole;
abbandono quello che sono stato per un lungo periodo della mia vita.
E’ diverso da tutte le volte che mi sono maledetto per non riuscire
a scrivere o a suonare qualcosa. Da quelle volte in cui ho pensato di
abbandonare qualcosa, e sapevo che in fondo non l’avrei fatto.
Questa… questa forse è una scelta.
III
Sono sicuro di averla vista da qualche parte. Ne sono certo. Era qui,
da qualche parte. Dove diavolo l’ho messa? Su…
La parola “rivoluzione”. Sono sicuro di averla scritta qui,
da qualche parte, non può mancare in questo tipo di scritto.
E potrei farne a meno. Ho passato, con i miei “compagni”,
secoli e secoli ad aspettare la “rivoluzione”, a capire come
potesse manifestarsi.
Oggi sono giunto alla conclusione che attualmente non potrebbe esserci
nulla di più controrivoluzionario della rivoluzione stessa. Il
gesto eclatante e sporadico, che rompe la noia e ci allunga la vita, il
colpo teatrale, geniale, che esce dagli schemi; non abbiamo bisogno di
questo.
Abbiamo bisogno di quotidianità, normalità, di rimboccarci
le maniche e imparare a fare, ogni giorno.
Da qualche tempo, ogni giorno mi presento alla gente col
mio vero nome, Bonito. Comincio in qualche modo ad andarne fiero. Rappresenta
mio nonno, che si chiamava Benito, e non poteva sopportare che i miei
genitori non mi dessero il suo nome. Così ci hanno cambiato una
lettera, perché loro non sopportavano il nome Benito, e tanto mio
nonno non ci vede bene, e io oggi pago le spese di questi tic nervosi
con un nome che, come definirlo?, è quantomeno esotico.
Fino a qualche tempo fa invece mi presentavo come Carlo. Nelle intenzioni
dei miei avrei dovuto chiamarmi Carlo Bonito Nabbaloni, per tenere buono
il nonno e concedermi un’esistenza normale. Ma per una serie di
incongruenze, intoppi burocratici, incomprensioni coniugali, all’anagrafe
io sono solo Bonito Nabbaloni. Ma “Carlo” è rimasto,
per gli amici, i conoscenti, le fidanzate, anzi è stato il nome
con cui mi presentavo e venivo conosciuto. Ed è tuttavia un nome
di pura finzione, come se l’alter ego del personaggio letterario
fossi sempre stato io. Insomma, quello finto dei due, quello di carta
e parole, sono io, Carlo. Potrei presentarmi come Gianfranco, Filippo
o Madeleine, non farebbe differenza.
Ma da qualche tempo ho preso consapevolezza di me e della mia storia.
Più semplicemente, ho scoperto che mio nonno è in fin dei
conti un simpaticone, che ha lavorato per una vita, col difetto di credere
che Mussolini fosse una specie di divinità che bonificava e costruiva
fogne qui al Sud. Quindi ho ritrattato tutte le mie incertezze d’identità,
e ho cominciato a firmare i miei articoli come “signor B.”,
fino ad arrivare a presentarmi alle persone come Bonito.
Il che ha suscitato ansie e crisi in chi mi conosceva già come
Carlo- amiche che mi hanno accusato di esser diventato un maniaco sessuale,
amici che mi hanno dato dell’ipocrita, ex-fidanzate che mi hanno
mollato lasciandomi in eredità il semplice ma efficace “non
sei più tu”-.
Qui in città sembra tutto tranquillo. Ieri Berlusconi
ha dato dei “coglioni” a quegli italiani che voteranno a sinistra.
La stampa di sinistra invece comincia ad analizzare la figura del “Caimano”,
come viene chiamato dopo il film di Nanni Moretti, quasi fosse una competizione
per poter dire di esser stati i primi ad aver spiegato sociologicamente/antropologicamente
la figura del Cavaliere.
Il mondo è impazzito, ovvio.
