Alessandro Fiorini
RIFUGIO

“Buonanotte Mimmo”
“Buon lavoro Alì”
Da quindici anni era sempre la stessa storia.
Uno chiudeva il bar, quell'altro apriva la pizzeria. Di fianco, senza mai sfiorarsi. Sembrava quasi un gioco. Si alzava pigra la saracinesca di Alì, fragorosamente si abbatteva quella di Mimmo.
Erano le uniche attività commerciali di quella larga via di un quartiere popolare e si trovavano a non più di un metro e mezzo di distanza.
Il loro sincronismo era perfetto. In quei quindici anni, mai era successo, a memoria di chi abitava nei paraggi, che Mimmo avesse chiuso il suo bar dopo le 19 e niente al mondo avrebbe convinto Alì ad aprire la sua pizzeria prima di quell'ora.
Ormai nel quartiere, e ad eccezione che per i due inconsapevoli protagonisti, era diventato un rito quel rumoroso alza-e-abbassa. La spettacolare coreografia di un balletto artistico. Una forma di poesia, a suo modo.
Tanto che si sarebbe potuto pensare che i ragazzi che avevano preso l'abitudine di darsi appuntamento proprio nel cortile lì di fronte, ogni sera, l'avessero fatto proprio per poter essere presenti quando quel curioso show andava in onda.

“E' come il cambio delle guardie svizzere”, disse una sera Giova, scuotendo due volte in fila la testa, in uno dei suoi numerosissimi tic.
Solo chi non lo conosceva bene, osava farglieli notare.
“Giova non ha nessun tic”, lo difendevano gli amici.
Qualche giorno prima, avevano pure avuto una violenta discussione con un'altra compagnia di ragazzi, per via di questa storia. Ad avere la peggio era stato Pippo, che aveva preso un pugno sul naso ed ora portava la mascherina protettiva. Persino parlare gli faceva vedere le stelle.
Fu per questo che restò in silenzio, appoggiato con i gomiti sul cruscotto del motorino di Gel, limitandosi ad aggrottare le ciglia, in un'espressione interrogativa.
“Ma no, è come il passaggio del testimone in una staffetta, l'avete mai visto?” disse Mary, che era la sportiva del gruppo, perchè faceva parte della squadra di atletica della scuola. “Tutto deve essere calcolato alla perfezione: allunga il braccio in avanti...stendilo all'indietro...passa il testimone...afferralo..che meraviglia!”
In realtà, Mary non era particolarmente dotata per la corsa. Il pacchetto giornaliero di Lucky Strike, poi, la limitava non poco, quanto a fiato.
Ma aveva grinta da vendere, anche nell'aggredire le gomme americane che si metteva in bocca fino a tre alla volta, per confondere l'odore del fumo. Si poteva dire, anzi, che era solo grazie alla forza del suo carattere che continuava a mantenere l'amato posto nella staffetta della scuola.
“Se mi fai fuori ti buco le gomme della macchina, te lo giuro!” aveva minacciato un giorno la sua insegnante di educazione fisica, masticando a bocca aperta le solite chewing-gum.

La sigaretta scivolata dalle sue dita, durante quella teatrale mimica di un perfetto passaggio del testimone, finì per atterrare, dopo un breve volo, sulle tre carte che Pisqui teneva in mano e che si scoprirono sul muretto di cemento, freddo tavolo da gioco, dove stava seduto a cavalcioni assieme al Baso.
Era sul punto di fare scopa, stava vincendo, tutto questo non era corretto, gridò infuriato mentre l'amico ne approfittava per invalidare la partita e raccogliere velocemente tutte le carte.
“Che c'entra il te..te...te..stimone?” balbettò Zanna, rosso di capelli e la faccia ricoperta di brufoli, dopo aver cercato di centrare il vicino lampione con una lattina di birra accartocciata.
Il Baso, approfittando della distrazione di Pisqui, ancora alle prese con Mary e la sua disattenzione, imbrogliò distribuendo le carte per la mano successiva. Stava soccombendo per 13 a 7 nel computo delle partite di quel pomeriggio e cercava di aggrapparsi a tutto pur di non dare la soddisfazione all'amico di arrivare ancora una volta per primo al fatidico traguardo delle 15 vittorie.
“Sono gli occhi della gente di questo quartiere”, disse un ragazzo alto, con le mani in tasca e gli occhiali da sole indosso, nonostante il buio. “Che si aprono solo uno alla volta perchè non hanno abbastanza coraggio per vedere tutto”

