Elisabetta Liguori
Il sospetto
Titti aveva due amori
uno di cielo, uno di terra
di segno contrario
uno in pace uno in guerra
( “Titti” di Fabrizio de Andrè )
Guardo le donne con sospetto. In generale, così. Mi è sempre
parso che la distanza tra l’una e l’altra sia acuita dalla
reciproca esitazione, in un circolo vizioso piuttosto infelice. Ma sono
una donna anch’io: forse parlo solo di me, come spesso accade.
Rita arrivò in città a dicembre, nella schiuma rossa dei
preparativi insulsi che impone il Natale. Stabilitasi, la sentivo pronunciare
di continuo il nome della mia città, che stava diventando la sua
nuova città, dopo essere stata selezionata a caso tra le altre
possibili; un passo tra gli altri necessari alla sua scalata professionale.
Un furto. Lo faceva con teatralità, e le sillabe lunghe e arrocchite
dal fumo, infilate abilmente sotto la lingua ne allungavano il senso oleografico.
La mia città era diversa, però. Lei veniva dal nord e volli
dirle subito: siamo diverse.
Perché? Chiese. Le donne chiedono spesso il perché delle
cose. Senza vero interesse a volte, avvezze a sforzi vani.
Rita era il mio capo in ufficio e in quell’occasione dovetti cercare
una risposta accettabile comunque. Nonostante questo, - non ricordo più
quale fu il mio perché di quei giorni- alla fine della nostra prima
conversazione, la città mi parve già meno mia. Pensai ladra,
ladra e pericolosa, come tutti i dirigenti, del resto, ma ancor più
perché donna. Pensai: questa cinquantenne mi costringerà
a parlare; dovrò raccontarle di me, perché cultura tradizionale
vuole che le donne usino tutte le parole che ci sono, per spiegare il
proprio possesso, a prescindere dalla specifica adesione emotiva. Mi costringerà
a bere caffè alle dieci; a far le scale di corsa dal mio piano
al suo, a rispondere al telefono sempre, anche quando non ne ho voglia.
In un ufficio un uomo onesto è una garanzia; una donna onesta è
una rogna: questo pensai quando arrivò Rita.
In realtà da giorni era lei a parlare: le tante città in
cartina; un matrimonio tenuto all’amo, boccheggiante; una figlia
adolescente, dalla quale cominciava a liberarsi; una casa chiusa a chiave
altrove. Rita era molto alta: scomoda da ascoltare, se non era seduta.
E stava ben poco seduta: non le interessava agevolare l’uditorio;
non era né previdente, né generosa: se chiamava un dipendente
nella sua stanza, non restava al suo posto, ma aggirava la scrivania e
gli veniva alle spalle, soffiandoli lemmi irritanti come insetticida direttamente
nelle orecchie, abbassando solo di poco il tono della voce.
Per onestà, questa faccenda del marito e della figlia era una mia
idea: lei non si era mai scoperta del tutto. Pensai che fosse in crisi
coniugale per abitudine mentale, perché si esclude che le donne
di potere possano avere una vita sentimentale soddisfacente e si preferisce
immaginarle infelici.
Forse, più semplicemente, lo dedussi dal suo scarso interesse verso
il Natale: di solito, l’esistenza di una famiglia obbliga ad alcuni
riti specifici e impegnativi. Non era così per lei. Lei se ne infischiava.
La sua pelle era crespa, da adolescente difficile: piena di segni, di
colline rossastre, di piccoli crateri che si agitavano, modificandole
l’inclinazione del sorriso, senza intaccarne la disinvoltura. Donna
d’esercizio, d’intenti alacri, nonostante gli smottamenti
climatici e anagrafici.
Il mio Natale era odioso quell’anno. In ufficio passavano i ragazzi
delle comunità di recupero a portare i loro soliti panettoni artigianali
con il fiocco rosso e s’accendeva sulle facce dei colleghi il rossore
screpolato della tramontana che ne ammorbidiva i capelli, anche se radi,
ripulendo i tramonti. Pino Loretti aveva messo sul davanzale ancora una
volta quel suo alberello miniaturizzato che sbriciolava aghi sintetici
come mollichine ai passeri.