Intanto, è da quando sono arrivato l’altro
giorno che vedo girovagare nei pressi di casa mia un tipo mai visto; dev’essersi
trasferito da poco. E’ un signore sulla quarantina, con barba incolta,
capelli brizzolati, elegante, di solito indossa giacche scure con cravatta
fin troppo azzurra.
Mi insospettisce. Assomiglia sia a un consigliere regionale di sinistra,
ma anche al senatore post-fascista del mio paese. Mmm…
Cosa voterà un tipo del genere?
A volte, per strada, mi sembra di vedere non persone, ma schede elettorali
che camminano.
Da due giorni il tipo ha capito che lo scruto. Potrei capire cosa vota
da come mette le mani in tasca quando cerca qualcosa, probabilmente le
chiavi di casa, oppure da come si muove sulle pietre del centro storico,
che se le prendi male ti becchi una storta; certo quella cravatta è
inequivocabile… ma l’altro giorno spingeva un passeggino,
uno di destra lavora e alla famiglia pensa la moglie a casa.
Temo che comincerà presto a odiarmi, forse mi fermerà e
mi chiederà cosa diavolo ho da guardare. “Cose di interesse
nazionale”, gli risponderò io, e fuggirò ridendo come
una belva assatanata.
Qui passo le mie giornate in maniera quasi spensierata.
Dovrei studiare un libro di economia per la tesi. Economia. Un tema centrale
per la campagna elettorale. Anche se ci capissi qualcosa, e mi mettessi
a fare campagna elettorale, la cosa più illuminante che potrei
fare per il prossimo sarebbe portare in giro volantini.
Così sto qui in città, passando dal letto al computer, a
inutili pomeriggi passati in giro, in villa, o all’Ateneo dell’università,
tra personaggi altrettanto improbabili, noiosi e annoiati. Ho letto da
qualche parte che la gente prima o poi insorge, dopo anni di noia.
Sarebbe il caso.
I miei coetanei non sono tristi o incazzati, sono solo annoiati. La mia
più grande paura è la noia. Ci limitiamo a inseguire qualche
percorso già battuto da altri pionieri per non annoiarci.
Scambio due chiacchiere con tutti, perché più o meno all’università
ci si conosce tutti. Ogni tanto esce qualcosa sulle elezioni, che qui
non sembra essere il discorso prioritario, tra canne girate a bandiera,
passate dal punkabbestia al tipo di destra, dal figlio di papà
all’intellettuale barbuto.
“Quella barba è finta!”
“Ahio!”
No, ho causato dolore per nulla, ho irritato il mento di una persona perbene
a vanvera, quella barba non era posticcia.
Quando esce fuori il discorso politico sembra che ci si
debba rincuorare a vicenda. Anche perché da giovani studenti si
è tutti di sinistra, o qualcosa che ci si avvicina, e quantomeno
si voterà per mandare a casa Berlusconi, pardon, il Caimano. Sicchè
io, in fine d’ogni frase, dopo aver smesso di ascoltare già
da qualche minuto, sospiro e sussurro: “Speriamo”. Negli attimi
di maggior pessimismo, mi limito ad un laconico:”Vediamo”.
Sospirato e sussurrato, sempre.
Così ci si rincuora, ci si dice che sì, per carità,
ce la faremo. Si torna a casa avvinazzati e rassicurati, dopo la festa
con gruppo ska-punk-heavy-rock-a seguire dj set selezioni reggae-, che
ce la faremo, tra fumi e deliri. Poi, verso le quattro di notte, mentre
lei dorme, una piccola angoscia soggiunge. E soggiace.
Allora non mi rimane che guardare “chi siamo noi”,
come dice Paolo Conte.
Mi piace guardare all’evoluzione della gente, da quando giunge all’università,
sin quando si appresta –si spera- a finirla.
Ci sono i tossici. Solo promettenti tossici, all’inizio. Che prima
di arrivare qui hanno già un bel curriculum, magari. Poi, nonostante
la vita universitaria faccia perdere all’assunzione di droghe l’alone
di mistico-proibito, intensificano la loro attività. E al secondo
anno scalano i vertici delle classifiche della scimmia, fanno la gavetta,
si sottopongono a tutti i riti propiziatori (bongo, bonghetto, digeridoo,
giochi con le palle e i birilli, acquisto del pit-bull), e diventano personalità
rispettabili.
