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Maria Zimotti
Il germe del razzismo
La sala d’attesa dell’ambulatorio
è in penombra.
E’ un mattino d'inverno e i toni grigi si addensano tra le figure
astanti in abbigliamento unisex perse nei loro pensieri.
Qualche colpo di tosse rompe il silenzio dei visi arcigni.
C’è una signora insofferente a tutto questo mortorio.
Una faccia modellata dalla menopausa che sembra risentire di un ansioso
fuoco interiore, occhi mobili composti in qualche modo da grossi occhiali
e i capelli biondo cenere che lasciano spuntare qualche capello bianco
all’attaccatura.
La smania e l’insofferenza trovano sfogo quando entra un’altra
donna che evidentemente conosce e che branca con un colloquio che comincia
con i soliti convenevoli che, visto il posto, riguardano malattie proprie
e dei congiunti.
Il tono della voce diventa improvvisamente alto o forse sono io che comincio
a sentire quello che dice visto che alcune parole penetrano la mia immersione
quasi totale nel libro che sto leggendo.
La parola “meridionali” è più forte dell’oceano
metafisico in cui sto nuotando “Alla ricerca del tempo perduto”
Così, dalle proustiane ottocentesche stanze piene di cose care
e di corrispondenze ritorno in questo grigiore e, per contrasto, la voce
della donna mi sembra più tagliente.
- “Questi meridionali” - sta dicendo la donna - “sono
arrivati qui, io me lo ricordo, coltivavano il prezzemolo nella vasca
da bagno, sono arrivati qui, hanno messo su quei negozietti, quei panifici,
ché pensano sempre a mangiare, hanno fatto studiare i figli e ci
hanno superato” - chiude stringendo le labbra.
Mi sento chiamata in causa, naturalmente.
Mi sento un’infiltrata.
Il germe del razzismo, ogni tanto lo sento crescere al caldo degli appartamenti
avvolti nella soffocante nebbia del Nord.
Ogni tanto lo sento dentro di me: fa capolino dal buco nero della paura,
si apre un varco nella realtà.
Continuo a leggere, mi aggrappo alla cultura, mi sono sempre aggrappata
alla cultura.
Io sono una di quei figli di cui sta parlando.
Non ho mai amato stare qui, mi sento sempre in trasferta, forse perché
ho avuto un’infanzia felice aldilà del Po o forse perché
proprio cromaticamente non mi abituo.
Mia sorella dice che ho dei complessi, non ho capito bene quali, che ne
faccio troppo una questione di noialtri e voialtri e forse è vero.
Sono legata all’immagine degli sfottò neorealisti tra terroni
e polentoni esasperata al cubo.
Il buco nero si espande e vi si perdono gli slogans buonisti dell’ingenua
ragazza politically correct.
A volte, ad esempio leggendo un libro di Oriana Fallaci, ci entro in questo
buco nero per vedere dove si trova il germe, mi lascio trasportare dalla
intima approvazione per il disgusto per gli accampamenti per il Ramadan
in piazza della Signoria e mi ricordo di quella volta che, nel pieno del
rampantismo anni 80, esasperata dalla frustrazione di un lavoro sottopagato,
risposi a una questuante qualunque in metropolitana che arrogantemente
e con disprezzo mi chiedeva dei soldi : - “Non ti permetto di disprezzarmi,
io vado a lavorare” - .
Proprio così le dissi.
Ecco, forse si trova lì il germe del razzismo, nell’insoddisfazione.
Quando non si sa che pesci pigliare, quando ci si arrampica sugli specchi.
Banale, certo ma è il mio piccolo percorso filosofico.
“La vita non è in un libro di filosofia”, altra piccola
banale verità che arriva da una canzone.
E che la vita non è in un libro ne ho avuto spesso la prova.
Specialmente quella volta in cui mi misi a intavolare nientemeno che un
dibattito sulla questione israelopalestinese con un egiziano che gestisce
una pompa di benzina.
I tratti somatici arabi sono a me meno avversi di quanto potrebbero esserlo
alla mia ottantenne vicina che parla un dialetto brianzolo strettissimo
e che non ho mai visto allontanarsi dalla sua cascina persa nella campagna.
Avrebbe potuto benissimo essere, quel benzinaio, se non per la forma di
quegli occhi disegnati davvero come se avessero il kajal, uno dei miei
cugini che stanno giù, con le sopracciglia marcate.
Quegli occhi, quei bellissimi occhi, guardavano altrove (io romanticamente
pensavo al Nilo, ai papiri, alle immagini scolastiche dell’Egitto)
mentre mi rispondeva a una mia domanda come al solito diretta sul perché
ce l’hanno così tanto con gli ebrei.
- “ Perché,
se tu guardi la Storia, loro hanno sempre cercato di infiltrarsi dappertutto,
hanno sempre cercato di comandare “-.
Eccolo, di nuovo, il germe del razzismo ed ecco, di nuovo le verità
della vita che non stanno nei libri.
Sarà per questo che chiudo il libro con uno scatto esagerato.
La signora mi guarda con quella curiosità che hanno le pettegole
che guardano dalla finestra spostando appena le tendine.
Penso che dovrei chiudere tutti i libri e viaggiare.
Guardare dal vivo come funzionano davvero le cose.
Il germe del razzismo cresce dove l’aria ristagna, come in questa
claustrofobica sala d’attesa.