Rita, quell’anno, valutò il piano ferie con scrupolo e poi
mi disse: lei resti.
Un natale veramente odioso.
Chiese una relazione di sintesi annuale: stato dei servizi, carichi di
lavoro, criticità. L’avevo capito. saremmo rimasti in dieci
il 24/12 mattina, su un organico di quaranta., mentre lei si sarebbe aggirata
tra le stanze vuote nell’eco sordo delle fotocopiatrici.: era da
ragazzi anticipare esiti praticamente certi.
A sorprendermi, solo una telefonata al mattino presto per un caffè,
nell’aria ghiaccia di un risveglio anticipato.
- Supponiamo che io mi chiami Rita.
- Perché? non è così che si chiama?
- Ma tu non mi chiami così.
- Non so se è il caso.
- Lo è.
Dopo quella prima telefonata molte altre.
Non sarebbe il nostro unico caffè, anzi l’abitudine che aveva
voluto creare, rischiava di trasformarsi in confidenza, a dispetto di
tutto quel freddo che ci costringeva a tenere bassa la testa, il collo
nel bavero, le mani in tasca, o serrate intorno ai manici delle borse,
nel raggiungere il solito bar a piedi.
Ogni volta sfogliava al tavolino il quotidiano con una specie di sapiente
allegria, ma la città sembrava non offrirle mai abbastanza.
- Come passi il tuo tempo? Cosa fai la sera? Con chi esci?
La mia città era una cuccia. Stantia come tutte le cucce. Abituale.
Ininfluente. Così simile a me. Così comunemente mia. All’epoca
vivevo al settimo piano di un condominio in quartiere recuperato dalla
amministrazione locale: siepi, aiuole, piccole altalene. Da sola anch’io,
con un amore vecchio di dieci anni, in parte sfigurato dalla lontananza
e da certi progetti matrimoniali falliti più volte.
- Il mio ragazzo torna due volte al mese.
- Da dove?
- Milano. E’ nel marketing.
- Allora facciamo giovedì sera.
Ci demmo appuntamento in prossimità della lavanderia automatica,
quella in fondo al viale pedonale, fitto di oleandri rosa, che dalla stazione
portava dritto fino in questura. Mi ritrovai che erano le ventuno a seguire
la sua andatura ondivaga, che le faceva apparire il fondo schiena senza
confini, come quello di una elefantessa. Tendeva a precedermi; poi si
fermava gesticolando, tornava indietro, fulminata dall’urgenza di
certi sguardi pungenti e dal precipizio delle parole, restava ferma davanti
a me, nel mezzo di un marciapiede. Cercava un locale che fosse adatto
a lei, la qual cosa sembrava difficile.
- Sei giovane, tu.
Mi ritrovavo nella necessità di sciogliermi da un groviglio di
pensieri non miei con frasi di circostanza: lei così alta, così
vecchia, così presente, così sperimentata, praticamente
marcava il territorio come i gatti maschi, mescolando il suo odore agli
altri, ficcandolo anche e soprattutto dove ancora non c’era, rivendicando
e colmando fisicamente tutti gli spazi ancora rimasti vuoti di lei.
- Il nostro ufficio deve cambiare, svecchiarsi. Subito!
Davanti ad una birra rossa che ghiacciava il bicchiere, raccontò
della sua strana vita a Torino. Il marito aveva scelto un indiano perché
si occupasse della casa, visto che lei era impegnata col lavoro per quasi
dodici ore al giorno. Glielo aveva imposto per offenderla. Quello, proveniente
chissà come un sobborgo a Bombay, se ne andava in giro per casa
con il turbante azzurro e un pigiama dismesso. Inutile. Incompreso. Il
marito di lei, con lui, era brutale e crudo come con tutti: lo chiamava
Carlo perché trovava che il suo vero nome fosse assurdo; non accettava
i normali problemi con la lingua, gli diceva: mascalzone che non sei altro,
perché non fai come ti dico? Consorte inaccogliente, quello, la
cui pazienza era direttamente proporzionale al sua idea di futuro e umanità.