Poi ci sono i politici. Gente che sa parlare bene, che dopo cinque anni
di castità al liceo, scopre che il sacrificio paga, alla fine:
il politico universitario va per la maggiore, se non disdegna di contenere
le formalità e le giacche buone e di metterle da parte per un futuro
in parlamento.
Poi ci sono quelli che arrivano qui in un modo e vanno a finire in un
altro. Arrivano sporchi e cattivi, alternativi, espressioni del più
aspro fricchettonesimo, vegetariani, cultori di filosofie zen new age
orientali, fecondano mezza città, e dopo due anni si fidanzano,
e diventano, semplicemente, dottori.
Ieri pomeriggio, in preda al panico per tutti questi pensieri, sono uscito
nel giardino dell’Ateneo e ho cominciato a urlare. “L’evoluzione
delle cose e delle persone è imperscrutabile, non ha alcun valore”.
Ma è chiaro, è tutta colpa della riforma universitaria.
E io? Io so solo che dopo cinque anni non mi faccio più
chiamare Carlo, ma Bonito. Il signor B.
IV
Sono in stazione. Sto per tornare al paese, a casa. E come sempre, mi
sento incompiuto. Vado lì a sorbirmi gli ultimi giorni di campagna
elettorale, con gli amici di sempre, quelli con cui aspettiamo questo
momento da cinque anni.
Intanto mi sembra di lasciare troppe cose alle spalle. E sarà ancora
così quando farò il percorso inverso per tornare qui.
Ieri sera si era diffusa la notizia che oggi ci sarebbe
stata una manifestazione non autorizzata di Fiamma Tricolore in città.
Subito i miei colleghi universitari rivoluzionari hanno messo in moto
la macchina organizzativa.
“Dobbiamo impedirgli di manifestare”
“Non meritano di esistere”
Un tuffo nella Resistenza, tra ieri sera e stamattina, quando abbiamo
scoperto che si trattava semplicemente di un comizio, in cui un politico
locale ha detto due o tre scemenze, con cinque o sei persone sotto al
palco che ogni tanto sbadigliavano.
Ma ho temuto il peggio. I miei colleghi erano pronti a mettere a ferro
e fuoco la piazza. Ma perché, gli ho chiesto. Perché? Il
nemico è ancora il fascistello della periferia? Il demente che
veste di nero e si rasa la testa?
Vogliamo mettere a fuoco la città e poi lasciare che tutto vada
a puttane? Vogliamo la guerra civile per questo paese?
Cos’è, la noia? Semplicemente la noia che vi muove?
Certe volte penso che per cambiare un posto bisogna soprattutto amarlo.
Io non vedo questo amore nei miei colleghi. Se c’è solo la
rabbia, quel posto potrai cambiarlo, ma non in meglio, potrai persino
farlo assomigliare a te, ma non lo avrai migliorato.
Amarlo, per tutto ciò che è, per tutte le sue contraddizioni,
capirlo, fino in fondo, in fondo alle sue radici plurisecolari, in fondo
ai mali che ancora lo lasciano dissestato; come in una canzone di Rino
Gaetano.
Ho avuto tutt’oggi l’anima in pena. Per la
manifestazione mancata, per la partenza imminente, per la paura di non
voler affrontare queste giornate, per la tv. Ormai è chiaro, la
tv mi da’ l’impressione che questo sia il paese di Berlusconi.
Ora, come per cinque anni, si discute della mossa di dare del “coglione”
all’elettore di sinistra. Cosa c’è dietro questa mossa?
E’ per distrarre dal dibattito politico? E’ la dimostrazione
di un sistema nervoso a pezzi? In realtà poi il Cavaliere ha precisato.
“Per me il termine “coglione” ha un’accezione
ironica, per cui se avessi dovuto davvero definire gli elettori di centro-sinistra,
avrei usato ben altri termini”
“E che mmoc’ a’mmamt dovevi dì?” ha replicato
il mio coinquilino davanti alla tv.
