Irene Leo
Lunedì pomeriggio


Lunedì pomeriggio. Losing my religion dei REM. Il mio sottofondo. Lo faccio spesso, ascolto un po’ di musica quando inforco i pennelli. Mi aiuta. Mi isolo così da questo mondo che ho intorno, per calarmi nel “mio mondo”. Varcata la soglia, comincio il mio “lavoro”.
La tela bianca è sul cavalletto di fronte a me. I pennelli, i miei Van Dick, l’olio di papavero, l’essenza di trementina, il mio camice nero sono al loro posto.
Raccolgo i capelli, mi posiziono in terrazza.
Il sole ha svoltato l’angolo, e mi ha regalato una zona d’ombra fresca. Cerco d’avere la giusta luce dalla mia, e comincio.
Non c’è traccia di disegno o di matita sul campo candido e sterminato. Non lo faccio mai. Non mi piace costringere l’immaginazione in campi circoscritti, vado d’istinto, e mi guardo attentamente intorno. Ogni tela, ha già un’immagine potenziale che aspetta solo d’essere messa a fuoco dalle pennellate cariche di colore, veloci e prive di titubanza .
E’ un modo di trattare la pittura tipico degli Impressionisti, che ho sempre amato,così come la loro visione della realtà, il volerla ritrarre per impressione diretta e sincera, accostando pennellate corpose, senza badare ad altro. Spesso en plein air. Solo luce e colore da un lato, verità personale ed istinto dall’altro. “Bar alle Folies-Bergère” di Manet, uno dei quadri e degli artisti che preferisco. Gli occhi della donna ritratta, la sua inquietudine, la sua espressione assente….la splendida natura morta sul bancone del bar. Vagheggio con la mente. Un rumore come di un bicchiere andato in frantumi, mi restituisce alla realtà. Il mio cane mi guarda con aria colpevole, ha fatto cadere dal trespolo che avevo vicino il flacone dell’olio.
Era curioso d’annusare, di capire, che mai stessi facendo con quello strano armamentario, ed ora fiuta il vento e corre via cosciente in qualche modo del suo gesto.
Ripulisco il pavimento di cotto rosso, ed apro la scatola dei colori.
L’occhio cade sul tubetto più malconcio. Blu cobalto. La tonalità che assume il mare quando soffia il vento di tramontana, proprio quella che cerco d’imprigionare nel mio specchio di mare. Decisa, do alcune pennellate in orizzontale, cerco di cogliere l’incedere delle correnti, di rendere le onde, i riflessi della luce su di esse, mentre li scorgo dalla mia terrazza.
Il profumo della trementina acquista un che di dionisiaco, le mie dita si tingono dei colori che scolano dalla tavolozza di legno. Scosto i capelli con la mano, per scrutare meglio il paesaggio, e senza volerlo trasferisco sul mio viso, un po’ di cinabro chiaro, e una punta di magenta.
Tremano sulla trama intrecciata di canapa, i pigmenti dei colori, e con essi le sensazioni, le prospettive reali. Un brivido, una percezione particolare. La realtà e la mia visione vibrano all’unisono, perdo per un attimo il senso di me, del tempo, mi abbandono al mio mondo.

Le fronde cinabro-argento degli ulivi sono mosse dal vento, la campagna si snoda verso le scaglie cobalto di mare, i muretti a secco cingono l’orizzonte coronato da un blu ceruleum, e s’inseguono mentre un cane fulvo corre lontano. Sulla destra una donna con un vestito rosso magenta, i capelli scuri sciolti oltre le spalle, getta via un vecchio camice nero, abbandonandolo su un cespuglio di mirto selvatico. Mentre avanza veloce, sembra svanire nell’orizzonte luminoso.

Un cavalletto vuoto. Un flacone d’olio di papavero rotto, un tubetto blu consunto, in terra.
Lo stereo è acceso, una melodia risuona ancora…

- La Poesia è come un’opera d’arte. Ognuno la dipinge con la tavolozza ed i colori che possiede. Ognuno la percepisce a proprio modo dandole un punto di vista particolare.
Ma soprattutto ognuno la vive.

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