Richard viveva sull'autobus da quasi tre mesi.
Scendeva solo all'ora di pranzo, per mangiare alla mensa dei poveri, dove aveva anche diritto ad una doccia, di tanto in tanto.
Era arrivato una notte di novembre, a bordo di una vecchia barca cigolante, cristallo fra le onde, con il vento che gli urlava in faccia ed un cielo terso che permetteva di guardare lontano.
Una di quelle sere illuminate da moltissime stelle, ma così fredde che sembra che la volta celeste stia per frantumarsi in un miliardo di piccoli ghiaccioli.
Era sbarcato in un luogo sconosciuto, di cui ignorava persino il nome, e la felicità per aver riappoggiato i piedi sulla terra, lui che prima di quel viaggio non aveva neanche mai visto il mare, gli aveva fatto, per un attimo solo, dimenticare tutto quello da cui era fuggito, e che gli faceva lacrimare il cuore e spalancare gli occhi terrorizzati nel bel mezzo della notte.
Di tutte le notti.
“Ragazzi, mi siete simpatici”, avrebbe voluto dire a quella compagnia di giovani che dovevano avere solo pochi anni meno di lui e che vedeva tutti i giorni, da quasi tre mesi. Ma nessuno gli aveva mai insegnato l'italiano.
Tutto quello che avevano fatto per lui era stato aiutarlo nella compilazione di un indecifrabile modulo per avanzare la richiesta di asilo e regalargli un abbonamento all'autobus.
Così, ancora sconvolto dall'atrocità dei ricordi e confuso dall'incomprensibilità di quel presente, Richard aveva cominciato quell'ulteriore, malinconica, migrazione senza meta, finalizzata alla pura e semplice sopravvivenza ai rigori dell'inverno.
Scendeva al capolinea del 27 barrato, esattamente fra il bar di Mimmo e la pizzeria di Alì, batteva i denti per dieci minuti e poi saliva sul 49 che lo portava, dopo una fugace visita a distanza del centro storico della città, alla coincidenza col 62 notturno, dove trovava rifugio sino all'indomani mattina.
Da tre mesi, era sempre la stessa storia.
Ma le cose sarebbero cambiate, si ripeteva Richard. O forse no, chi può saperlo. A volte, da dietro quegli occhi perennemente arrossati, che si perdevano nel buio della notte, Richard pensava che non avrebbe più voluto vedere nient'altro.

Con la primavera, il sole tornò a filtrare fra i rami che il gelo aveva abbandonato completamente spogli, scivolando sull'ultima rugiada, scaldando la terra e liberando quegli odori sopiti così a lungo.
Richard aveva trovato un letto, ospite all'interno della parrocchia di un combattivo prete di periferia, che gli stava anche insegnando l'italiano. Imparava in fretta, ma non abbandonava mai la canonica, nemmeno per farsi un giro.
“Preferisco così”, diceva nella sua nuova lingua all'amico sacerdote, che capiva i suoi perchè, e non insisteva.
Una sera però, come chi, riavvolgendo lentamente le immagini di un film, rivede una scena che gli era piaciuta e decide di riguardarsela, Richard uscì, prese il 27 barrato e scese al capolinea, come ai vecchi tempi.
Appena Mimmo ebbe chiuso il bar, gli si avvicinò per chiedere notizie di quel gruppo numeroso di giovani che, contrariamente al solito, non si trovava al suo posto.
“Ma che vuoi, non vedi che sono chiuso?” gli rispose Mimmo, sbuffando e girando la chiave nella serratura della saracinesca. “Chi-u-so! Lo capisci l'italiano? Sono chiuso e vado a casa a ri-po-sa-re”, sillabò.
“Sì, buonanotte..” aggiunse poi, quando vide la faccia stupita e gli occhi sgranati di Richard fissarlo da sopra la montatura degli occhiali, che miracolosamente era riuscito a conservare fino a quel giorno, unico ricordo della sua vita precedente.
Alì, invece, fu ben felice di ritardare l'apertura di quella malconcia pizzeria, dove tanto, da anni, non entrava più nessuno.
“E' morto uno dei ragazzi”, sospirò, guardando in direzione delle tristi panchine vuote. “Era un tipo strano, pieno di tic nervosi. Dicono che si drogasse. E' finito con il motorino contro a un palo, un paio di notti fa. Proprio qua dietro”
Richard chiese comunque dove avrebbe potuto incontrare gli altri. Non voleva arrendersi all'idea che la scena più bella del suo film fosse improvvisamente cambiata.
“Qua vicino”, rispose Alì, indicando una strada laterale ed aprendo con un calcio la porta della pizzeria, che tintinnò. “Sono lì da due giorni”

Sul marciapiede, attorno a quel maledetto lampione, ancora sporco di rosso, c'erano una ventina di giovani. Seduti, accovacciati, in piedi. Alcuni avevano una birra in mano, molti guardavano in terra. Nessuno sembrava avere voglia di parlare.
Richard avanzò un poco verso di loro, poi si arrestò di colpo. Una bottiglia di vetro si era appena frantumata rumorosamente vicino ai suoi piedi e le schegge erano volate dapertutto.
“Perché? Perchè?” urlò un ragazzo alto, appoggiato al cofano di una macchina, le mani in tasca e gli occhiali da sole indosso, nonostante il buio.

Invisibile come s'era presentato su quella scena, Richard si girò e si allontanò lentamente di qualche passo, guardando verso il cielo. In mezzo al mare, fra i singhiozzi e gli schiaffi del vento, le stelle gli erano sembrate molto più numerose.
Quando passò il 49, vi saltò sopra senza pensarci due volte. Dopo una fugace visita a distanza del centro storico della città, sarebbe arrivato alla coincidenza con il 62 notturno, scomodo rifugio per quella notte.

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