È da cinque anni che si discute sul perché
e sul per come delle mosse di Berlusconi. Ci si chiede cosa c’è
dietro le strategie di marketing dei suoi esperti. Che poi io vorrei davvero
sapere chi diavolo sono, questi strateghi del Cavaliere.
“No ma voi mi dovete dire chi sono questi!” ho detto alla
signora che faceva la fila dal salumiere insieme a me. Pensavo a voce
alta come al solito.
La signora mi ha guardato un po’ stranita, poi la sua attenzione
è tornata allo speck in offerta.
Così anch’io sono tornato ai miei pensieri.
“500 g di cotto”, avevo voglia di un panino.
Pensavo, nuotavo totalmente nei miei pensieri, e guardavo il salumiere
che affettava fette e fette di prosciutto, roseo all’interno, bianco
al bordo.
Poi mi sono fermato. Merda. Ho detto 500?
Mi sono preso i tredici euro di prosciutto senza fare una piega. Volevo
solo farmi un panino, ora avrei potuto mangiare per una settimana. Non
mi andava di ammettere l’errore, vicino a me c’era la mia
collega di facoltà, ci avrò parlato una volta o due, ma
ho sempre il suo numero (come si chiama? Anna, se non sbaglio).
Mi sono diretto verso la cassa con aria disinvolta. Ho pensato di nascondere
il malloppo indesiderato in qualche scaffale, comperare un uovo kinder
e darmi alla macchia. Ma ho notato le telecamere.
Così sono andato alla cassa, ho lasciato il prosciutto sul banco,
e ho detto alla commessa che sarei andato a prendere il portafoglio a
casa, perché lo avevo dimenticato.
“Che sbadato, torno subito”
Ovviamente non tornerò mai più in quel minimarket. D’ora
in poi mi toccherà fare la spesa a tre isolati da casa mia.
Eccolo, me lo aspettavo.
E poi dicono… sembra davvero il Caimano. Si è pure incupito.
E’ serio, forse stanco, sembra più grosso, rugoso, cupo,
punta il dito contro alcuni giornalisti. Ora dice che è impegnato
in un vera e propria battaglia di libertà, per lui, i suoi figli,
i suoi cari.. C’è il rischio di una dittatura. Senti, senti,
c’è il rischio di brogli elettorali. Pa- pa –pa –pa
–pa ra… parte la colonna sonora de “L’impero colpisce
ancora”, ora Darth Vader cominci pure ad ansimare.
Poi ho spento la tv, sono andato a prendere il treno.
V
Il treno su cui sono salito puzza davvero. E’ l’unica cosa
che ho sentito in tv negli ultimi mesi che ha trovato riscontro dal vivo.
Ho preso a leggere i titoli di un quotidiano locale. “Trovato morto
in casa dopo quindici giorni”, il genere di titoli che cattura sempre
la mia attenzione, un po’ come questo, “Due uomini trovati
nudi nelle scale”, quei titoli di cui non leggi mai l’articolo.
E’ bello lasciare in testa il titolo, e far lavorare la fantasia.
Soprattutto quando sei su un treno e il viaggio non passa mai, e il treno
puzza.
Poi mi chiedo cosa abbia fatto prima di morire solo al mondo e dimenticato
in casa questo tizio del titolo. Cosa lo ha spinto in quella situazione.
Intanto vedo scorrere gli ulivi, i prati verdi ornati di immondizie, cessi
buttati qua e là, persino macchine abbandonate nelle campagne.
Il tipo davanti a me dorme. Russa. Forse anche lui conosce a memoria il
tragitto. Tra mezz’ora l’unico diversivo: una fermata in una
località di mare, dove di solito ci sono delle prostitute nigeriane
che salgono a bordo.
Non ce la faccio proprio. Ora torno, e che faccio? Chiacchiere con gli
amici, ore al telefono con lei a maledirmi perché il lunedì
non arriva mai, qualche lettura, il libro di economia che rimane chiuso.