L’indiano senza nome era costretto a servirsi di un vocabolario,
a consultarlo di continuo e in fretta disperata. Era così che aveva
scoperto che mascalzone è come dire bad man, se pure in modo decisamente
più equivoco, e si era depresso. Pregava molto. Persone sensibili
gli indiani di Bombay, univoci, aveva cominciato in breve a lamentare
mal di cuore, così diceva: voleva un nuovo padrone, per sé,
per la sua sensibilità, per il suo pigiama e il suo turbante. Un
sabato mattina l’indiano di nome Carlo aveva preso il pullman per
Roma, con la fotocopia del documento d’identità incomprensibile
nella tasca interna dei pantaloni, e non se ne era saputo più nulla.
Qualche giorno dopo anche Rita aveva fatto una inattesa richiesta di trasferimento
in altra sede, tempestivamente accolta.
- Che addome piatto, che hai!
Senza preliminari, sollevò la maglietta sotto la giacca. La mia
maglietta, la mia giacca, il mio addome. Un gesto imprevisto, esercizio
del senso del tatto; dinamico, come se la mia pancia fosse un luogo verso
cui andare, che all’improvviso è scoperto vicinissimo.
Mi venne in mente d’istinto Flavio, il mio ragazzo, mentre infilava
un dito nel mio ombelico, stringendo con le dita dell’altra mano
una Camel accesa e, nel fumo irridescente, strizzava gli occhi al posto
del sorriso. Luoghi diversi per una stessa pancia.
Rita toccò, lisciò, e si formò nell’impatto
delle sue dita sulla mia pelle l’idea quasi materiale di un’anima,
la sua intuizione, nella durata di un attimo. Tutto poi si ridusse ad
un suono gutturale spinto dalla mia ipoglottide verso la sua mano. Da
un luogo ad un altro, e poi il ritorno.
Non parlammo; non so se altri al posto mio avrebbero detto qualcosa; neppure
so se lei si aspettasse una parola. Io non parlai. Tuttavia, in attesa
o meno che fosse, volle che assaggiassi un bibitone rosso, fondo blu cobalto,
con una cannuccia curva. Per concludere la serata.
- Conosci il frutto della passione?
No. Tantomeno conoscevo il soffio gelido d’irrealtà che c’è
nel piacere delle donne. Da donna non sapevo. Succhiai e finsi d’interessarmi
a quel sapore d’aspirina fredda e al piattino di porcellana che
conteneva un frutto verde spaccato a metà e un cucchiaino d’argento.
- Credevo fossi una donna più curiosa.
Sembrava delusa. Il cameriere che ci aveva servito se ne stava a braccia
conserte e il collo piegato dalla stanchezza prefestiva, senza fantasia,
spingendomi ad una vergogna incerta, equivoca, distratta come lui.
- Non ti piacerebbe che il prossimo fosse un anno diverso dagli altri?
Io faccio di questi propositi ogni volta. Non abbiamo altro che la memoria
e le sue celebrazioni, in fondo, noi.
Forse era colpa dell’età.
Se Rita – proprio lei, sì, così seduta larga, elegantemente
oscena, infilata come era a stento in un tubino verde petrolio a maniche
lunghe, dentro una delle tre sale di un pub di nome “IlTempoNostro”
addobbato da notte dicembrina - rappresentava un diverso punto di vista,
possibile, per quanto improvviso, era colpa dell’età? Forse.
Quando lo raccontai a Margareth ( in ufficio però la chiamano Maga
per via della sua tendenza a vestire un nero totale e cupo e certi strani
anelli d’argento, e di quel suo ricevere i clienti con aria metafisica),
lei disse che i miei erano solo dei sospetti. E che con i sospetti non
si fa carriera. Le cause non la interessavano per niente, troppo remote,
per carità, al più poteva occuparsi degli effetti e solo
di alcuni effetti.
Margareth aveva intuito soltanto che la nuova dirigente alla festa dei
saluti per Natale avrebbe messo un visone nuovo, lungo e rosso di pelo.
Se ne era parlato a lungo, credo. Pettegolezzi. Quello le interessava.
