Spermatozone (1).
Luciano Pagano
Una sera come tante, in Salento, dieci anni fa, nel 1995. Prendiamo la
macchina, io e i miei amici, scorazziamo da un paesino all’altro,
come sempre in cerca di un posto dove passare la serata, come sempre in
cerca di un’osteria per mangiare e bere qualcosa di buono, soprattutto
bere qualcosa di buono. Ci sono tante cose che allora non esistevano ancora,
qui in Salento, tante di queste stavano affacciandosi timidamente, di
alcune non si parlava nemmeno. A cominciare dagli agriturismi. Il concetto
di agriturismo non esisteva, al massimo chi voleva fare una vacanza spendendo
meno o uguale di quanto si spendeva in Grecia sceglieva una vacanza in
qualche campeggio. Ce n’erano già tanti di campeggi, più
o meno organizzati, più o meno vicini al mare, alcuni erano pezzi
di terra in campagna, a circa dieci chilometri dal mare, con un recinto,
la divisione delle zone per terra, una pila per lavare i vestiti e nient’altro.
Mi ricordo di una spiaggia vicino ad un campeggio che era conosciuta per
il fatto di essere frequentata da surfisti e nudisti e toplese. Andavamo
in quella spiaggia desiderosi di fare qualche incontro interessante, non
che ce ne importasse molto di surf, al limite trovavamo qualche ragazza
del nord-italia. Ma torniamo agli agriturismi e alle osterie. Non essendosi
diffuso ancora un concetto di tipicità dei prodotti salentini,
è logico che nemmeno le osterie fossero a conoscenza del potenziale
economico del quale avrebbero disposto negli anni seguenti, si andava
in un locale, ci si sedeva e si ordinava una caraffa di vino e delle crocchette
fritte, al limite con dei formaggi, si poteva andare avanti così
anche fino alle due o tre di notte. per intenderci era il periodo in cui
si stavano aprendo e affermando i primi pub. I miei amici mi indirizzarono
verso una strada naturalmente anticipatrice, perfino nella rivalutazione
degli spazi storici e pubblici abbandonati al degrado dalle amministrazioni
comunali oltre che delle pisciate sul tufo alle due di notte. Tanto è
vero che eravamo soliti passare le serate in Piazza Duomo, a Lecce, sempre
sorseggiando del buon vino, prima ancora che mettessero gli oblò
interrati dell’illuminazione. La prima parola che mi viene in mente
è precorritori. Difatti quella sera finimmo al Mocambo di Sternatia,
arrivammo tardi, tuttavia in tempo per bere e ristorarci di tutto il nulla
che avevamo dispiegato nel pomeriggio. Il locale non era quello che si
può visitare ora, ma la vecchia osteria nel cuore del paese, con
il portone di legnaccio scuro, dove facevano capolino gli scrittori, gli
scultori, gli artisti e i fotografi che hanno infiammato le già
calde strade degli anni ottanta in Salento. Se dovete andarci adesso vi
suggerisco di scegliere un giorno infrasettimanale e di presentarvi alle
undici quando la cucina sta per chiudere e non c’è quasi
nessuno, se siete abbastanza molesti potete cenare e bere un vino che,
vi assicuro, lascia la tinta rossa dalla bottiglia al bicchiere alle labbra.
Alla rete clandestina di osterie e alimentari aperti fino alle dieci del
sabato sera si aggiungeva la rete dei centri sociali, nomi mitici come
Gaba Gaba (Cutrofiano), Macello (Soleto), Ragnatela (Maglie), Baraonda
(Supersano), Neural (Corigliano), dove andavamo ad ascoltare concerti
dal vivo di gruppi che si facevano mille chilometri in furgoncino per
venire a suonare in Puglia e in Salento, ancora di rado accadeva il contrario.