Poi di nuovo in città, a far finta di essere uno studente.
Ah, ma si vota, questo weekend. Che ansia. Quasi quasi invidio le altre
settimane che torno a casa e davvero non succede niente, stavolta rischio
davvero che mi si stravolge il mio mondo. Poi se si vince rimango pure
a festeggiare.
Mentre se si perde… Rimango al paese a deprimermi? No, stavolta
torno subito in città, mi metto a studiare, ci rimango fino a quest’estate…
comunque vada, devo rimettere in piedi la mia vita. Sono stanco di oscillare,
di farmi tutti questi pensieri. Andare dal paese alla città, dalla
città al paese, vivere su un arco di tempo di pochi giorni. Devo
fermarmi, crescere, una buona volta, e tagliare coi legami idioti.
Ancora ulivi, qualche costruzione contadina, qualche fabbrica di infissi
buttata lì a caso (ma come si fa a venire a conoscenza di un’azienda
se se ne sta qui nascosta?), stazioni insignificanti, poi il paesaggio
si fa più arido, secco, sembra di stare in Arizona. Cave, terra
rossa, pochissimi alberi deboli, e il mare che si avvicina.
Devo scendere. Mi manca l’aria, non voglio tornare
a casa, ora scendo e torno indietro.
Anzi.
Scendo e ci penso. Non voglio tornare indietro.
Scendo e ci penso. Lo giuro.
Di solito, l’aria di mare mi mette di buon umore.
Ora mi mette più ansia. E’ innaturale in questo momento.
L’odore del mare, la salsedine nelle narici mi ricorda che sono
fuori posto, in un limbo, rischio di perdere anche il prossimo treno.
Per dove?
Mi faccio un giro sulla spiaggia, tanto è qui, dietro la stazione.
Poi decido.
Quello che non sopporto è mettermi in queste situazioni.
Fare guerre a me stesso alla prima occasione. E già che queste
elezioni sono una grande occasione… Ma no, è da tempo che
vivo male.
Poi mi riduco all’ultimo minuto. Ma stavolta l’ho fatta grossa.
Sto qui in spiaggia, col sole che va via, a prender vento e guardare il
mare. Non è proprio il momento.
Dunque, dovrebbe esserci un treno tra un’ora… ma in quale
direzione?
A quest’ora in tv staranno parlando di precarietà…
a proposito… hahaha.
E se me ne andassi a Roma? E’ da tanto che non ci vado. Mi piace
Roma, perdermici, leggero come in primavera due anni fa, e intanto schiacciato
da tutti quei monumenti, dalla loro grandiosità…
Ma devo andare a votare…
“Ma cos’hai in testa?”
Una voce femminile, mi volto.
“Devi essere un tipo particolare- aggiunge- ieri hai preso mezzo
chilo di prosciutto, e forse sei venuto qui a mangiarlo?”
“Anna…ti chiami Anna vero? Vieni in facoltà con me…”
“Sì. Io sono di qui. Ero sul tuo stesso treno. Ma tu di dove
sei?”
“Di un posto in cui non voglio tornare… Ma non sono qui per
mangiare tutto quel prosciutto…”
Ride.
“Ma se lo hai lasciato alla cassa…”
Arrossisco. A questo punto penserà che sono completamente pazzo.
Il vento è sempre più insistente.
“Allora, che ci fai qui?”
“Io mi sono fermato per poco. Sto tornando al paese per votare…
Secondo te ce la facciamo?”
“A fare cosa?”
Sposta con la mano una ciocca di capelli che il vento ha portato sui suoi
occhi.
“Ehm… a vincere le elezioni?”
“E’ così importante?”
“Tu voti Berlusconi?”
Sorride.
“Se ti dico di sì poi non mi parli più?”
“Se mi dici di sì ti ammazzo”
Ride. Mi prende la mano.
“Hai tempo?”
“No” rispondo in fretta.
“Cosa farai ora?” insiste.
“Non ne ho la minima idea. Forse potrei rimanere qui…”
“Sulla spiaggia intendi?”