La scia
La mattina non è ancora nata.
Da una macchina che percorre una circonvallazione nel buio si vede una
donna molto alta, bionda, il cui tutto insieme appare nordico, compresi
i capelli corti alla Brigitte Nielsen.
Ciò mi appare dall'immagine fugace che mi arriva all'improvviso
mentre sto guidando.
Cammina tranquilla sul ciglio della strada.
Statuaria.
"Impetuoso è il passo.". L'incipit di una poesia che
ho letto da qualche parte mi sale alle labbra è resta sospeso nel
non ricordo.
La memoria a volte ultimamente è labile.
E' come se non ci fosse più hardware.
Ciò che devo immagazzinare, soprattutto le scadenze, gli appuntamenti,
i codici PIN e quant’altro affolla lo spazio mentale dei bisogni
indotti dal vivere sociale viene impresso su una memoria periferica che
scompare ad ogni minimo soffio di vento e se ci butti sopra subito un
altro pensiero, addio.
La mia macchina prosegue la sua strada e arriva a destinazione.
Ora anch'io vengo inghiottita dalla mia giornata.
La mia è una figura di media altezza e media borghesia.
Sono anche castana, come la maggior parte degli esseri umani e sciatta,
inevitabilmente sciatta.
Sono una casalinga prestata al ritmo del capitalismo.
Bisogna lavorare, è chiaro, ma per che cosa?
Tutte mi sembrano meglio di me, queste superdonne che fanno tutto e bene.
Io faccio poco e male, ho la morsa dell'ansia che mi stringe lo stomaco
al mattino e mi lascia solo la sera quando mi butto tra le braccia di
mio marito e dormo.
Mi difendo con i miei colori amorfi dalle insidie della notte.
C'è qualcosa dentro di me che mi dice che così devo essere.
La notte che tutto inghiotte non ha niente di eccitante.
E' una paura istintiva quella che prende e spesso io mi chiedo se prende
anche gli uomini.
Nella notte che libera tutti, le migliaia di scie di immagini
che urtano il parabrezza della mia macchina durante il giorno tornano
a compiere il loro destino nei miei sogni e fra tutte la bionda di stamattina
è un messaggio subliminale di meravigliosa solitudine.
Sono dentro il guscio delle braccia di mio marito, la sua mano calda e
superficiale che mi fa sempre addormentare, la notte là fuori e
una donna che cammina in una strada solitaria come se fosse giorno e in
tenuta sportiva facesse compere in centro.
Quell’immagine ha spezzato il ritmo, come il matto nudo che irrompe
nella gara di Formula Uno.
Altre donne aspettano di notte sul ciglio della strada e il mio primo
pensiero è che fa freddo e le raffiche d’aria trascinate
dalle scie delle automobili sono come manrovesci sulle loro gambe di gazzelle
sfrontate e tremanti; gambe che non verrano mai scaldate veramente.
Provare, nella vita bisogna provare ad essere quello di cui si vuol parlare.
Questo pensiero pericoloso scioglie le briglie delle inibizioni alle tre
di notte, l’ora veramente ferma.
Mio marito sta dormendo e io adoro vederlo quando dorme.
“E’ innocuo quando dorme, sembra un bambino”.
Lo sussuro senza accorgermi e il mio istinto materno e il potere che ne
deriva mi rassicura.
Questa mattina mi aspettavo di vederla ancora.
Oserei dire che mi sono alzata senza problemi con questo pensiero, come
quando alle superiori non vedevo l’ora di prendere il treno per
vedere quel ragazzo che mi piaceva.
Sono arrivata al lavoro e sono stata consolata dalla vista del mio collega
simpatico belloccio, galante, uno di quegli “uomini di una volta
che non ci sono più” che noi donne liberate non abbiamo mai
conosciuto ma che chissà perché ci mancano molto.
Mi parla delle nuove frontiere della delinquenza, di scippatori ai distributori.
“Donne, state attente di notte a fare benzina”.
Di nuovo si parla della notte, della paura e la bionda come un’altera
statua antica mi ritorna in mente.
Vorrei sbattergli in faccia quell’immagine per togliere dal suo
viso quel sorriso insieme benevolo e soddisfatto.
Lo guardo e in fondo al suo occhio vedo chiare le parole : “Non
andate a cercarvela”.
Mi si è fermata la macchina.
Senza benzina.
Un altro promemoria che non ha attecchito nella mia lista delle cose da
fare divorata dalla fretta e dalla memoria labile.
La fretta si mangia il mio cervello, ne sono convinta.
Lo stress, si sa.
La parola stessa già mette a posto tutto.
Ha il suono di un colpo di spugna.
Si è fermata proprio qui, sulla circonvallazione e il sibilo delle
macchine mi fa sentire scoperta.
Il ritmo si è interrotto.
E’ cambiata la prospettiva.
Ora sono nel film che tutti i giorni vedo dal parabrezza.
Sto aspettando mio marito.
Vedi, c’è sempre un uomo che viene a salvarti, mi direbbe
col suo sorriso benevolo il mio collega.
Una macchina si ferma e un uomo che assomiglia tanto al mio collega mi
chiede “Quanto?” e mi accorgo che i miei colori amorfi non
mi difendono.
Provare, di nuovo quel pensiero.
Provare ad entrare in quella macchina per capire.
Sperare di essere più forte di lui.
Pensare: in fondo anche lui si addormenta come un bambino.
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