Le nostre settimane venivano cadenzate dagli spostamenti in macchina necessari
per trovare ‘quel’ posto con ‘quel’ gruppo che
doveva esibirsi, persino i trenta chilometri che ci dividevano dal ‘centro’,
percorsi in 6 dentro una 126, erano un viaggio. Già il fatto di
potersi esibire costituiva un plusvalore, soltanto al termine degli anni
’90 i gruppi, forse costretti ad esibirsi nei pub a causa della
chiusura dei centri endemica dei centri sociali, hanno cominciato a capire
che forse era arrivato il momento di essere pagati per lo sbattimento
sopportato e per l’arte benedetta.
Ma torniamo al centro sociale, forse a Soleto, e ad una serata in particolare,
che mi vede agonizzante, a soli vent’anni, su una panca di pietra,
nel giardino retrostante il centro. Sono lì che conto i fili d’erba
in attesa di riprendermi, la musica assordante che viene dall’interno
s’interrompe, è finito il concerto, tutti escono a prendere
una boccata d’aria o di fumo, adesso tocca a me, devo riprendermi,
devo riprendermi perché siamo venuti qui con la mia macchina e
devo essere assolutamente in condizioni di poter guidare quel macinacaffè
entro venti minuti.
Certe volte, quando la nostra anima-soma è in bilico, basta un
richiamo, un suono, un odore, per produrre una momentanea rinascita. Il
suono ci fu. Un suono che veniva da lontano ricordandomi di quando ero
bambino, una sonagliera forse, non riuscivo a capire. Davanti al mio sguardo
fisso per terra si agitavano una gonna nera e un paio di sandali di donna.
Mirabile visione. La ragazza stava cercando di produrre un suono ritmico
con un tamburello in mano. Il tamburello. Faccio un passo indietro. L’unico
luogo dove potevo aver visto un oggetto del genere era o alla festa di
San Rocco a Torre Paduli oppure alla Festa te lu mieru a Carpignano, ambedue
occasioni utilissime per annegare i pensieri in un bagno di folla. Era
la prima volta che vedevo un tamburello in mano ad una ragazza che non
avesse sessant’anni, a dire il vero non lo avevo mai visto in mano
ad una donna né ad una donna anziana, però mi ricordo, sempre
a Soleto, che una notte avevo assistito ad un rituale di musica e danza
del quale non capii nulla al momento e che in seguito si rivelò
essere la mitica danza delle spade con niente di meno che Zimba come protagonista.
Non capivo nulla, chissà come ci ero capitato, cose che succedevano
nel novantacinque, quando la Salento Reinassance non era ancora iniziata.
Mi diverte pensarci perché quel periodo coincideva con il periodo
tumultuoso di quando avevo venti anni, ero iscritto a fisica e ancora
non avevo capito che forse avevo sbagliato indirizzo, anzi, che non avevo
nessun indirizzo nella mente, no direction, come cantavano i Bad Religion
in una stupenda canzone. Quel periodo era hardcore nel senso più
crudo del termine, ad Otranto c’era una folla di turisti come adesso,
con la differenza che per vedere i fuochi del quattordici agosto potevi
ancora rifugiarti sulla terrazza di fianco al Castello, scavalcando il
muro e stando attendi a non cascare nella voragine che si apriva d’un
tratto sul pavimento. Non c’è un filo di nostalgia nelle
mie parole, mi ricordo quei dieci anni che sono passati come se fosse
oggi, ed il ricordo me lo tengo stretto, non ne avevo mai scritto e soltanto
al pensiero mi se è stretto un nodo in gola, ma non è detto
che sia l’ultima volta. Nota per l’editore: se possibile,
data la povertà dei contenuti, allegare fotografia del tramonto
che si gode in aprile dalla chiesa bizantina di San Mauro in cima a Gallipoli,
o, eventualmente allegare il vento che sferza la Torre di S. Emiliano
in un pomeriggio di dicembre, l’ultimo giorno dell’anno del
1999. Buona notte amici, dove siete?
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