“No, qui nel tuo paese… non so”
“Mio padre ha un albergo. Se ti serve un posto dove stare…”
“Oh, ti ringrazio… ma non so…”
Passo la notte in albergo con lei. Non ho scelto io di
rimanere, è colpa sua.
Mi sveglio il giorno dopo. Lei non c’è. E non mi interessa
che ci sia.
Accendo il cellulare.
“Pronto?”
“Ehi… ciao! Finalmente ti trovo…”
E’ lei, mia “moglie”, come mi diverto a chiamarla. Dev’essere
preoccupata, ho spento il cellulare presto ieri sera.
“Che fine hai fatto?”
“No, è che sono arrivato stanchissimo, il treno ha fatto
ritardo… ho dormito subito”
“Bravo… che aria tira lì?”
“Oh… la solita. Le solite cose”
“Ma che si dice? Ce la facciamo?”
“Ah, le elezioni…”
“Continua a dormire, che è meglio…”
Ride e riattacca.
E ora? Non ho voglia di pagare. Del resto penso che se Anna fosse qui
non ci sarebbero problemi. Potrei telefonarle… Ma mica posso chiederle
un favore del genere. Dovrebbe venirle… spontaneo…
“Pronto”
“Caffè?”
E’ il mio amico Luciano.
“Ecco… veramente ho mal di testa, ci vediamo stasera…”
“Dai, domani si vota… Sono scesi anche Luca e Davide da Pisa…”
“No, Lucià, devo pure studiare, ci sentiamo dopo…”
La finestra è chiusa. Sento il mare agitato, onde
che si ammassano e si spaccano a qualche metro dall’albergo. Improvvisamente
non ho voglia di fare nulla. Mi sento ancora più lontano da una
qualsiasi decisione. Non ho nemmeno voglia di pensarci.
Spengo la lampada. Buio completo. Non ricordo niente di ieri sera. Quella
pazza di Anna deve avermi fatto bere.
Ma io sono astemio.
Forse mi ha drogato.
Avrò mezza giornata per tornare a casa. Domani si vota.
Potrei votare lunedì mattina, al limite.
Se proprio non ho voglia di muovermi.
Sento di avere il tempo dalla mia parte. Mi giro e mi distendo nelle lenzuola
fresche del letto a due piazze. Potrei vivere in una camera d’albergo,
magari da un’altra parte. Ma è un’idea. Molti lo fanno.
Quanto costerà una stanza del genere? Non c’è nemmeno
la tv…
Per fortuna.
Devo aver dormito ancora.
Mi alzo dal letto, metto una maglietta. Tredici chiamate perse…
Spengo il cellulare. Non voglio sentire nessuno. Inventare scuse…
I miei saranno in pensiero.
Sulla scrivania ci sono dei fogli. Li tocco. Ho come l’impressione
che me li abbia lasciati Anna. C’è anche una penna.
Potrei scrivere, per passare il tempo. E’ da tanto che non scrivo
a penna. Chissà se mi ricordo…
Rido di me stesso… ho quasi difficoltà a scrivere a penna…
mio cugino piccolo ha imparato a scrivere prima al computer. Il primo
cyborg.
Voglio annotare quello che ho vissuto in questi giorni. Nulla di particolare.
Però rimarrà come ricordo. E’ pur sempre la settimana
delle elezioni.
Scrivo per ore. Poi mi sposto sul letto.
Bussano quando sono quasi addormentato. Non mi alzerei per nulla al mondo.
“Avanti”.
E’ Anna. Comincia ad essere prevedibile.
Passiamo la notte insieme. Non ci diciamo nulla, o quasi. Non oso chiederle
della stanza, non vorrei scoprire di dover andare via o peggio ancora
di dover pagare…
Ma non riesco a dormire.
“Dove vai?” le chiedo, poco convinto, quando si alza e si
riveste.
Non risponde. Mi giro dall’altra parte, dormo.
Mi sveglio. Accendo il cellulare.
Subito una chiamata.
“Bonito?”
“Si, papà…”
“Ma non dovevi tornare ieri?”
