Silla Hicks
LA BOMBA
Certi credono l’abbia fatto per soldi, perché
sono stanco di questo lavoro che non ti fa vivere e neanche dormire, in
cui il disco dovrebbe registrare tutto ma non la stanchezza di venti ore
di guida di fila, né la nostalgia pungente dell’odore di
casa.
Altri, giurano che sia stato per andare in TV e diventare famoso, parlando
e sparlando su tutto la domenica pomeriggio tra una televendita e l’altra,
con addosso una giacca che costi più di un pieno di gasolio, e
resti aperta sopra al niente.
Ma il peggio è sentire dire che è stato per terrorismo,
per sovvertire lo Stato o compiacere Allah o qualche altro Dio: come se
non lo sapessi, che quando arrostisci in un traforo ai tuoi figli non
tocca neanche uno straccio di pensione, e mentre la carne ti si scioglie
sulla faccia qualsiasi Dio sta quasi sempre guardando da un’altra
parte.
Non capiscono – ed è questo che mi fa più rabbia -
che tutte queste cause – tutte queste guerre – non sono mai
state mie: per loro è facile inondarmi di parole e di significati,
ma non ci provano neanche, ad essere, per un secondo, me.
Mi leggono col loro vocabolario che per me è quello di una lingua
arzigogolata e straniera, quando basterebbe per un attimo fare silenzio,
e sfiorarmi con le dita il cuore.
Non ho studiato, né immaginato navi da guerra in fiamme e voli
di colombe.
Se ho i capelli rasati è solo perché le docce non ci sono
in tutti gli autogrill, anche se per loro basta perché la mia testa
sia un barattolo pieno di polvere da sparo.
E mentre mettevo insieme due pezzi di filo elettrico e un circuito preso
da un telecomando, era solo a te che pensavo, a te e ai nostri figli e
al fatto che non sarei più potuto tornare a casa, ma non avevo
paura che tutto mi sfuggisse irreversibilmente dalle mani, no: se temi
questo, allora non la imbuchi mai, la tua lettera d’amore.
Pensavo solo che te eri andata con uno con i soldi che non ti avrebbe
fatto mancare né cose né parole come avevo fatto io: uno
che poteva darti tutto ed esserci, guardarti svegliarti e addormentarti,
tenerti la mano ogni giorno.
Che sarebbe stato un padre vero per quei nostri figli amatissimi ed estranei,
che mi porto sotto la pelle da sempre e di cui non so quasi niente.
Pensavo questo, e sapevo di non avere abbastanza voce né abbastanza
lacrime per commuovervi e riportarvi indietro.
Ci ho creduto, che quel poliziotto fosse un giornalista vero, e che, costretto
dai miei due cavi e dal pezzo di telecomando, per la paura di saltare
in aria mi regalasse le parole che non sapevo ma che avreste ascoltato:
quelle che mi erano mancate quando la porta si è chiusa alle vostre
spalle e sono rimasto senza niente.
Ho pensato ai nostri figli, Marco con gli occhi verdi e Luca con gli occhi
blu, e ho fatto due collegamenti, filo blu e filo verde: al centro, ho
messo la piastra scura coi fusibili, perché i tuoi occhi sono neri.
Non era una bomba e nemmeno nient’altro, tranne la mia preghiera,
per favore, non lasciatemi solo.
Ma non era un giornalista, e non poteva raccontarvelo.
Anche se, mettendomi le manette hai polsi, per un attimo non è
stato più neanche un poliziotto, solo un uomo.
Mi ha detto di stare tranquillo, che vi avrebbe cercati. E facendo scattare
l’incastro, furtivo, con una carezza mi ha sfiorato la mano.
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