Così, quando il contabile Pepe, del terzo piano, chiamò
per dire che quell’anno la canonica festa sarebbe stata organizzata
direttamente dal grande capo, a sue spese - e che quindi potevamo fare
a meno di dannarci a mettere insieme i soldi per quei pidocchiosi quattro
soliti schifidi panettoni sottomarca discount e le bottigliette di spumante
Cinzano dolce doc, fasullo pure quello, che manco i tizi delle pulizie
il giorno dopo santo Stefano -, io immaginai una cosa raffinata. Pensai
ad una specie di trasformazione, ad un friccicare di luci artificiali
e oro, ad un’immagine rinnovata, e comprai una collana.
Alle festa ci furono baci al vetriolo, beghe sindacali persino durante
i brindisi, colate laviche di bile lungo i corridoi, nuovi calendari da
distribuire -i più lucidi alle qualifiche più alte, con
allegata l’illusione di un tempo più denso -, le agende in
pelle di colori diversi per ciascun piano, niente di più di questo,
eppure nessuno si accorse della mia collana. Potevano essere lucine intermittenti,
capelli d’angelo argentati, palle di cristallo dipinte a mano, porporina
a folate: nessuno. Una collana non bastava, evidentemente; avrei fatto
meglio a comprare dei nuovi orecchini, ché il cerchietto oro stantio
non avrebbe mai potuto rivelare alcuna curiosità, alcuna passione,
alcun coraggio. Scegliere è nella natura umana esattamente come
lo è non scegliere. Nessun stupore. Un bel dilemma.
Ammesso che il coraggio c’entri con questa vicenda del piacere.
Ammesso che non si tratti piuttosto di riconoscere tratti affini, non
uno solo, ma molti, mi dicevo, molti e contestuali, anche se tra loro
confliggenti. Tanto dura un attimo, mi dicevo, il piacere dura solo un
attimo. Il tempo della puntura notturna di un insetto. La stessa puntura.
Il tocco di un attimo. Poteva sembrare più facile a Natale, pur
senza esserlo.
Quel che è certo è che Rita aveva un età comoda,
senza proprietà, solo usufrutti, che le consentiva una visione
d’insieme. Per questo s’avvantaggiava facilmente di tutto
il reale, lei, con obblighi minimi. Io avevo invece il vincolo di una
normalità indotta, dell’ignoranza, del corpo, di Flavio che
veniva a settimane alterne e delle sue dita nei giusti pertugi. Io avevo
me. E avevo anche Flavio, che a sua volta possedeva i suoi ritorni ciclici,
a mangiar le solite cose in famiglia.
- Una collana non vuol dire affatto trasformazione, mia cara.
Lo disse quando ormai Natale era passato da un pezzo. Si era tutti rientrati
al lavoro, nuovi i turni invernali, l’orario corretto dal clima,
riadattato il ritmo alla necessità di smaltire l’arretrato,
cancellando eccessi e pigrizia. Mi sembrava di aver detto di sì.
Eppure, dentro, ero certa di aver detto di sì. Sembrava, ma invece.
Invece il sonnambulismo di quei mesi trasformò Rita in un equivoco,
più che un sospetto.
E lei a febbraio ricominciò a darmi del Lei.
Ricordo di allora l’affanno di scoprire la parte migliore di me,
prima che fosse tardi, e una specie di attesa indolente simile alla felicità:
credere di poter diventare, con il tempo, un sasso levigato, che non ostacola,
vestito a pennello dagli elementi naturali, tipo l’acqua.
Acqua che sembra essere completa e sempre pronta al cambiamento, al salto
di qualità, da gas a cristallo, da ghiaccio a vapore, che sa pure
restare acqua nella sua immediatezza; tutta l’acqua che esiste,
tutta quella celata nel Natale di quel calendario, acqua che avrebbe dovuto
continuare a scorrere lungo le pareti della pietra, rapida e senza fatica.
Adesso Rita ha ottenuto un nuovo trasferimento a Gela. Più al sud,
come al fondo di una scarpa stretta in punta, là dove l’alluce,
tra le altre dita, crepiti in avanti per star più comodo. Sempre
più comodo.
In fondo io volevo solo capire, mescolare le carte ancora in gioco, e
creare memoria anch’io, mia, nuova, esclusiva memoria e farne un
vanto.
Lo racconto spesso a Flavio quel Natale, ma lui chiede perché?
Come fanno le donne.
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