“No, papà, per la precisione avanti ieri…”
“E dove stai?”
“Evidentemente non sono più tornato. Vedo per stasera. Devo
chiudere”
Ancora una telefonata.
“Ma che cazzo di fine hai fatto?”
E’ Amintore. Uno che ha un nome peggio del mio.
“Sto.. male…”
“Che hai?” si fa serio.
“Febbre… sta primavera del cazzo…”
“E non vai a votare? Noi siamo andati tutti insieme stamattina…”
“Ah…eh…ho già votato, sono andato presto con
mio padre…”
“Veramente ho telefonato a casa tua… dicono che non ti vedono
da due giorni…”
“No è che… ho detto a mio padre di dire che non ero
in casa. Ho… bisogno di stare da solo… E’ successa una
cosa… poi ti spiego…”
“Tutto bene?”
Odio la gente quando si sforza di essere seria.
“Si, non preoccuparti…Devo chiudere”
“Pronto?”
“Be, hai fatto il tuo dovere di cittadino?”
E’ mia “moglie”.
“Si, stamattina presto…”
“Hai visto cosa dicono in tv?”
“Eh?”
Non voglio saperlo.
“Oh…sì…” improvviso.
“Ormai sono impazziti tutti…”, azzardo.
Poi spengo il telefono. Dirò che avevo la batteria
a terra.
E’ tardi. Non ho voglia di muovermi. Né dalla stanza, né
dal paese. Continuo a scrivere per ore.
Sono due giorni che non mangio. Anna potrebbe portarmi qualcosa.
Non ho fame. Mi prende bene a scrivere. Continuo.
Si è fatto buio. Domattina dovrò svegliarmi
presto e prendere un treno. Ho tempo fino alle quindici per votare.
Scrivo. Ascolto musica nelle cuffie. “Le Beatitudini”,
di Rino Gaetano. Mi sembra di respirare dopo vent’anni.
Beata la mia prima donna che mi ha preso ancora vergine
Beati i bambini che sorridono alla mamma,
Beati gli stranieri ed i soufflé di panna
Beati sono i frati, beate anche le suore
Beati i premiati con le medaglie d'oro
Beati i professori, beati gli arrivisti ,
I nobili e i padroni specie se comunisti
E’ da due giorni che non faccio altro che scrivere
e sonnecchiare. Nessuno mi chiede nulla. E pensare che dovevo essere al
paese coi compagni d’avventure degli ultimi cinque anni… questi
giorni dovevano coronare una specie di percorso.
Più ci penso e più mi fa ridere. No, queste cose non le
scriverò.
Mi addormento.
Quanto ho dormito? Dev’essere tardi. Non accendo
il cellulare per paura che qualcuno mi chiami. Anna non si è ancora
fatta vedere.
Apro gli occhi. Il sole mi spia dalle tapparelle. E’ piuttosto forte.
Vuoi vedere che…
Merda. Sono le due. Non arriverò mai in tempo. Nemmeno se chiamassi
qualcuno e dicessi di venirmi a prendere. E poi, cosa gli direi?
Guardo il mare. Oggi è calmo. Chissà cosa
succede fuori. Chissà chi ha vinto. Provo angoscia e pena per me
stesso. Ma anche uno strano senso di liberazione.
Ho la barba lunga. Ci passo le dita. Forse ho fame.
Ho bisogno di un bagno.
Riempio la vasca.
Cerco un asciugacapelli.
L’acqua è calda. Sono anni che non faccio
un bagno. Quando vivi in casa con altri, è meglio fare la doccia.
Più veloce, più igienico. Come diceva Gaber? “Il bagno
è di destra, la doccia di sinistra”, o il contrario.
Ho messo il cellulare sul bordo della vasca, insieme all’asciugacapelli.
C’è un messaggio.
E’ Anna.
“Hai scelto?” dice.
Sorrido. Mi muovo nell’acqua. Penso al titolo di
quel giornale di qualche giorno prima…
“Trovato morto in casa dopo quindici giorni”
Accendo l’asciugacapelli.
Cade nell’acqua, ma non lo sento.
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